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Power of Siberia 2 incarna il pivot to Asia russo

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Si è da poco concluso l’incontro della Shanghai Cooperation Organization (SCO) a Samarcanda, durante il quale Putin si è incontrato con i leader di Cina e Mongolia per accordarsi sulla costruzione di Power of Siberia 2. Ma il contratto per la costruzione del gasdotto ancora non arriva e vari ostacoli lo rendono difficile. Come era immaginabile, la guerra in Ucraina, le sanzioni occidentali e la guerra energetica con l’Europa stanno avvicinando sempre di più Mosca all’Asia.

L’Orso in cerca di acquirenti

Dall’inizio della guerra in Ucraina Putin sta cercando di trovare nuovi acquirenti per i suoi idrocarburi, in un tentativo di mantenere stabile il settore energetico russo, che rappresenta tra il 30 e il 40% del budget governativo. Per questo motivo Mosca si avvicina a Cina e India, che stanno approfittando del momento per comprare le materie prime russe a prezzi minori. 

Le sanzioni imposte da Stati Uniti e Unione Europea stanno causando gravi difficoltà all’economia russa, prova ne è la minaccia di Putin di chiudere i gasdotti se dovessero continuare. Se da un lato il leader russo afferma che il “blitzkrieg economico” è fallito, dall’altro i guadagni derivati dalla vendita di idrocarburi sono crollati negli ultimi mesi. Ad agosto essi sono diminuiti del 13% rispetto a luglio, meno 3,4% rispetto all’anno scorso. Questo a causa del fatto che Mosca è costretta a vendere i suoi idrocarburi ai Paesi asiatici a prezzi molto più bassi di quanto li vendesse in Europa. Un’eventuale introduzione di un price cap europeo provocherebbe ancora più danno all’economia russa, aumentando lo sconto sul prezzo degli idrocarburi per gli acquirenti rimanenti.

Spinta dall’aggressività economica di Stati Uniti e Unione Europea, Mosca si rivolge dunque all’Asia per sostenere il proprio sforzo bellico. Il vertice dell’Eastern Economic Forum (EEC) a Vladivostok e quello della SCO sono serviti a Putin per concordarsi con Xi Jinping sulla costruzione di Power of Siberia 2. Putin ha annunciato il raggiungimento di un accordo con il leader cinese per la realizzazione di questo gasdotto, lungo 2600 chilometri, che dovrebbe veicolare fino a 50 miliardi di metri cubi di gas l’anno, circa un terzo di quanto esportato in Europa nel 2021, dalla Siberia alla Cina passando per la Mongolia. Il presidente Khurelsukh ha già dato l’assenso al passaggio del gasdotto sul suo territorio. Power of Siberia 2 dovrebbe iniziare ad essere costruito nel 2024, ed entrare in funzione nel 2030, con una capacità molto simile a Nord Stream 1, che prima di essere chiuso il 2 settembre portava in Europa 55 miliardi di metri cubi di gas annui. L’erogazione di gas tramite Nord Stream 1 continua ad essere sospesa, finché non verranno riparate le presunte parti danneggiate.

La Cina energivora

Tuttavia, la costruzione di Power of Siberia 2 non è senza ostacoli. 

Anzitutto non vi è ancora un contratto tra le imprese energetiche russa e cinese, Gazprom e China National Petroleum Corporation (CNPC). In questo senso, gli incontri a Vladivostok e Samarcanda non hanno portato novità. In secondo luogo, un tale progetto richiede un grande sforzo economico, mentre sia l’economia russa che quella cinese sono in difficoltà a causa della guerra. Infine, la volontà di Pechino di acquistare una così grande quantità di gas è tutt’altro che certa. La domanda cinese è in forte calo rispetto all’anno scorso, anche a causa dell’aumento dei prezzi. 

Pechino riceve già il gas russo tramite Power of Siberia 1, la cui costruzione iniziò nel 2015, dopo la firma di un contratto trentennale da 400 miliardi di dollari, negoziato dopo l’occupazione russa della Crimea l’anno prima. Power of Siberia 1 raggiungerà la sua massima capacità, 38 miliardi di metri cubi annui, entro il 2025. In più, Pechino si è accordata con Mosca per ricevere il gas dall’isola di Sakhalin, attraverso il Mar del Giappone, tramite un gasdotto che raggiungerà i 10 miliardi di metri cubi nel 2026. I giacimenti russi nel mare al nord del Giappone non sono però ancora pronti, anche a causa di sanzioni preesistenti. 

