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Politiche migratorie e d’asilo à la carte

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Dalla ‘crisi’ dei rifugiati del 2015 ad oggi, le politiche restrittive sui flussi migratori e la relativa proliferazione di accordi di soft law con i paesi terzi da parte dell’Unione europea e dei suoi Stati membri non hanno arginato gli arrivi di migranti e le perdite di vite umane sulle rotte del Mediterraneo, sebbene a scapito degli obblighi di protezione internazionale.
Inoltre, il processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere esterne dell’Unione non ha impedito la vasta reintroduzione dei controlli alle frontiere interne dell’area Schengen e gli effetti dell’anacronistico meccanismo del Regolamento di Dublino in seno ad una solidarietà tra Stati membri quanto mai disattesa.

Il paradosso liberale nelle politiche d’immigrazione 

In vista delle prossime tornate europee di giugno 2024, i risultati delle recenti elezioni olandesi prospettano un maggior supporto alle politiche di restrizione del diritto d’asilo e migrazione nell’Unione, in linea con la netta posizione ungherese, ancora incerti sviluppi polacchi e ampi margini di intesa con altri Stati membri.

Tuttavia, diffuse campagne anti-immigrazione trascurano il fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini extra-comunitari stabilitisi nell’UE percorra canali legali per ragioni lavorative, familiari o di studio (Eurostat) nel solco di ciò che Hollifield (1992) definisce il ‘paradosso liberale’.

Inoltre, consuete litanie sulla lotta alle cause profonde della migrazione si scontrano con fattori incessanti quali disastri naturali o provocati dall’uomo, conflitti e violenze alla base di sfollamenti forzati di massa, di cui il caso ucraino ne è un esempio, seppure affrontato come unicum nella storia dell’Unione europea. 

L’acquis comunitario, infatti, non prevede l’arrivo regolamentato di richiedenti asilo, a parte trascurabili corridoi umanitari su base volontaria, in tal modo inducendo ingressi irregolari di movimenti misti in territorio UE, siano essi richiedenti protezione internazionale o migranti economico-climatici.

Securitizzazione ed esternalizzazione 

Politicizzazione e restrictiveness (de Haas et al. 2018) possono cambiare le modalità con cui le persone migrano, piuttosto che incidere sul volume complessivo dei flussi o sulla loro composizione (Czaika et al. 2013), e ciò, nonostante reiterate istanze securitarie sulla migrazione irregolare nell’alveo della ‘Fortezza Europa’ (Rumford, 2006) al fine di salvaguardare la mobilità intracomunitaria attraverso l’esternalizzazione del controllo delle frontiere (Moreno-Lax et al. 2019).

La scelta di sancire una governance della politica migratoria e di asilo à la carte nell’ambito della dimensione esterna dell’Unione si è, quindi, sempre più indirizzata verso partenariati su misura con paesi terzi di origine o di transito al fine di ‘apportare la massima leva finanziaria con tutti i mezzi disponibili’. 

Infatti, nonostante la retorica su principi e valori sanciti nei trattati istitutivi, l’Unione ha dato un senso alla ‘crisi’ dei rifugiati del 2015 coinvolgendo i paesi terzi, siano essi ‘sicuri’ o ‘sicuri a priori’ (Panebianco, 2020), nel contenimento dei flussi, indipendentemente dallo status dei migranti. 

Siffatto processo di esternalizzazione ha alimentato l’idea fissa sulle politiche di rimpatrio e di riammissione, nonché sulla lotta ai trafficanti di esseri umani, nonostante gli effetti trascurabili di entrambe le crociate. 

Sebbene queste misure dipendano in larga misura da volontà e capacità dei paesi terzi partner, hanno avuto precedenza rispetto alla prevenzione di migliaia di morti sulle rotte del Mediterraneo (International Organization for Migration) in capo a narrazioni distorte sui fattori di attrazione delle migrazioni irregolari.

