Da candidato improbabile a presidente eletto, Donald Trump ha stupito e destabilizzato con una sconcertante semplicità il mondo della politica americana ed i suoi establishment. E così come è riuscito a ribaltare i pronostici della vigilia elettorale, il magnate newyorkese sembra oggi seriamente intenzionato ad imprimere un marcato cambio di rotta alla politica economica e alle relazioni internazionali degli Stati Uniti d’America.
1. Il fallimento del TPP e il riposizionamento degli States nello scacchiere internazionale
Il programma protezionista del neo-eletto presidente statunitense non era dicerto una novità. Ciononostante, l’annuncio del “piano dei 100 giorni” ha innescato un acceso dibattito sul ruolo futuro della superpotenza a stelle e strisce nel contesto globale. In particolare, la volontà di porre fine al progetto del Partenariato Trans-Pacifico (TPP) potrebbe rappresentare una eloquente chiave di lettura del tentativo di riposizionamento degli States nello scacchiere internazionale.
L’intesa trans-pacifica, i cui negoziati stagnavano dal 2008, avrebbe dovuto coinvolgere 12 Paesi economicamente rilevanti (USA, Canada, Messico, Perù, Cile, Vietnam, Singapore, Brunei, Malesia, Australia, Giappone e Nuova Zelanda) nell’intento di creare un’area di libero scambio nella regione, quasi totalmente liberalizzata e priva dunque di dazi e barriere doganali.
2. USA: da Obama a Trump. Dall’unipolarismo egemonico all’isolazionismo protezionistico.
Come ogni grande costruzione economica, il TPP era sostenuto da una precedente elaborazione politico-ideologica finalizzata all’attuazione della strategia del Pacific Pivot. Tale soluzione, sostenuta continuativamente negli anni da Barack Obama ed Hillary Clinton, era indirizzata non solo all’implementazione, ma anche al controllo politico del nuovo motore economico del mondo, rappresentante il 36% del PIL mondiale e dotato dei tassi di crescita più alti a livello planetario.
Clausola fondamentale per ritagliare agli States un ruolo “pivotale” nel Pacifico era l’esclusione della Cina dal partenariato, a dimostrazione della volontà statunitense di fornire alle economie dei Paesi del Pacifico un sotto-sistema politico e commerciale alternativo a quello cinese, unico vero competitor per la leadership mondiale del liberoscambismo.
Oltre a rafforzare il peso specifico della Repubblica Popolare di Cina in Asia e nel Pacifico, la politica di chiusura protezionistica del “make America great again!” implica conseguenze rilevantissime sia per l’economia della Repubblica Popolare Cinese e della Federazione Russa che per le relazioni europee con esse.
3.1. Un Pacifico a matrice cinese?
Morto un Papa, se ne fa un altro. Morto il TPP, si fa la RCEP. Dopo che anche il premier nipponico Shinzo Abe ha riconosciuto la perdita di senso di un TPP senza gli Stati Uniti, una serie di circostanze ha definitivamente spianato la strada alla Regional Comprehensive Economic Partnership.
Ufficialmente promossa a partire dal summit cambogiano dell’ASEAN del 2012, la RCEP si proietta ora nella regione pacifica come l’alternativa più corposa e necessaria dopo il fallimento del TPP. L’intesa cooperativa – preludio, secondo molti, di un futuro prossimo egemonizzato dal gigante cinese – si configurerebbe come una delle aree di libero scambio più grandi del mondo: un enorme e libero mercato per oltre 3 miliardi di persone (il 45% della popolazione mondiale), specchio economico di un PIL combinato superiore ai 21,3 trilioni di dollari americani (ossia il 40% circa del PIL mondiale). Comprensiva dei 10 Paesi dell’ASEAN più Cina, India, Austrialia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud.
Si delinea inoltre un’ulteriore prospettiva: nell’ultimo vertice dell’APEC di Lima del 20 novembre 2016, Xi Jinping ha ancor più posto l’accento sulla RCEP come primo passo verso la creazione di una forte e solida Area Asiatico-Pacifica di Libero Scambio (FTAAP).Trump cercherà prevedibilmente di aprire il dialogo coi cinesi, ma l’arma di ricatto dei dazi doganali rischia di non essere abbastanza affilata.
