Predator da Bush a Trump: 15 anni di targeted killing

Il 7 ottobre 2001 per la prima volta nella storia un drone Predator MQ-1, pilotato dal quartier generale della CIA a Langley, colpisce con un missile Hellfire un veicolo a Kandahar, Afghanistan. Nell’attacco vengono uccise alcune guardie del corpo ma viene mancato il vero obiettivo: il Mullah Mohammed Omar, guida spirituale dei Talebani.

Predator da Bush a Trump: 15 anni di targeted killing - Geopolitica.info

La vicinanza temporale all’11 settembre non è casuale; l’attentato alle torri Gemelle ha infatti determinato e accelerato la decisione del governo degli USA di armare i droni Predator. Fino a quel momento questi velivoli erano stati utilizzati solo per missioni di ricognizione e sorveglianza ad esempio durante il conflitto nei Balcani.

A più di un anno di distanza, il 3 novembre 2002, si verifica in Yemen un altro evento senza precedenti; un Predator della CIA partito da una base in Gibuti colpisce un veicolo uccidendo sei membri di Al Qaeda nella Penisola Arabica(AQAP) tra cui Qaed Salim Sunian al-Harithi, sospettato nell’attentato al cacciatorpediniere USS Cole del 12 ottobre 2000.Questo attacco è il primo della campagna di targeted killing e signature strikes condotta dalla CIA attraverso droni armati o Unmanned Combat Aerial Vehicles(UCAV) in aree esterne ai teatri di guerra dichiarati come Afghanistan e Iraq.

Targeted Killing e signature strikes

Questa campagna ha scatenato un dibattito riguardo a vari aspetti dell’utilizzo di UCAV in questo tipo di operazioni, in particolare quelli etico-morali e giuridici. Le due tipologie di operazioni sono infatti problematiche da molti punti di vista.

In un discorso del 2013 alla National Defense University il Presidente Barack Obama stesso ha riconosciuto la criticità della questione: “As was true in previous armed conflicts, this new technology raises profound questions — about who is targeted, and why; about civilian casualties, and the risk of creating new enemies; about the legality of such strikes under U.S. and international law; about accountability and morality.”

Il targeted killing consiste infatti nell’uccisione premeditata di uno o più individui riconosciuti come una minaccia per la sicurezza di uno Stato data la loro affiliazione a gruppi terroristici. Le operazioni di signature strike sono simili ma il bersaglio viene selezionato sulla base di uno schema di attività sospette mentre nel targeted killing l’identità del soggetto colpito è conosciuta o presunta tale.

La sostanziale differenza tra le due tattiche è quindi l’obiettivo strategico in quanto iltargeted killingha come scopola decapitazionedella leadership di un’organizzazione mentre i signature strikes puntano alla distruzione dei gruppi terroristici a tutti i livelli.

Predator MQ-1 e Reaper MQ-9

Per portare a termine missioni così complesse sono stati impiegati droni pilotatidalla base di Creech situata nel deserto di Mojavein Nevada, grazie a sistemi di comunicazione satellitare.

I Predator MQ-1 e Reaper MQ-9 utilizzati dalla CIA sono capaci di alte performance per quanto riguarda velocità, raggio d’azione e capacità di carico. I velivoli in questione sono droni di grandi dimensioni con un’apertura alare compresa tra i 15 e i 19 metri capaci di raggiungere velocità superiori ai 200 Km/h fino ai 400 del Reaper MQ-9.

Questi modelli possono essere considerati la “prima generazione” di UCAV viste le loro capacità notevoli ma ancora limitate e l’alto grado di vulnerabilità. Oltre agli evidenti vantaggi tattici, primo fra tutti l’eliminazione del rischio per l’equipaggio del velivolo, questi droni presentano infatti un’elevata vulnerabilità alle difese aeree nemiche. I Predator e i Reaper possono essere abbattuti con relativa facilità anche da sistemi di contraerea datati e la necessaria connessione con il pilota li rende esposti a possibili interferenze (jamming o spoofing) da parte di soggetti ostili. Il trasferimento di dati, in particolare di video in tempo reale, tra la piattaforma in volo e il pilota a terra comporta inoltre una notevole richiesta di banda. Questa fragilità è un limite che va sottolineato poiché definisce il campo di operabilità di questi velivoli.

In questo senso l’utilizzo dei Predator nella guerra al terrorismo post 11 settembre rispecchia la peculiarità di questo conflitto.L’utilizzo di questi UCAV è infatti confinato a guerre limitate combattute contro attori non statali in aree geografichedove il governo locale non ha le capacità o la volontà di abbatterli (permissive environments).