La Cina ha anche contratti con Kazakistan e Turkmenistan, il cui gas costa meno di quello russo (320 dollari per mille metri cubi contro i 360 russi). Con il Turkmenistan Pechino sta anche negoziando un nuovo gasdotto che fornirà 25 miliardi di metri cubi l’anno, passando per Tagikistan e Kirghizistan. Un esperto industriale cinese spiega a Reuters che la Cina non avrà bisogno di Power of Siberia 2 prima del 2030, il che significa che la contrattazione per la sua costruzione sarà molto complessa e piena di rischi economici e politici.

Il fronte anti-occidentale

La guerra energetica tra Europa e Russia sta accelerando la tendenza di Mosca a voltarsi verso l’Asia. L’abbandono di Nord Stream 2 e il progetto di Power of Siberia 2 sono emblematici. Questo “pivot to Asia” russo è ormai iniziato da anni, da quando sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno assunto un atteggiamento più critico verso le politiche russe, specialmente in Ucraina e in Siria. La recente rivelazione americana che Mosca abbia finanziato partiti e leader occidentali per condizionare la politica dei loro Paesi a favore della Russia non stupisce e contribuisce a creare un clima di ostilità e sfiducia tra le due parti. Nonostante un tradizionale imperativo strategico spingerebbe Washington a provare a dividere i suoi due rivali, come fece Kissinger nel 1971, l’amministrazione Biden ha apparentemente puntato su un approccio duro nei confronti di Mosca, nel tentativo di renderla inoffensiva

Come era prevedibile, Putin si è dunque rivolto a India e soprattutto Cina, per controbilanciare l’aggressività americana. I giganti asiatici rappresentano grandi mercati dove poter esportare le proprie materie prime. In particolare, New Delhi sta cercando nuove vie per soddisfare il bisogno di petrolio. Dal 2012 l’India ha raddoppiato il suo consumo di petrolio annuo e oltre a rivolgersi ai tradizionali fornitori del Medio Oriente, tra cui spicca l’Arabia Saudita, New Delhi ha aumentato le sue forniture anche dalla Russia. Da aprile a giugno le importazioni di petrolio grezzo dalla Russia sono aumentate del 14%, superando quelle di Riyad. Attualmente il 22% di petrolio grezzo importato in India proviene dalla Russia. 

Il vertice di Samarcanda è stato utilizzato dai Paesi che ne fanno parte come la dimostrazione dell’esistenza di un fronte anti-NATO. Putin ha affermato che si stanno formando “nuovi centri di potere”, con al centro la Russia, la Cina e l’Iran, che si oppongono alla globalizzazione a guida statunitense. Pechino spinge sulla de-dollarizzazione dell’economia mondiale, mentre Ebrahim Raisi definisce la NATO una minaccia. In questo nuovo ordine globale, polarizzato dal conflitto in Ucraina, la presenza dell’India al vertice è significativa. New Delhi si è sempre mantenuta equidistante tra Oriente e Occidente, perché rivale sistemica della Cina, ma anche non amica dei colonizzatori occidentali. L’India mira a mantenere la sua autonomia, curando i rapporti sia con Washington in funzione anti-cinese, sia con Mosca e Pechino per non subordinarsi agli americani. A Samarcanda il premier Modi ha affermato che “non è tempo di guerra”. Washington rimane preoccupata da New Delhi, che non ha accettato di imporre sanzioni alla Russia, perché sa che non può spingerla nelle braccia di Pechino.

Restano da vedere le conseguenze geopolitiche a lungo termine di tale spostamento di baricentro della Russia verso l’Asia. Mosca rimane impantanata in Ucraina e la recente controffensiva di Kiev prefigura una guerra lunga ed estremamente faticosa per l’Orso. Il tentativo di sganciarsi dalla dipendenza economica e tecnologica dall’Occidente passa per un avvicinamento alle potenze asiatiche, e diventa sempre più necessario man mano che l’economia russa fatica a causa di sanzioni e impegno militare.

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