Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
25/11/2024
Europa

Bruxelles inasprisce la politica migratoria: Genesi di una fortezza europea?

di Lorenzo Avesani

Il Consiglio Europeo del 17 e 18 ottobre 2024 certifica uno spostamento verso un approccio securitario da parte di Bruxelles. Ciò è frutto della nuova ondata migratoria che sta colpendo l’Europa. Il c.d. “modello Albania”, la sospensione degli Accordi di Schengen e la militarizzazione dei confini nell’Europa orientale sono le risposte più immediate ma segnalano l’assenza di una politica comune per la tutela dei confini comunitari.

Il Consiglio Europeo del 17 e 18 ottobre 2024 certifica uno spostamento verso un approccio securitario da parte di Bruxelles. Ciò è frutto della nuova ondata migratoria che sta colpendo l’Europa. Il c.d. “modello Albania”, la sospensione degli Accordi di Schengen e la militarizzazione dei confini nell’Europa orientale sono le risposte più immediate ma segnalano l’assenza di una politica comune per la tutela dei confini comunitari.

Il Consiglio europeo del 17-18 ottobre 2024 ha sottolineato la priorità di rafforzare i confini dell’Unione Europea chiedendo alla Commissione con urgenza “una nuova proposta legislativa” per accelerare i rimpatri ed evocato la ricerca di una “soluzione europea” esplorando “nuovi modi (…) in linea con il diritto dell’UE e internazionale”. I principali promotori di questa nuova stretta includono sia Paesi ai confini dell’Europa, come Italia e Polonia, sia Stati più geograficamente centrali come Paesi Bassi e Danimarca.

La questione migratoria non è certo nuova, come dimostrano gli eventi del biennio 2015-2016, ricordato come un vero annus horribilis. Secondo i dati dell’UNHCR, 5,2 milioni di profughi e rifugiati entrarono in Europa i quali scapparono per conflitti e tensioni dal Medio Oriente e dall’Africa subsahariana. Le inedite dimensioni e la gravità della sfida portarono gli Stati membri a dividersi tra approccio umanitario di accoglienza e securitario di respingimento. Di contro, il fenomeno migratorio in corso ha dimensioni più ridotte rispetto al periodo sopracitato. I dati di Frontex segnalano che, nel 2024, il numero di attraversamenti illegali alle frontiere dell’UE è diminuito del 42% nei primi dieci mesi del 2024 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, dal 2021 ad oggi, il flusso migratorio è aumentato raggiungendo il picco nel 2023 (circa 380 mila), il dato più alto dal 2016.

Il fronte mediterraneo: il “modello Albania”

Il Mar Mediterraneo segna il confine meridionale dell’UE dal quale passano ogni anno migliaia di persone alla disperata ricerca di migliori condizioni di vita. La riacutizzazione del flusso migratorio nel Mediterraneo centrale ha portato l’Italia a ritagliarsi il ruolo di “leader” del gruppo di Paesi più intransigenti sulla questione migratoria. Difatti, Roma si trova assieme ad Atene, Madrid e La Valletta in prima linea sul fronte mediterraneo e, in passato, si sono percepiti abbandonati da Bruxelles sulla questione migratoria.

L’approccio del governo di Giorgia Meloni si basa sulla creazione dei return hubs”. I Centri per il Rimpatrio (CPR) sono strutture collocate al di fuori dei territori comunitari considerati sicuri dove vengono collocati i migranti irregolari in attesa di ricevere il diritto d’asilo o essere rimpatriati al Paese d’origine. Roma ha aperto questa strada il 6 novembre 2023 quando ha siglato l’accordo con l’Albania sui migranti. Sostanzialmente, Tirana riconosce a Roma il “diritto di utilizzo” di determinate aree per la costruzione dei CPR in cui verranno ospitati i migranti. Queste strutture, situate nel porto di Shengjin e nell’entroterra a Gjader, sono state inaugurate il 16 ottobre 2024..

