Possibili elementi di continuità tra le amministrazioni Trump e Biden

Alle ultime elezioni presidenziali americane, il candidato democratico Joe Biden ha battuto il presidente repubblicano uscente Donald Trump. Durante la campagna elettorale, Biden si è presentato come un candidato moderato che avrebbe posto fine alle intemperanze dell’amministrazione Trump e invertito gran parte delle politiche di quest’ultima. Tuttavia, su alcuni punti le due amministrazioni potrebbero essere molto più simili di quanto si possa immaginare.

Possibili elementi di continuità tra le amministrazioni Trump e Biden - Geopolitica.info

Medio Oriente

Fin dai tempi della Guerra Fredda, la politica estera americana in Medio Oriente è stata caratterizzata da uno strano dualismo, da un lato Washington appoggiava incondizionatamente Israele, dall’altro era alleata anche del blocco sunnita guidato dall’Arabia Saudita. Dal 1948 al 1994, gli Stati Uniti sono riusciti a mediare solo due accordi di pace tra Israele e paesi arabi sunniti, nello specifico Egitto e Giordania. Negli ultimi anni, l’ascesa dell’Iran e il progressivo deterioramento delle relazioni con i palestinesi, hanno portato il blocco sunnita e Israele ad avviare un’intensa cooperazione sotterranea, fortemente appoggiata dal principe saudita Mohamed Bin Salman (MBS). L’amministrazione Trump ha sfruttato questo processo ed è riuscita a favorire ben quattro accordi di pace tra Israele e paesi arabi, nello specifico con Emirati Arabi Uniti e Bahrain, i quali beneficeranno di una maggiore cooperazione economico-militare con Israele; il Sudan che – alle prese con la propria transizione democratica – ha sfruttato l’accordo per ottenere la rimozione dalla black list americana dei paesi sponsor del terrorismo, cosa che sbloccherà gli aiuti internazionali di cui Khartoum ha un estremo bisogno e infine, il Marocco che ha ottenuto il riconoscimento della propria sovranità sul Sahara occidentale. Difficilmente l’amministrazione Biden porrà fine a questo processo, in quanto si tratterebbe di una decisione fortemente impopolare e in ogni caso, il il presidente eletto dovrà comunque fronteggiare la minaccia iraniana, ergo non sarà disposto a spezzare quest’alleanza molto favorevole agli USA costruita nel corso degli anni con molta fatica. 

Debito pubblico

L’ultimo presidente a rimettere in ordine il debito pubblico americano fu Bill Clinton: la sua politica di collaborazione con il partito repubblicano al congresso che produsse leggi come il PRWORA ACT del 1996 e il Balance Budget Act del 1997, permise addirittura di arrivare ad un surplus di bilancio negli ultimi anni della sua presidenza. Da allora ogni presidente americano (incluso Trump), ha aumentato il debito pubblico, poiché i democratici non intendono tagliare i programmi di assistenza pubblica e welfare, mentre il GOP non vuole tagliare le spese militari e considerato che nessuno dei due partiti ha una maggioranza tale da poter legiferare da solo, ogni legge di bilancio è frutto di un compromesso tra le esigenze dei due schieramenti. Difficilmente Biden tenterà di tagliare le spese militari (specie dopo il riarmo promosso dall’amministrazione Trump), poiché finirebbe per inimicarsi i conservatori, allo stesso tempo non proverà neanche a tagliare i programmi di assistenza pubblica, poiché si inimicherebbe il suo stesso partito, in particolare l’area più radicale. Sebbene l’economia americana sia di gran lunga la più grande al mondo e continui nonostante tutto a crescere, il debito pubblico è ormai un problema e con un Congresso così diviso, non si vede una soluzione all’orizzonte.

Cina e libero commercio

Fin dai tempi della campagna elettorale del 2016, Donald Trump si è presentato come il candidato che avrebbe combattuto la Cina e le sue politiche commerciali scorrette nonché come la figura che avrebbe posto fine agli accordi commerciali avevano causato problemi di disoccupazione agli operai nel midwest: questa mossa politica fu decisiva per garantire la sua vittoria quattro anni fa. Da presidente, Trump si è mosso in maniera ondivaga, infatti pur ponendosi in aperta contrapposizione a Pechino, in ossequio alle sue promesse protezioniste, si è ritirato dal TPP, accordo che aveva come scopo proprio quello di contenere la Cina, dall’altro ha promosso una riforma del NAFTA, l’accordo di libero scambio dei paesi Nordamericani, trasformandolo nel più moderno USMCA. Inoltre Trump ha imposto pesanti dazi alle merci cinesi (danneggiando sia la Cina che i consumatori americani), osteggiando duramente la Cina sul 5G. È improbabile che l’amministrazione Biden (che ha preso molti voti proprio dagli operai del midwest), revochi i dazi contro la Cina e ritorni al libero commercio, gli operai americani – sempre più decisivi per vincere le presidenziali – non accetterebbero una mossa che sarebbe percepita come una concessione nei confronti della Cina.

Giudici conservatori

Sfruttando la politica di ostruzionismo attuata dal leader dei repubblicani al Senato Mitch McConnell (che trovò la massima espressione nel rifiuto di considerare la nomina alla Corte Suprema di Merrick Garland), che quale aveva generato molti posti vacanti nel sistema giudiziario americano, Trump ha nominato nel corso dei quattro anni della sua presidenza ben 54 giudici di Corte d’Appello e 3 giudici alla Corte Suprema, spostando decisamente a destra il sistema giudiziario americano. Poiché buona parte dei posti vacanti alle corti più importanti sono ormai stati riempiti, è improbabile che l’amministrazione Biden potrà invertire questa tendenza, data anche la presenza di un Senato che sarà composto da almeno 50 senatori repubblicani, tendenzialmente contrari a nominare giudici progressisti.


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Polarizzazione politica

Ormai da diversi anni, la politica americana è soggetta ad una fortissima polarizzazione, sfociata talvolta in episodi di odio reciproco o addirittura di migrazione interna. Salvo alcune materie quali l’USMCA e la prima parte dei pacchetti di stimolo per l’economia americana, democratici e repubblicani sono stati completamente incapaci di collaborare durante l’amministrazione Trump. Il presidente Biden, arriva alla Casa Bianca dopo un’elezione duramente contestata, caratterizzata da vittorie ottenute con scarti abbastanza risicati negli Stati chiave e dalla contemporanea avanzata dei repubblicani alla Camera, fatto molto inusuale in un ciclo elettorale dove ne esce vincitore il candidato del partito rivale. Sebbene si sia presentato come un candidato più “istituzionale” rispetto al suo predecessore, è improbabile che riuscirà in soli quattro anni, con un Congresso così diviso, a sanare le divisioni di un paese che non vedeva una tale distanza tra i due schieramenti politici che lo compongono da decenni.

Sebbene guidate da due presidenti profondamente diversi nel modo di fare politica, le due amministrazioni potrebbero in realtà rivelarsi molto più simili di quanto si creda. I prossimi quattro anni, nonostante ci si aspetti un approccio più improntato al multilateralismo soprattutto per quanto riguarda la politica estera, potrebbero riservare ben poche sorprese