Polonia: la locomotiva dell’est

Nel panorama dei paesi dell’ex patto di Varsavia, tra un persistente ritardo economico (vedi Bulgaria e Romania) e un risorgente revanscismo (vedi Orban in Ungheria e Fico in Slovacchia), un paese sembra riuscire, più degli altri, a coniugare crescita e stabilità: la Polonia. Il paese non è mai stato così prospero, sicuro e libero come in questo periodo negli ultimi 250 anni. Durante gli anni della grande recessione globale, 2007-2008, il PIL polacco è stato l’unico a crescere di una media del 6%.

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Le ragioni di questo successo iniziano da un piano di riforme varato nei primi anni ’90 dall’allora ministro dell’economia Leszek Balcerowicz. Questi ha attuato fermamente una rigorosa politica monetaria per contenere l’inflazione che a fine anni ’80 era arrivata al 649% annuo e per evitare bolle creditizie. Ha anche mantenuto una tassazione che, per quanto non molto bassa, non è mai sfuggita di mano, come in Ungheria, evitando una bolla fiscale. Oggi per il biennio 2015-2016 le previsioni di crescita sono del 3,4% con la disoccupazione in diminuzione al 8%, unico paese assieme alla Germania. E proprio i vicini ad Ovest, odiati nemici per secoli, sono tra i principali artefici della “nuova locomotiva dell’Est”.

Gli investimenti diretti esteri (Fdi) tedeschi in Polonia sono stati nel 2012 di 3,6 miliardi di euro, esattamente il doppio di due anni prima. Una “relazione speciale” da cui hanno tratto beneficio da entrambi i lati del confine: la Germania ha potuto trovare la sua Cina a pochi chilometri di distanza, con salari pari a un quinto di quelli domestici, agevolazioni fiscali (gli stranieri vengono esonerati dal pagamento dell’imposta sulle imprese almeno fino al 2026) e prezzi di logistica irrisori. La Polonia ha usato gli investimenti tedeschi e le generose sovvenzioni europee (in particolare per i settori dell’efficienza energetica, automobile, Ict e R&d) come benzina per un’economia di mercato giovane. In questo momento la Polonia ha bisogno di approvare tagli pesanti all’interno della pubblica amministrazione, di insegnare ad aziende e privati a risparmiare ma anche a investire di più, di convincere i cittadini che per loro ci saranno più opportunità in patria che all’estero, e lanciare nuovi settori industriali tecnologicamente più avanzati e puntare, contemporaneamente, sui servizi.

Nel paese però esiste una forte frattura economica, figlia delle vicissitudini della storia polacca, con ripercussioni politiche attuali. Gli analisti locali parlano di due paesi: la Polonia A e la Polonia B. La prima geograficamente corrisponde ai territori un tempo facenti parte del Reich tedesco e “donati” da Stalin alla Repubblica Popolare Polacca come “compensazione” per l’annessione della Galizia, della Podlasia e della Volinia all’URSS. Queste sono la Pomerania, la Lusatia ma soprattutto il bacino carbonifero e altamente industrializzato della Slesia. Anche le città di Varsavia e Cracovia, non geograficamente comprese, appartengono a questa zona economico-sociale del paese. La Polonia A, con una alta presenza del manifatturiero e legata da rapporti economici con la vicina Germania, risulta essere meno sensibile ai richiami nazionalisti e più vicina alle istanze europeiste.

La Polonia B è geograficamente composta dalla grande pianura della Masovia e dalla regione di Lublino. Questa zona, corrispondente invece al cuore dell’impero Jagellonico del XVII secolo, risulta essere ancora molto agricola, settore ancora importante dell’economia polacca (20 % del PIL). Qui il malcontento verso l’Europa è dato dagli obblighi comunitari in materia di pesticidi e conservanti e dalla concorrenza degli altri paesi comunitari che danneggiano i piccoli produttori. In questa area inoltre, abitata dai discendenti degli espulsi dai territori ad Est, il nazionalismo e i sentimenti russofobi sono diffusi.

Entrare nell’euro potrebbe essere l’occasione per la Polonia di appianare gli squilibri interni e vedere riconosciuta la propria economia come pienamente affidabile. Di sicuro questo non avverrà nell’immediato: attualmente è una scelta estremamente impopolare nel paese. Ci sono ancora delle riforme da fare come consolidare le finanze, rimuovere alcune regolamentazioni, rendere efficiente il settore pubblico. Se la Polonia aderirà all’euro, economicamente farà parte dei paesi nordici con un orientamento politico-fiscale filotedesco. Attualmente infatti più di due terzi dei polacchi ha una opinione positiva di Berlino.

