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I possibili impatti della crisi ucraina sulla politica estera americana

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L’invasione russa dell’Ucraina rappresenta forse una delle maggiori sfide lanciate al sistema unipolare americano da parte di un attore statale. Tale invasione rappresenta una diretta conseguenza di anni di fallimenti da parte dell’Occidente nel rispondere adeguatamente alla minaccia rappresentata dalla Federazione Russa, nonché una conseguenza del progressivo declino degli Stati Uniti, rappresentato in ultimo dal disastroso ritiro dall’Afghanistan. Tuttavia, per quanto la crisi ucraina rappresenti il culmine del lento processo di declino degli Stati Uniti e, più in generale, dell’Occidente, questo pesante attacco all’Ordine Liberale Internazionale potrebbe paradossalmente rivelarsi un’opportunità per il rilancio della leadership globale americana.

Impatto sulla National Security Strategy

L’ascesa di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti nel 2009 ha determinato una ricalibratura della politica estera americana, le cui basi erano in parte state poste già nell’ultima fase della Presidenza Bush. Ciò ha comportato un parziale disimpegno degli Stati Uniti da diversi teatri, controbilanciato da un forte impegno nella regione Indo-Pacifica volto a contrastare l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese.

Durante gli otto anni dell’Amministrazione Obama gli Stati Uniti hanno cercato attivamente una exit strategy dai conflitti in Afghanistan e Iraq e al fine di disimpegnarsi da lunghi e costosi sforzi  e, al contempo, hanno costantemente richiesto agli alleati NATO un aumento delle spese militari teso a ridurre i costi delle iniziative statunitensi in Europa. L’Amministrazione democratica, ha inoltre  tentato di ricucire i rapporti con la Federazione Russa, fortemente compromessi dopo il conflitto in Abkhazia e Ossezia del Sud del 2008. La National Security Strategy (NSS) pubblicata 2010 indicava la volontà di stabilire relazioni stabili con la Federazione Russa, richiedendo però il rispetto del diritto internazionale da parte di Mosca e dichiarando il supporto statunitense all’integrità territoriale dei paesi vicini alla Russia. Il tentativo americano di focalizzare la politica estera sull’Indo-Pacifico e di cercare relazioni amichevoli con la Russia è stato, però, costantemente frustrato da rinnovate necessità di un intervento in Medio Oriente e dalle conseguenze della Rivoluzione Ucraina del 2014. L’intervento militare russo in Ucraina del 2014 ha radicalmente cambiato l’approccio americano nei confronti di Mosca, portando Washington ad applicare pesanti sanzioni economiche a danno della Federazione Russa. Il forte mutamento dell’approccio americano nei confronti di Mosca è stato certificato dalla NSS 2017, che definiva ufficialmente la Federazione Russa come “potenza revisionista” intenzionata a minare la partnership transatlantica con l’Europa e la sovranità degli stati confinanti.

L’Amministrazione Trump ha adottato un approccio fortemente ostile alla Federazione Russa, in gran parte grazie all’influenza del Congresso, approvando la fornitura di equipaggiamento militare letale all’Ucraina, nonché il CAATSA ACT, che ha imposto ulteriori sanzioni a danno di Mosca. Inoltre, Trump ha legato qualsivoglia piano per l’eliminazione delle sanzioni alla Russia alla revisione e all’approvazione del Congresso.

A dispetto di tale approccio, negli ultimi anni non si era verificata alcuna radicale modifica del sistema di sicurezza NATO in Europa Orientale, né tantomeno un aumento del numero di truppe americane presenti nel Vecchio Continente, fortemente in declino dalla fine della Guerra Fredda. L’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa ha però determinato un brusco cambio di tale paradigma. In seguito all’azione militare avviata da Mosca, gli Stati Uniti hanno rinforzato il fianco destro dell’Alleanza Atlantica dislocando migliaia di truppe in Polonia, Germania e Paesi Baltici, portando il totale delle truppe statunitensi in Europa ai massimi dal 2005.

La nuova National Security Strategy dovrà necessariamente considerare questo nuovo assetto e avrà il difficile compito di bilanciare due crescenti necessità, il rafforzamento del fianco est della NATO allo scopo di garantire la sicurezza dei partner americani in Europa Orientale e la necessità di concentrarsi nell’area Indo-Pacifica per contenere l’ascesa della Cina.

