Politica estera americana: Trump, ovvero Obama al quadrato

Secondo copione, “the Donald” ha rotto gli schemi. Le sue affermazioni inerenti il ruolo della NATO, nonché la necessità che gli europei ne sostengano adeguatamente i costi di funzionamento, hanno generato un vespaio di polemiche. Suscitando, chiaramente, un acceso dibattito in Europa sui “rischi” di una sua ascesa allo scranno più ambito del mondo. In particolare, il vulcanico candidato repubblicano è finito – una volta di più – nel mirino di media e avversari di ogni parte del globo per aver posto in discussione l’automatismo di mutua difesa sul quale è imperniata l’alleanza atlantica.

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Nessun politico americano – a prescindere dall’affiliazione partitica – aveva mai espresso tanto chiaramente ciò che in molti, però, hanno spesso ricordato: gli Stati europei devono finanziare i propri apparati di sicurezza con almeno il 2% del PIL. Anche lo stesso Obama, nel corso di entrambi i mandati, non ha perso occasione per soffermarsi sull’esigenza che tutti i membri della Nato ne sopportino il peso economico, quel “non possiamo farcela da soli” che segnala la crisi del sistema di sicurezza sinora conosciuto. Washington non può e non vuole più sopperire a simili lacune, e i suoi taxpayer sono maldisposti verso un’Europa tanto deresponsabilizzata quanto insicura a causa delle molte minacce che gravano sui suoi confini. Robert Gates, segretario di Stato alla Difesa sia con George W. Bush sia con Obama, sottolineò con estrema puntualità questo concetto nel suo ultimo discorso davanti ai membri dell’Alleanza già nel 2011. Tale discorso, nella sua schiettezza tutta a stelle e strisce, resta ancora d’attualità, sembrando anzi una delle pietre angolari sulle quali Donald Trump sta impostando il suo programma di politica internazionale.

Se, dunque, le tensioni circa il ruolo della NATO non sono nuove alla classe dirigente ed all’opinione pubblica americane, esse si inquadrano in un più ampio spettro di dibattito sul ruolo stesso degli Stati Uniti nel mondo. Pulsioni isolazioniste hanno ripetutamente fatto capolino nella dialettica politica della superpotenza, attecchendo, seppur con gradazioni differenti, tra le fila sia dei democratici sia dei repubblicani. A tali pulsioni hanno sempre fatto da contraltare il mito – o la constatazione – dell’eccezionalità americana, l’autopercezione di alfiere della libertà, della democrazia e, non da ultimo, dell’ordine che da sempre pervade non solo le stanze dei bottoni di Washington, ma anche le menti e i cuori dei cittadini americani.

Le elezioni che, il primo martedì del prossimo novembre, opporranno Hillary Clinton a Donald Trump offrono un caso di studio paradigmatico del confronto tra queste spinte divergenti. Da una parte, la candidata democratica incarna una tradizione ben radicata in alcune presidenze recenti. Fu proprio il marito Bill il primo a mettere concretamente in pratica, nel 1999 in Serbia, quell’interpretazione in senso lato dell’art. 41 della carta delle Nazioni Unite nota come “intervento umanitario”, incentrata sulla possibilità di ingerirsi militarmente negli affari interni di uno Stato terzo per evitare crimini contro l’umanità. George W. Bush portò tale dottrina alle sue estreme conseguenze, aderendo alle tesi neocon sull’esportazione della democrazia. Certo, visti i tempi, Hillary Clinton non declamerà a gran voce la sua adesione a tale scuola di pensiero, anche per non sconfessare totalmente l’operato dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Dall’altra parte della barricata, l’immobiliarista più famoso del mondo presenta una visione radicalmente opposta. Una visione che, a ben guardare, costituisce un’evoluzione esponenziale della politica estera obamiana. Un paradosso, certo, ma anche una presa d’atto del sentimento strisciante di buona parte dell’elettorato. “America first”, il titolo con cui Trump ha battezzato il suo approccio alla politica estera, è un leitmotiv già noto ai sostenitori del Grand Old Party, affine al Country first di John McCain nella sua corsa presidenziale del 2012. L’Amministrazione Obama, pur richiamandosi alla nozione di estensione dello spazio democratico, ha adottato un approccio contenitivo e di basso profilo, inaugurando la politica del leading from behind e comprimendo gli sforzi militari ed economici americani in varie aree del mondo. Le crisi internazionali che hanno caratterizzato i suoi due mandati raccontano di un mondo che, orfano del “regolatore di ultima istanza”, si fa più instabile e frammentato. Alleati e avversari ne prendono atto, tentando di ovviare al disimpegno di Washington rimescolando le carte e tessendo trame sempre più fitte a livello regionale. Tre esempi su tutti: il Medio Oriente, quasi integralmente infiammato, sta sperimentando nuove alchimie in cui le alleanze consolidate fanno posto a nuove, spregiudicate amicizie. In Ucraina, Mosca ha capito per prima che l’amministrazione Obama avrebbe molto, molto faticosamente difeso davanti all’opinione pubblica interventi marcati a sostegno del governo di Kiev (la pregiudiziale antirussa di molti ambienti d’élite americani non attecchisce probabilmente con lo stesso vigore tra gli americani comuni). In Estremo Oriente, la scelta di fare del Pacifico il pivot della politica estera americana ha prodotto un inasprimento di alcune contese di lungo periodo tra i player del quadrante, più che un loro ammorbidimento: anche qui, gli alleati regionali della superpotenza sono scettici sul reale interesse degli Usa a difenderli davanti all’assertività dell’ingombrante vicino cinese. Stretta tra la voglia – o la necessità – di fare di Pechino un partner stategico e la dottrina del leading from behind verso i Paesi amici dell’area, l’America manda loro segnali contraddittori.

Nonostante le affermazioni di principio, pertanto, esiste un velato trait d’union tra la politica estera di Obama, per come concretamente dispiegata in questi otto anni, e l’approccio di Trump, per come declamato durante la campagna elettorale in corso. Non un approccio isolazionista tout court, in ogni caso: nel suo discorso di accettazione della candidatura, the Donald ha toccato le corde patriottiche dei delegati ricordando le “umiliazioni” alle quali la presidenza Obama avrebbe esposto il Paese, e ripromettendosi di sanarle. E confermando un impegno concreto alla sconfitta dell’Isis: ma questo non deve sorprendere, perché Trump ha sempre fatto mostra di voler contrastare ogni minaccia alla sicurezza nazionale, dentro e fuori dai confini del Paese.

Un paradosso, quindi: in politica internazionale, il mondo potrebbe assistere ad una torsione più decisa se dalle urne uscisse vincitrice Hillary Clinton, democratica, rispetto al repubblicano Donald Trump. Ma, al di là di ogni ricostruzione teorica, il quesito fondamentale riguarda l’interesse italiano ed europeo: in gioco c’è la sicurezza del Paese e del continente, in un momento storico nel quale essa è fortemente minacciata.