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#USA2024Politica estera americana: le differenze tra democratici e repubblicani

Politica estera americana: le differenze tra democratici e repubblicani

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Alle prossime elezioni presidenziali americane in programma per il 5 novembre 2024, si sfideranno due visioni del mondo parecchio differenti. Repubblicani e democratici, in materia di politica estera, hanno concezioni diverse rispetto al ruolo che gli Stati Uniti dovrebbero avere nella comunità internazionale. E in un contesto internazionale in cui le zone contese aumentano, gli interessi si fanno più intrecciati, i Paesi più interdipendenti e non esiste un metodo efficace di risoluzione comune delle controversie, le proposte per affrontare le crisi, le guerre, le minacce e i cambiamenti che caratterizzano i nostri giorni si fanno molto distanti.

Ucraina

La guerra in Ucraina ha ormai raggiunto il suo secondo anno e l’insofferenza è direttamente proporzionale al tempo che trascorre. È passato parecchio tempo dalla standing ovation bipartisan per il primo discorso al Congresso fatto dal Presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Se nei primi mesi di guerra democratici e repubblicani concordavano sulla necessità di sostenere soprattutto militarmente il Paese invaso, a distanza di due anni e con l’esercito ucraino in una fase di stallo, sono sorti molti dubbi e divergenze. I primi tentennamenti sono nati in seno al partito repubblicano già nel 2022, in particolare tra le file dei trumpiani che hanno cominciato a domandarsi se il sostegno militare non fosse eccessivo e di conseguenza se non lo fossero anche i pacchetti di aiuti dal valore di miliardi di dollari. La questione inoltre non è solo presente nel dibattito politico, ma è anche molto sentita in quello pubblico. Secondo una ricerca fatta dallo Chicago Council of Global Affairs lo scorso ottobre, sebbene ancora 6 americani su 10 siano favorevoli a continuare a sostenere l’Ucraina, la quantità di persone che invece non vorrebbe fornire ulteriore sostegno è aumentata rispetto ai mesi precedenti. Tra questi, coloro che hanno un approccio “America-first”, ovvero i sostenitori di Trump, sono quelli che criticano maggiormente il continuo sostegno dell’amministrazione Biden a Kiev. L’insofferenza si è fatta ancora più evidente nel mese di dicembre 2023, quando i Repubblicani al senato hanno bloccato una proposta di legge riguardante gli aiuti sia per l’Ucraina che per Israele. I democratici invece hanno chiesto che fosse approvato un nuovo pacchetto di aiuti per onorare gli impegni presi in materia di aiuti umanitari e di difesa. Emerge da questa breve analisi una chiara differenza di vedute. I democratici enfatizzano la necessità di difendere la sovranità del Paese e di respingere l’esercito di Putin per difendere anche la libertà e la democrazia occidentali. Ne fanno quindi una battaglia di valori che, se persa, reputano possa dare slancio alle ambizioni geopolitiche di molti Paesi oltre a quelle della stessa Russia. I repubblicani hanno invece una visione tendenzialmente più isolazionista che li porta a focalizzarsi sui problemi domestici del Paese che loro percepiscono come priorità, come la crisi migratoria al confine con il Messico o l’inflazione. Questo comporta generalmente un minor impegno all’estero e minori tendenze interventiste. Trump ha spesso dichiarato che, se diventasse presidente alle prossime elezioni, sospenderebbe immediatamente gli aiuti e “farebbe finire la guerra in ventiquattro ore”. Tra gli altri (ormai ex) candidati repubblicani, solo Nikki Haley e Chris Christie sostengono che si debba continuare con la fornitura di aiuti.

Cina 

I rapporti fra la Cina e gli Stati Uniti sono cambiati notevolmente nel corso degli ultimi decenni. Se si guarda ai report in cui viene delineata la National Security Strategy statunitense dalla fine degli anni ’80 al 2017, emerge chiaramente un climax negativo nella postura adottata nei confronti della Cina. Se dai rapporti risalenti agli anni dell’amministrazione Regan emerge come gli Stati Uniti ambissero a cooperare con il Dragone, ad inserire il Paese nel sistema economico globale e a collaborare in diversi ambiti di reciproco interesse, ciò non è altrettanto evidente durante la presidenza Trump. La percezione di questo Stato come una minaccia alla sicurezza nazionale si evince chiaramente dal report dell’amministrazione Trump che menziona sin da subito la Russia e la Cina come “avversari che evolvono i loro metodi per minacciare gli Stati Uniti e i loro cittadini”. Report che sostiene che “concorrenti come la Cina rubano proprietà intellettuale degli Stati Uniti per un valore di centinaia di miliardi di dollari”. Evidentemente molto è cambiato dai tempi dell’amministrazione Clinton, quando l’enfasi era posta più sulla necessità di collaborare che sulla competizione strategica. Già nel 2015, sotto la presidenza Obama, nella cover letter del report relativo alla National Security Strategy, il Mare Cinese Meridionale veniva menzionato come luogo in cui avrebbe potuto prendere avvio un’escalation fra i due Stati e non solo, si sottolineava come il programma di sviluppo militare della Cina fosse sotto attento controllo da parte degli Stati Uniti. 