Uno dei nodi irrisolti della Polonia resta quello energetico. Il paese produce annualmente 144 milioni di metri cubi di carbone. Questo provvede al 55% di consumo primario di energia ed al 75% di produzione di energia elettrica. Il suo forte impatto ambientale ha creato nel tempo frizioni con le direttive europee sul contenimento delle emissioni climalteranti. Il piano di sviluppo della rete energetica polacca ha previsto la costruzione di rigassificatori per accedere a fonti alternative di gas rispetto all’Orso russo, guardando soprattutto dal Qatar quale potenziale fornitore.

La Polonia stessa è ricca di giacimenti di shale gas stimato in duemila miliardi di metri cubi. Il governo polacco ha annunciato investimenti nello shale gas per oltre 12,6 miliardi di euro nei prossimi sei anni. Chevron e ConocoPhilips hanno lanciato una joint venture insieme alla compagnia di stato polacca, la PGNiG. Il North Stream però, uno dei principali pipeline che trasporterà il gas dalla Russia in Europa, non passerà per il territorio polacco ma per il mar Baltico. La decisione sembra che sia stata personalmente presa da Putin per punire l’orientamento russofobo della dirigenza polacca nella NATO e nella UE.

La Polonia è stata molto attiva nella costituzione del Partenariato europeo orientale allo scopo di allontanare dall’influenza russa Ucraina e Bielorussia. Rispetto agli eventi di Euromaidan la Polonia si è fatta comandante in capo per contrastare Putin. Già dai tempi della Rivoluzione Arancione ucraina del 2006 la Polonia aveva formato una brigata militare assieme a Lituania e Ucraina, la LITPOLUKRBRIG. In seguito all’annessione della Crimea ha richiesto l’invio massiccio di altre forze Nato in tutto l’est Europa e per prima si è mossa per instituire sanzioni contro la Russia. Nel febbraio 2014, in piena crisi politica ucraina, l’oblast di L’viv, fino al 1945 città polacca a tutti gli effetti, dichiarò in segno di protesta la secessione dal governo centrale di Kiev. Il quotidiano della minoranza polacca della città, Gazeta Lwowska, ha enfatizzato la notizia rammentando il passato della città. Varsavia ultimamente ha anche annunciato la costruzione di fortificazioni militari alla frontiera con Kaliningrad. Tutto ciò la dice lunga sulle relazioni polacco-russe: la Polonia vuole strappare L’Ucraina, un tempo parte dell’impero Jagellonico, all’influenza russa anche a costo di diventare “la mano” degli Stati Uniti in loco.

Oggi la politica polacca si trova a un bivio con due diversi leader ciascuno intenzionato a far percorrere al paese la propria strada: Tusk e Duda. Donald Tusk, attualmente Presidente del Consiglio europeo dal dicembre del 2014, è stato primo ministro dal 2007 al 2014. Durante il suo governo il paese ha continuato sulla via dell’apertura al mercato, dello snellimento della burocrazia e dell’abbassamento della pressione fiscale. Tusk attuò un piano nazionale per migliorare la rete infrastrutturale del paese. Fortemente europeista si batté contro l’allora presidente Kaczynsky per la ratifica del Trattato di Lisbona. All’interno della Ue riuscì a costruire un’alleanza politico-militare con Francia e Germania detta il “Triangolo di Weimar” suggellata nel 2011 con la nascita dell’omonimo battaglione militare . Nonostante non abbia alcun incarico governativo in Polonia resta una delle voci più ascoltate nel paese con i mass media che riportano quotidianamente le sue dichiarazioni.

Andrzej Duda, uomo relativamente nuovo della politica polacca, ha vinto le elezioni presidenziali del 2015 battendo il favorito Komorowski. Membro del partito Diritto e Giustizia, è l’espressione della Polonia profonda. Nazionalista e con idee stataliste in campo economico, Duda sembra voler cambiare rotta alla politica polacca. Al summit europeo dello scorso maggio si è fortemente battuto contro le quote di immigrati e ha espresso riserve sulla necessità dell’adottare l’euro. Detto questo però accostarlo a Orban è un abbaglio colossale. Duda resta pur sempre un conservatore democratico fortemente legato all’alleanza atlantica, più che un euroscettico è un politico prudente che spera di ottenere le garanzie economiche e il sostegno politico adeguato all’adesione all’eurozona. I suoi timori nei confronti dell’Unione Europea sono l’obbligo a partecipare agli aiuti per la Grecia e il rischio di una pacificazione al ribasso con la Russia in Ucraina.

La Polonia si trova in un punto di svolta, la vicinanza alla Germania e la condivisione delle politiche di austerità le grande danno rilevanza a Bruxelles. Gli Stati Uniti la vedono come il partner principale per contrastare Putin ma la Polonia dovrebbe sfruttare l’occasione di essere il ponte che collega “l’industria tedesca” con “l’energia russa” diventando un pilastro del nuovo ordine europeo.

Riuscirà la Polonia a consacrare la sua Terza Repubblica come nuova età dell’oro? Il momento per testarlo è questo.