L’accordo italo-albanese è stato accolto positivamente dalle altre cancellerie europee. Il “modello Albania” ha attirato l’interesse di altri quindici membri UE e della stessa Commissione europea. Infatti, Paesi Bassi e Danimarca stanno formulando accordi simili rispettivamente con Uganda e Kosovo. Inoltre, il “modello Albania” prende spunto da altre formule come l’accordo tra Regno Unito e Rwanda o quello tra Australia e Papua Nuova Guinea siglati nel 2023. Inoltre, il sistema dei Centri per i Rimpatri (CPR) solleva preoccupazioni sulla compatibilità con il diritto europeo e internazionale. Lo scorso 18 ottobre, il tribunale di Roma ha respinto la detenzione di sedici migranti in Albania, giudicando le misure italiane sui migranti incompatibili con le norme europee. Anche la “Coalizione Italiana Libertà e Diritti” e la “Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione” hanno avvertito del rischio di violazioni dei diritti umani, in particolare riguardo alle condizioni di detenzione.

All’estero, Germania, Francia e Spagna hanno espresso preoccupazioni riguardo al modello securitario, sottolineando come le iniziative unilaterali ostacolino la creazione di una politica migratoria comune. Tuttavia, anche questi Paesi hanno securitizzato la questione in tempi recenti. Berlino ha sospeso gli Accordi di Schengen dopo l’attentato di Solingen del 24 agosto, decisione seguita poi da altri sette Paesi. Parigi ha effettuato respingimenti a Ventimiglia mentre la Spagna ha militarizzato le enclavi di Ceuta e Melilla. Anche le istituzioni europee, in senso stretto, non hanno sollevato particolari obiezioni. Al contrario, lo scorso 28 ottobre, Bruxelles è riuscita a formalizzare, dopo anni, un centro di salvataggio in Libia finanziato con fondi europei, adottando la stessa logica di esternalizzazione del “modello Albania”.

La spirale militarista del fronte orientale. 

Gli Stati membri dell’Europa orientale sono tradizionalmente i Paesi più recalcitranti a politiche di accoglienza dei migranti e sono stati i primi a parlare di esternalizzazione dei flussi migratori. La loro posizione è, in confronto al “modello Albania”, ancora più radicale. Negli ultimi anni, i Paesi dell’Europa orientale hanno costruito infrastrutture militari, come le barriere tra Ungheria e Serbia, Polonia e Bielorussia, Finlandia e le Repubbliche Baltiche al confine con la Russia.

Da un lato, Varsavia, Helsinki, Vilnius, Tallin e Riga hanno denunciato l’uso del flusso dei migranti come arma di guerra ibrida da parte di Mosca e Minsk per destabilizzare la loro sicurezza interna. La Polonia è principale alfiere di questa istanza non solamente perché il teatro polacco-bielorusso è quello più caldo ma anche perché Varsavia è stata al centro di continui bracci di ferro con Bruxelles ed enti quali il Consiglio d’Europa ed organizzazioni umanitarie non governative le quali hanno denunciato violazioni ripetute del diritto internazionale.  

Dall’altro lato, la barriera eretta da Budapest è il simbolo della tolleranza zero verso gli immigrati clandestini da parte del Primo Ministro ungherese, Viktor Orbán, un gradino della sua agenda conservatrice ed illiberale in cui la tutela dell’identità è centrale. Difatti, le politiche e i discorsi della politica magiara inquadrano i migranti, specialmente quelli mediorientali e nordafricani, come minacce alle opportunità di lavoro, alla cultura e alla sicurezza pubblica nonostante Budapest sia solo un Paese di transito verso le nazioni dell’Europa Occidentale.

Tempi duri

L’approccio securitario e restrittivo dell’UE in tema di migrazione riflette un momento delicato: tra la transizione al secondo mandato di Ursula von der Leyen e il deterioramento della sicurezza ai confini europei. La vittoria di Donald Trump alle elezioni del 5 novembre scorso è un elemento ulteriore a favore dei partiti nazionalisti europei che fanno della difesa dei confini il loro cavallo di battaglia. Difatti, questi gruppi politici hanno performato bene alle ultime elezioni europee, scenario già avvenuto nel biennio 2015-2016, quando il palesarsi delle fragilità o dell’assenza di soluzioni europee condivise causarono l’exploit politico dell’euroscetticismo in diversi Paesi europei.
Le soluzioni analizzate precedentemente non sono né nuove né capaci di fare la differenza né lo sono le promesse dei demagoghi che insediano le democrazie europee. L’attuale politica intrapresa da Bruxelles frammenta una possibile azione comunitaria in tema di gestione della migrazione, un’interpretazione distorta dell’integrazione europea in ambito di difesa e sicurezza auspicata dall’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, nel suo rapporto.