L’innalzamento vero e proprio dei toni si ebbe a partire dall’era Trump, come si evince dalle prime righe del report risalente al 2017: ‘’Cina e Russia stanno sviluppando armi e capacità avanzate che potrebbero minacciare le nostre infrastrutture critiche e la nostra architettura di comando e controllo’’. In questi anni, i Repubblicani percepivano la Cina come minaccia diretta e tale visione è arrivata con un certo anticipo rispetto ai democratici, che nell’era Trump ritenevano ancora il principale nemico la Russia. 

Durante il mandato di Trump i rapporti fra i due Paesi si fecero molto tesi anche e soprattutto per il populismo e il nazionalismo che caratterizzavano l’ideologia e il modo di governare della sua amministrazione. Populismo e nazionalismo per definizione hanno bisogno di identificare un nemico esterno e, per Trump, esso era proprio la Cina. Dal 2019 in poi vi sono stati una serie di fatti che hanno esacerbato la visione negativa dei repubblicani nei confronti del Dragone, fra cui la pandemia da Covid-19 e le tensioni legate allo Stretto di Taiwan. Sebbene poi anche durante la presidenza Biden uno dei primi obiettivi fosse quello di contenere la Cina, i rapporti, soprattutto in seguito all’incontro fra Biden e Xi nel novembre del 2023, si sono fatti un po’ meno tesi. Anche se non si può dire che i democratici non vedano la Cina come minaccia alla sicurezza nazionale, si può notare come questi siano notevolmente più concentrati sulla minaccia proveniente dalla Russia. Inoltre, lo stesso tentativo di porre le basi per un nuovo dialogo fra i due Stati è stato avviato proprio per iniziativa dell’Amministrazione Biden.

Iran 

Il rapporto fra Stati Uniti e Iran ha spesso diviso repubblicani e democratici. Questo Stato viene percepito come quello più pericoloso per gli Stati Uniti in Medio Oriente. I due partiti sono divisi tra un approccio più duro, sostenuto soprattutto dai Repubblicani, e una ricerca attiva del dialogo, voluta invece dai democratici. Nel 2015 venne negoziato e firmato dall’allora Presidente democratico Barak Obama l’accordo sul nucleare, da cui gli Stati Uniti si ritirarono unilateralmente nel 2018, ripristinando anche le sanzioni secondarie precedentemente sospese. L’amministrazione Biden ha successivamente cercato di ripristinare l’accordo per allentare le tensioni con il Paese. In generale l’approccio tenuto da Trump fu decisamente più muscolare rispetto a quello del suo predecessore e del suo successore. Un fatto esemplare da questo punto di vista fu il raid americano in territorio iracheno contro uno dei generali più influenti del paese, Qassem Suleimani. Trump aveva adottato la strategia della “massima pressione”, tentando di spingere il regime, tramite sanzioni e isolamento, a rinegoziare l’accordo sul nucleare con le condizioni americane. Prima che la situazione fosse quella del giorno d’oggi, anche Biden aveva cercato di riavviare il dialogo e la distensione, ottenendo però scarso successo. La distanza fra i due partiti riguarda nuovamente la percezione di quelli che possono essere o non essere gli interessi americani. Mentre i Repubblicani si concentrano maggiormente sulla sconvenienza dell’accordo sul nucleare per gli Stati Uniti, i democratici ritengono invece più importante instaurare un dialogo per evitare una nuova guerra con un Paese molto potente e con alleanze pericolose. Non solo, dal “pivot to Asia” voluto da Obama, ovvero dalla volontà di “ruotarsi” e spostare l’attenzione verso la Cina, è cominciato un processo di allontanamento dal Medio Oriente. Gli USA tentano ormai da anni di riformulare il coinvolgimento diretto nella regione in quanto non è più un loro interesse prioritario.

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