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La politica estera dell’Africa sub-sahariana verso Israele: la fine di una contraddizione?

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Sin dalla fondazione dell’Unione Africana (UA), Israele ha mostrato a più riprese l’interesse a parteciparvi in veste di membro osservatore, ma senza successo; nel 2021, al suo terzo tentativo, ha finalmente raggiunto questo obiettivo, facendo emergere tensioni e divisioni in tutto il continente africano. La questione ha essenzialmente riaperto la questione irrisolta – almeno dagli anni ’70 – della politica estera a “due facce” generalmente adottata dall’Africa sub-sahariana nei confronti dello Stato ebraico.

Breve storia dei rapporti tra Africa sub-sahariana e Israele

Le prime relazioni tra Africa sub-sahariana ed Israele hanno origine sin dalle prime fasi del processo di decolonizzazione dell’Africa. Iniziati con il Ghana nel 1956, Israele stabilì legami diplomatici con molti dei nuovi Stati africani indipendenti della regione centro-occidentale, impegnandosi in molti programmi di aiuto specialmente nei campi dello sviluppo economico, condivisione delle conoscenze tecnologiche e sicurezza.

Questo andamento entrò gradualmente in crisi durante gli anni ’60. La fondazione dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) nel 1963 complicò lo sviluppo ed il mantenimento delle relazioni tra Africa sub-sahariana ed Israele; dal momento che la nuova organizzazione continentale africana incluse anche gli Stati nordafricani, la causa araba accrebbe la sua influenza nel resto del continente. Non di meno, Israele stesso fu in parte responsabile di questo allontanamento a causa di alcune scelte di politica estera che destarono molti paesi africani ad assumere posizioni di condanna: oltre alle conseguenze della guerra arabo-israeliana del 1967, la maggioranza degli Stati africani trovò inaccettabile il crescente sostegno politico, economico e militare di Israele verso i governi di minoranza bianca e coloniali all’epoca ancora attivi in Africa australe. Lo schieramento con Sudafrica, Portogallo e Rhodesia del Sud (attuale Zimbabwe) fu una scelta che agli occhi degli Stati africani si scontrava apertamente sia con gli ideali pan-africani che con uno degli obiettivi centrali dell’OUA, ovvero il sostegno delle lotte di liberazione contro il colonialismo e i regimi razzisti al fine di «sradicare ogni forma di colonialismo in Africa» (Carta dell’OUA, 1963).

Alla fine del 1972, molti Stati africani avevano interrotto le loro relazioni bilaterali con Israele, ma il punto di rottura definitivo arrivò in occasione della quarta guerra arabo-israeliana del 1973. In seguito a quel conflitto si verificò un generale allineamento da parte del continente africano verso posizioni di condanna e rigetto nei confronti di Israele. L’iniziale successo militare della coalizione araba, unito al crescente senso di solidarietà condivisa dagli Stati africani a maggioranza musulmana (che non implicava sempre devozione incondizionata) e alla inevitabile analogia delle occupazioni militari messe in atto da Israele con la situazione in Africa australe – tema efficacemente usato dalle diplomazie arabe – furono i principali motori che determinarono questo cambiamento tra i paesi dell’Africa sub-sahariana, nonostante qualche resistenza. Inoltre, ciò inevitabilmente comportò il sostanziale allineamento del gruppo africano in sede ONU a favore della causa arabo-palestinese (uno schieramento che permane ancora oggi). 

Tuttavia, non ci volle troppo tempo per una normalizzazione, dal momento che alcuni Stati africani iniziarono a ripristinare relazioni diplomatiche con Israele già a partire dai primi anni ’80, seguendo la via dell’Egitto. Dopo la caduta del regime di apartheid in Sudafrica, verso la fine degli anni ’90 quasi tutti gli Stati dell’Africa sub-sahariana avevano già ristabilito relazioni bilaterali con Israele, ma senza che ciò avvenne in altrettanto modo nei contesti multilaterali.

Dopo un complicato inizio di millennio tra le due parti, il governo israeliano ha gradualmente riacquistato interesse per l’Africa sub-sahariana e, soprattutto a partire dal 2010, ha iniziato ad impegnarsi nuovamente in molte iniziative diplomatiche e di cooperazione nel continente africano. Tra queste, sono di notevole importanza le iniziative legate alle attività di contrasto e lotta al terrorismo, l’impegno svolto in Africa occidentale durante l’epidemia di ebola del 2014-2016, l’aumento della presenza diplomatica negli Stati africani, e – supportato dal successo degli accordi di Abramo – la normalizzazione o la ripresa delle relazioni con  diversi Stati, come Chad, Sudan e più recentemente, Marocco.