Da queste considerazioni è facile capire perché i Predator siano stati l’arma privilegiata per le missioni di targeted killingin aree permissive come le regioni nord-occidentali del Pakistan, lo Yemen e la Somaliaper contrastare attori peculiari come i gruppi terroristici della galassia qaedista.

I numeri

Ad oggi si contano circa 620 attacchi di questo genere suddivisi tra Pakistan, Yemen e Somalia secondo i dati raccolti da New America Foundation. Lo scenario principale di queste operazioni è stato senza dubbio il Waziristan, regione nord-occidentale del Pakistan, che è stata teatro di più di 400 attacchi prevalentemente contro militanti e leader dei Talebani e di Al Qaeda. Per quanto riguarda lo Yemen la campagna condotta contro AQAP ha visto più di 190 attacchi per la maggior parte dal 2011 ad oggi. In Somalia gli attacchi effettuati contro militanti di Al Shabaab sono stati molti meno, circa venticinque.

L’impatto della campagna di targeted killing sulla popolazione civile è stato un nodo cruciale del dibattito che ha scatenato forti critiche da parte dell’opinione pubblica. Le stime riportanotra le 3300 e le 4900 vittime totali degli attacchi con Predator e Reaper dal 2002 ad oggi considerando tutti e tre i contesti. Tra queste i civili sarebbero tra i 300 e i 380, circa l’8-9%.

I Presidenti

Barack Obama ha puntato fortemente sugli UCAV nella sua strategia antiterrorismo autorizzando circa 540 attacchi durante gli otto anni della sua Presidenza. Nel discorso del 2013 Obama si è esposto pubblicamente a favore dei droni armati sostenendo che abbiano salvato vite umane. L’ex Presidente degli Stati Uniti ha difeso con determinazione questi attacchi definendoli legali nel contesto della Guerra al terrorismo secondo il principio della self-defence e efficaci vista l’uccisione di numerosi affiliati di Al Qaeda di alto profilo e l’annullamento di molteplici trame terroristiche internazionali.

Il suo predecessore George W. Bush nello stesso lasso di tempo autorizzò meno di cinquanta operazioni. Questa sproporzione è dovuta probabilmente all’aumento del numero di Predator nel tempo e allo sviluppo delle tecnologie collegate più che a scelte strategiche di politica estera. Da questo punto di vista i droni armati sono stati compatibili con le scelte di politica estera di tutti i Presidenti americani che li hanno avuti a disposizione. La politica aggressiva di Bush ha dato il via all’armamento dei droni e al loro utilizzo nei vari contesti mentre durante il processo di disengagement avviato dall’amministrazione Obama il fenomeno Predator è esploso raggiungendo il picco nel 2010 con più di 120 attacchi.

Lo stesso Presidente Trump, fautore di una politica estera isolazionista, ha autorizzato trentaquattro attacchi nei primi sei mesi del suo mandato. Se questo trend si confermerà nei prossimi mesi, il 2017 potrebbe segnare una ripresa degli attacchi con UCAV in calo negli ultimi anni. In particolare in Yemen nel 2017 sono già stati registrati 27 attacchi contro i 42 di tutto il 2016.

Il pericolo che i droni armati vengano considerati come una panacea nella guerra al terrorismo è più che presente come Obama sottolineava nel suo discorso:

“The very precision of drone strikes and the necessary secrecy often involved in such actions can end up shielding our government from the public scrutiny that a troop deployment invites.  It can also lead a President and his team to view drone strikes as a cure-all for terrorism.”

Sviluppi futuri

Dopo 15 anni di utilizzo si può affermare che i droni armati hanno rivoluzionato le tattiche antiterrorismo ma gli sviluppi tecnologici in questo campo potrebbero renderli strategici anche nei conflitti tra Stati mutando gli equilibri internazionali.

L’evoluzione di questi velivoli si sta muovendo in più direzioni: droni invisibili ai radar (stealth) o più veloci per sfuggire alle difese nemiche, velivoli miniaturizzati e sciami(swarm) di droni utilizzati per superare la difesa contraerea.

Progetti per la costruzione di una nuova generazione di UCAV come il programma europeo Dassault  nEUROn o l’inglese BAE Systems Taranis sono in corso in molti Paesi ma è ancora difficile prevedere se porteranno realmente ai risultati voluti visti i limiti tecnologici presenti e gli enormi investimenti necessari.