Ci si trova per cui dinanzi alla paradossale situazione in cui i liberali Stati Uniti attuano politiche protezionistiche laddove un Paese comunista si candida a leader globale del libero scambio.Emerge, così, in modo netto la sconfitta strategica del Pacific Pivot.
3.2. Un’UE più autonoma alla prova del nove
Come sottolineato da Geopolitical Monitor, “è probabile che gli alleati e i partner degli Stati Uniti rivaluteranno le loro relazioni con Pechino per via dell’accantonamento del TPP” e dei cambiamenti riguardanti il potere e l’influenza statunitensi nel mondo.
Ma le conseguenze della nuova politica estera a stelle e strisce vanno ben oltre la semplice ridefinizione dei rapporti coi mercati del Pacifico e con la Cina. La sostituzione del TPP con accordi bilaterali garantirà infatti una maggiore autonomia non solo a Washington, ma anche e soprattutto ai Paesi Membri dell’Unione Europea, finalmente liberi di discutere in totale autonomia le condizioni più propizie per i commerci internazionali.
È difficile oggi predire cosa cambierà, a livello qualitativo, nelle relazioni internazionali dell’Unione Europea. Di sicuro, però, l’approccio di Trump alla politica estera fa immaginare che anche il TTIP, simile e in un certo senso concatenato al TPP, alla fine non giungerà in porto. La stessa Angela Merkel ha espresso al Parlamento di Berlino la preoccupazione per un possibile fallimento del TTIP dopo quello del TPP,cui era strettamente legato.
“Cui prodest?”, si chiede la Cancelliera, che sicuramente pensa allo spettro delle economie russa e cinese. Ma se è vera la previsione diLuca Salvatici nel suo documento per la Conferenza dello European Trade Study Group (“The time is right: an analysis of timing in bilateral agreements implementation”, Parigi 2015), il decollo del TPP avrebbe ridotto di oltre il 4% i commerci tra UE e Paesi del Pacifico.
Insomma, quella europea è una fase di incertezza geopolitica; ciò implicheràdi certo una maggiore autonomia per i 28 Stati membri dell’UE dall’influenza americana; tuttavia, questa stessa indipendenza potrebbe rivelarsi una vera e propria arma a doppio taglio: se da un lato si potranno rinsaldare le relazioni politiche e commerciali coi mercati prima egemonizzati totalmente dagli USA, ritagliandosi uno spazio maggiore, è d’altronde innegabile che l’Unione di Bruxelles viva in questo frangente gli anni di crisi più difficili della sua storia. Schiacciatada una debolezza strutturale e asfissiata dalla dialettica fra austerità e populismi, l’UE rischia di disintegrarsi definitivamente dopo cambiamenti drastici e repentini quali la Brexit, l’elezione di Trump oltreoceano e i recenti cambiamenti del Sistema Internazionale.
Qualcosa, nel frattempo, si muove. E nel dinamico scenario europeo brilla all’orizzonte l’invitante stella della cooperazione con Pechino, tanto che il 16 Novembre Matteo Renzi ha incontrato il Presidente cinese Xi Jinping a Cagliari, annunciando l’accordo per l’apertura di una sede del colosso Huawei a Santa Maria di Pula e futuri negoziati per l’implementazione del settore turistico dell’isola.
Si aprono infine prospettive interessanti anche per ciò che concerne il rapporto di Bruxelles (e, forse ancor più, di Berlino) con Mosca: la fine delle sanzioni sembra oggi essere molto più vicina (la banca d’affari Morgan Stanley quota al 35% la possibilità di interruzione delle sanzioni nei primi due anni della presidenza Trump), e una ripresa a tutto tondo dei commerci darebbe all’UE la possibilità di rifiatare, potenziando le esportazioni e riconfigurando la propria bilancia commerciale.
L’Unione Europea sarà dunque chiamata alla prova del nove: vedremo così se quest’emblematica entità sovranazionale sarà capace di sopravvivere, innovandosi e sperimentando percorsi nuovi e inediti, oppure se collasserà in preda ad egoismi nazionali inconciliabili che dilagano nel Vecchio Continente.