Benefici per la politica estera americana

  • L’impatto sull’opinione pubblica. Uno dei principali effetti dei lunghissimi interventi militari condotti dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq è stata la crescita dell’avversione da parte dell’opinione pubblica americana verso interventi militari all’estero e, più in generale, il ritorno ad un forte sentimento isolazionista, il più forte da decenni. Un sondaggio condotto dal Pew Research Center nel 2013 indicava che il 52% degli americani ritenevano che gli Stati Uniti dovessero occuparsi dei loro affari a livello internazionale e lasciare che gli altri paesi si occupassero da soli dei loro affari. Ciò ha ovviamente avuto un impatto anche a livello politico, aprendo la strada a politici isolazionisti, o ostili a coinvolgimenti in contesti multilaterali. La Interim National Security Strategy 2021 adottata dal Presidente Biden ha cercato chiaramente di mostrare al pubblico americano la necessità di una politica estera attiva, nello specifico, le pagine 9 e 10 dichiarano esplicitamente che il rafforzamento e la modernizzazione delle varie alleanze e partnership a cui Washington partecipa, è fondamentale al fine di tutelare la sicurezza nazionale americana. Nelle fasi immediatamente precedenti al conflitto in Ucraina, diversi sondaggi hanno indicato come la maggior parte dell’opinione pubblica americana fosse favorevole a tenere gli Stati Uniti fuori dai negoziati in corso tra Russia e Ucraina. L’invasione ha determinato un brusco cambio di vedute da parte dell’opinione pubblica americana. La maggior parte del pubblico statunitense è ora favorevole all’invio di materiale bellico all’Ucraina,  all’imposizione di sanzioni alla Federazione Russa e, anche, all’invio di truppe in Europa Orientale. Si tratta di una delle posizioni più interventiste assunte dell’elettorato americano negli ultimi anni. Tale crisi pare aver mostrato al pubblico statunitense l’effettiva necessità di condurre una politica estera attiva, pertanto ciò potrebbe avere un impatto sulla politica interna americana, favorendo politici schierati su posizioni maggiormente interventiste.
  • Interdipendenza Energetica tra Unione Europea e Russia. Sin dall’approvazione dell’Energy Policy Act del 2005, gli Stati Uniti hanno attivamente perseguito una politica tesa, da un lato, all’ottenimento dell’autarchia energetica allo scopo di insulare la politica estera americana da possibili pressioni da parte dei propri partner energetici e, dall’altro, a divenire un esportatore netto di energia. La Presidenza Trump ha visto gli Stati Uniti aumentare nettamente le esportazioni di gas naturale liquefatto (LNG) verso l’Asia Orientale e l’Unione Europea. A riguardo, l’allora Segretario dell’Energia Rick Perry ha introdotto il concetto di freedom gas, consistente nella sostituzione delle importazioni di gas russo con LNG americano, al fine di minimizzare le capacità di Mosca di utilizzare l’interdipendenza energetica come strumento di pressione sull’Europa. Washington ha inoltre supportato l’affrancamento energetico dell’Ucraina dalla Federazione Russa attraverso diversi accordi volti ad incrementare la produzione di energia nucleare attraverso la costruzione di cinque reattori nucleari negli impianti ucraini già esistenti. Ciononostante, L’Europa negli ultimi anni ha in gran parte fallito nell’affrancarsi dalla dipendenza energetica dalla Russia che, anzi, è addirittura aumentata. I leader europei sono parsi poco disposti a lanciare iniziative volte ad un phase-out dal gas e dal petrolio russo, visti i costi e le conseguenze che avrebbero comportato. L’invasione russa dell’Ucraina ha però portato la Commissione Europea a varare un piano per l’affrancamento energetico dalla Russia. La fine dell’interdipendenza energetica tra Europa e Russia determinerà un indebolimento economico di Mosca, il cui budget governativo dipende ormai al 40% da gas e petrolio, la Federazione Russa perderà un formidabile strumento di pressione nei confronti dell’Europa, nonché un’importantissima leva negoziale. È quindi ragionevole supporre che in futuro l’Europa sarà molto più propensa a seguire gli Stati Uniti in iniziative di contenimento della Federazione Russa. Ciononostante, un ruolo importante nell’affrancamento energetico sarà svolto da diverse nazioni autoritarie e instabili quali Algeria, Qatar e Venezuela, in grado di sostituire le esportazioni di gas e petrolio russi. Potrebbe quindi risultare conveniente per gli Stati Uniti finanziare (sulla falsariga di quanto già fatto con l’Ucraina) la produzione domestica di energia europea, al fine di minimizzare i possibili impatti negativi che tali nazioni potrebbero avere sulla politica estera del Vecchio Continente.