Il dibattito sull’accreditamento di Israele presso l’Unione Africana

Il contesto storico delle relazioni tra Africa sub-sahariana ed Israele fin qui brevemente presentato è sostanzialmente rimasto non affrontato dal dibattito intra-continentale fino allo scorso luglio, quando Moussa Faki Mahamat – l’attuale Presidente della Commissione UA – ha acconsentito a garantire ad Israele lo status di membro osservatore presso l’UA. La decisione è stata immediatamente contestata da un cospicuo gruppo di paesi africani, guidato da Algeria e Sudafrica: oltre ad essere composto da quei paesi che non riconoscono lo Stato israeliano, ha trovato ampio sostegno proveniente dall’Africa australe, e si è opposto a quello che ritiene essere una decisione unilaterale che eccede la competenza legale del mandato garantito al Presidente della Commissione UA, al tempo stesso riaffermando l’impegno politico a favore della causa palestinese e la condanna nei confronti di Israele. Il gruppo ha inoltre fatto appello al mantenimento della stessa linea politica adottata dalla maggioranza degli Stati africani all’interno delle organizzazioni internazionali, come la stessa UA e, soprattutto, nell’ONU.

La questione, rimasta irrisolta per diversi mesi, ha trovato uno spazio di discussione nell’agenda della 35° sessione ordinaria dell’Assemblea UA (5-6 Febbraio 2022) allo scopo di raggiungere una soluzione. In quell’occasione, il Presidente della Commissione UA ha avuto possibilità di spiegare ufficialmente la sua decisione all’Assemblea: oltre alla decisa affermazione della piena legittimità delle sue azioni, ha apertamente espresso la sua perplessità di fronte all’evidente contraddizione di una così forte opposizione dal momento che la schiacciante maggioranza degli Stati africani – all’incirca quattro su cinque membri dell’UA – mantiene relazioni diplomatiche con Israele. A complicare ulteriormente il dibattito è intervenuta anche la partecipazione del primo ministro palestinese, Mohammad Shtayyeh, al quale è stata data la possibilità di esprimere la sua esplicita condanna per l’accreditamento di Israele lanciando un appello affinché l’Assemblea revochi la decisione, in quanto «Israele non dovrebbe essere ricompensata per la sua violenza e per il regime di apartheid che impone alla popolazione palestinese».

Il contrasto tra queste visioni opposte, alle quali si aggiunge la posizione incerta di molti Stati africani, ha generato una nuova impasse: l’Assemblea ha preso atto della situazione di stallo adottando la Decisione 820(XXXV) con la quale è stata stabilita la creazione di un comitato ad hoc con il compito di valutare la situazione ed in seguito di «riferire alla prossima sessione dell’Assemblea». Il comitato non ha dunque un vero e proprio potere decisionale sulla questione, dal momento che la parola finale spetterà comunque all’Assemblea; tuttavia, sarà interessante vedere il risultato della sua valutazione dal momento che i membri designati del comitato (si veda la mappa sottostante) rispecchiano le divisioni e le incertezze assunte dall’intero continente.

Conclusioni

Nonostante il fatto che lo status di osservatore non garantisce di fatto alcuna particolare prerogativa o potere all’interno dell’UA, una conferma da parte dell’Assemblea sarebbe un successo diplomatico di rilievo per Israele, poiché rappresenterebbe un segnale positivo per le sue relazioni con i paesi in via di sviluppo in generale, un mondo dal quale ha sempre avuto enormi difficoltà ad ottenere consenso e supporto.

L’approccio doppio standard adottato dalla maggioranza degli Stati africani nei confronti di Israele definisce una situazione dove le relazioni bilaterali sono ben accolte ed auspicate dai singoli Stati, mentre una posizione di opposizione e condanna prevale quando agiscono come attore continentale. Questo comportamento ambiguo è soprattutto il risultato di una pressione percepita dagli Stati africani che da un lato riconoscono il potenziale e sono attratti dai benefici che la cooperazione con Israele può garantire, ma al tempo stesso sono limitati in tal senso a causa dell’esitazione provocata dalla difficoltà di concepire qualsiasi tipo di supporto politico. Questo avviene perché: gli Stati arabi mantengono – attraverso solidarietà religiosa, aiuti economici e la mediazione degli Stati nordafricani – una profonda influenza nel resto del continente; il peso dell’eredità storica del colonialismo e dell’apartheid rendono ancora inconcepibile, soprattutto per l’Africa australe, qualsiasi forma di supporto politico verso Israele; l’enorme importanza per l’Africa di garantire il presupposto dell’esistenza di un’unità continentale all’interno di varie organizzazioni internazionali.

Questo recente avvenimento ha potenzialmente scatenato una rottura nello status quo che può avere conseguenze significative non circoscritte solamente al futuro delle relazioni tra Africa ed Israele, ma anche per le sue dinamiche intra-continentali e la sua collocazione all’interno dell’ordine internazionale.

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