Inoltre, nonostante i trattati istitutivi UE garantiscano il rispetto dei principi della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, un ampio abuso di accordi di soft law con i paesi terzi non solo ha eluso ruoli e compiti della Corte di giustizia e del Parlamento, ma ha anche esteso casi indiscriminati di refoulement ed esternalizzato le responsabilità di protezione internazionale proprie dell’Unione e dei suoi Stati membri. 

Accordi di soft law con paesi terzi

La politica di esternalizzazione dell’Unione conta alcuni casi paradigmatici di accordi non vincolanti con paesi terzi per la gestione della migrazione sulle principali rotte di transito verso l’Europa. 

Lo statement tra UE-Turchia del 2016, perché di mero comunicato stampa si tratta, ha inteso prevenire gli arrivi irregolari in Grecia, in particolare di siriani in fuga dalla guerra civile, quale assenso politico frutto di un dialogo intergovernativo tra i membri del Consiglio europeo e la presidenza della Repubblica turca.

A prescindere dal grave arretramento dei diritti fondamentali in un discutibile paese terzo ‘sicuro’, l’Unione ha stanziato nove miliardi di euro nel periodo 2016-2023 per affidare alla legislazione turca la protezione temporanea, su base collettiva, di oltre quattro milioni di rifugiati senza, peraltro, evitare loro detenzioni arbitrarie e respingimenti di massa sanzionati anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. 

Ciononostante, tale approccio è servito da modello per l’attuazione di iniziative speciali con la Libia, sia dell’Unione europea (EUBAM Libia, EUNAVFOR MED) che di Malta e, soprattutto, dell’Italia attraverso il Memorandum d’intesa del 2017 ed i relativi rimandi al Trattato di amicizia italo-libico del 2008. 

Tali misure hanno sostanzialmente privilegiato il rafforzamento nella gestione delle frontiere da parte della Guardia costiera libica allo scopo di frenare le partenze dei migranti sulla rotta del Mediterraneo centrale, 

eludendo, in tal modo, qualsiasi politica di search and rescue in un paese in balia di milizie armate ed interessi internazionali concorrenti.

Il dossier libico ha certamente mostrato il lato più oscuro delle politiche europee di esternalizzazione per non aver impedito respingimenti indiscriminati, gravi violazioni dei diritti e perdite di vite umane. 

Eppure, nel 2023 un nuovo Memorandum d’intesa ha visto l’Unione europea spingersi anche in Tunisia per tentare di trasferire politiche proprie in una dimensione esterna in grado di offuscare lo stallo interno del tanto atteso Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo del 2020.

Le crisi interne all’Unione

Sebbene il termine ‘crisi’ sia ampiamente discutibile in relazione alla questione migratoria per via della sua normalizzazione, profonde criticità descrivono la spaccatura interna all’Unione in termini di performance del Regolamento Dublino e dello spazio Schengen.

Benché le anacronistiche disposizioni del Regolamento Dublino impongano sostanzialmente al primo Stato membro di arrivo l’esame delle domande di protezione internazionale, tragici naufragi nel Mediterraneo e numeri senza precedenti di rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni hanno portato il Consiglio dell’Unione europea ad introdurre nel 2015 un sistema di ricollocazione dei richiedenti asilo a supporto di Stati membri in prima linea, quali Italia e Grecia.

Con buona pace dei principi istitutivi di solidarietà ed equa ripartizione delle responsabilità tra Stati membri, in particolare nella politica comune di asilo, immigrazione e controllo delle frontiere esterne, il sistema di ricollocazione è stato delegittimato al punto da tradurlo in meccanismo puramente volontario in seno a preferenze intergovernative che poco hanno a che vedere con il processo d’integrazione europea.

In tal modo, si è acuito altresì il fenomeno dei movimenti secondari dei richiedenti asilo provocando la diffusa reintroduzione dei controlli alle frontiere interne Schengen che, lungi dall’essere solo misure temporanee di ultima istanza, rivelano una non celata propensione a collocare i migranti tra le minacce gravi alla sicurezza interna, al pari del terrorismo.

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