  • Rafforzamento del sistema di alleanze americano. Negli ultimi anni, abbiamo assistito ad un aumento sempre crescente delle divergenze tra gli Stati Uniti e i partner europei. Il cd. Pivot to Asia avviato dall’Amministrazione Obama ha determinato, da un lato, un parziale allontanamento tra gli Stati Uniti e l’Europa sempre meno rilevante nella politica estera di Washington, dall’altro, la necessità per Washington di trovare modi per contenere i costi delle sue iniziative in Europa attraverso un maggiore impegno degli alleati. L’Amministrazione Obama ha più volte richiesto agli alleati di incrementare il proprio budget per la difesa sino al 2% del PIL, ma tale iniziativa è in buona parte naufragata. Negli ultimi anni le due sponde dell’Atlantico hanno fatto sempre più fatica a coordinarsi, gli stati europei, eccezion fatta per le nazioni dell’Europa Orientale, si sono mostrati poco propensi a seguire le richieste di Washington di aumentare la loro spesa per la difesa e i tentativi raggiungere un accordo commerciale hanno finito per arenarsi. L’ascesa di Donald Trump ha determinato un’accelerazione del processo, i partner europei non hanno supportato la scelta dell’Amministrazione Trump di rottamare l’Accordo sul Nucleare Iraniano e anche il tentativo del neopresidente di ottenere un accordo commerciale con l’UE su modello del Transatlantic Trade and Investment Partnership non ha portato grandi risultati. L’invasione russa dell’Ucraina ha comportato un rinsaldamento della partnership transatlantica dopo anni di allontanamento. L’annuncio dell’aumento delle spese militari da parte di Italia e Germania rappresenta il primo passo verso un generale processo di rafforzamento delle capacità di difesa europea, in linea con le richieste americane degli ultimi anni, tale rafforzamento renderà più agevole il contenimento della Russia da parte degli Stati Uniti e ridurrà i costi delle iniziative di Washington nel Vecchio Continente, contribuendo a conciliare la necessità statunitensi di mantenere le proprie posizioni in Europa con il sempre crescente coinvolgimento nel Pacifico.
  • Il rilancio della leadership americana. L’impatto dei lunghi conflitti in Afghanistan e Iraq e i risultati piuttosto controversi di questi ultimi, hanno seriamente minato la credibilità degli Stati Uniti e il loro ruolo come attore egemone nel sistema internazionale. Inoltre, i prolungati impegni militari hanno significativamente ridotto la volontà di Washington di intervenire per la gestione di crisi internazionali. L’invasione della Crimea del 2014 ha certificato la capacità di attori statali di contrastare efficacemente l’egemonia americana e il disastroso ritiro dell’Afghanistan ha determinato un ulteriore indebolimento della leadership mondiale statunitense. Le immagini di civili afghani in fuga hanno avuto un impatto mediatico devastante, percepito da molti come un segno del declino statunitense. L’azione militare russa in Ucraina ha però determinato paradossalmente un’opportunità per rilanciare la leadership globale americana. L’Amministrazione Biden, infatti, ha tempestivamente disposto l’invio di equipaggiamento militare all’Ucraina in coordinamento con i partner NATO, adoperandosi per la tutela della sicurezza energetica europea. La tempestività dell’azione americana e l’efficacia dell’equipaggiamento fornito all’Ucraina, dimostrano che gli Stati Uniti sono ancora in grado di agire con successo per difendere la sicurezza dei loro alleati. Tale crisi sta contribuendo ad allontanare lo spettro del disastro afghano, mostrando che l’America rimane un prestatore di sicurezza affidabile, ciò potrebbe rivelarsi decisivo nei confronti delle nazioni dell’Indo-Pacifico.

Conclusioni

In conclusione, pur comportando la necessità da parte degli Stati Uniti di gestire una crisi internazionale che li obbligherà ad investire risorse in un teatro tendenzialmente meno importante per gli interessi americani rispetto al passato, l’invasione russa dell’Ucraina rappresenta attualmente una grande opportunità per rilanciare la leadership globale di Washington e riaffermare il ruolo degli Stati Uniti come prestatore di sicurezza affidabile dopo anni di fallimenti che hanno seriamente minato la credibilità americana.

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