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PMC, minacce ibride e info-war – Intervista a Matteo Bressan

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Con l’obiettivo di comprendere la compenetrazione tra minacce ibride, instabilità politica e nuove sfide per la NATO e l’Italia, Geopolitica.info ha incontrato Matteo Bressan, analista e componente del Comitato Scientifico del NATO Defense College Foundation con alle spalle diverse esperienze di insegnamento in molteplici atenei e istituti di alta formazione delle Forze Armate italiane.

Matteo Bressan, NATO Defense College Foundation

Negli ultimi anni, l’impiego di forze non regolari in operazioni militari è divenuto un tema sempre più rilevante nel dibattito sulle nuove forme di conflitto. A destare grande interesse e preoccupazione in questo senso è stato il diffuso impiego di unità afferenti alle Private Military Companies da parte della Federazione Russa, che ha dispiegato in diversi contesti di crisi i reparti del Gruppo Wagner, la più “famosa” compagnia di sicurezza privata russa. Quali sono quindi le specificità di queste Compagnie e dei loro interventi? 

L’impiego delle PMCs ed in particolare della Wagner è cresciuto in misura esponenziale con la presidenza Putin. Versatili e al tempo stesso economiche le PMCs sono uno strumento ideale per una superpotenza troppe volte definita in maniera semplicistica “in declino” e desiderosa di perseguire la sua agenda internazionale senza esporsi ad eccessivi rischi. Esse possono essere impiegate per stabilizzare regimi amici in difficoltà, come avvenuto in Siria dal 2015, sia come forma di copertura per le attività delle forze speciali russe sia come istruttori militari. Le PMCs russe possono fornire differenti tipologie di servizi che vanno dal supporto tattico con mezzi corazzati, fanteria meccanizzata e unità di artiglieria alla consulenza, all’addestramento di forze locali e all’attività d’intelligence. Inoltre, l’addestramento presso strutture militari e dell’intelligence russa, così come il coordinamento sul campo di battaglia siriano con gli Hezbollah ed altre milizie sciite, rendono la Wagner un moltiplicatore dell’influenza russa in Ucraina, Medio Oriente, Africa e Sud America.  Proprio in Siria la Wagner ha beneficiato in passato di un quarto dei profitti dei giacimenti di petrolio e gas di cui si impadroniva per conto del regime di Assad. Questi accordi hanno un impatto irrilevante per l’economia russa ma sono da intendersi come una ricompensa per Yevgeniy Prigozhin, il finanziatore della Wagner. 

Il dibattitto sulle nuove modalità di conduzione della guerra ha conosciuto una significativa espansione dopo l’intervento russo in Crimea del 2014 e il contemporaneo consolidamento delle operazioni asimmetriche cinesi nel Mar Cinese Meridionale. In questo contesto come si inseriscono le PMC nella cosiddetta guerra ibrida e come possiamo definire questa nuova forma di conflitto? 

Uno dei motivi per i quali la Russia utilizza tali gruppi è quello di minare la capacità dei suoi avversari di prendere decisioni chiare e rapide. In questa ottica, le PMCs sono una componente della info-war, in cui l’obiettivo è confondere ed inibire gli avversari dal reagire. Sin dal conflitto in Ucraina le PMCs russe hanno agito, nonostante la loro natura privatistica, come un moltiplicatore di forze del Cremlino, estendendo l’influenza in diverse aree di crisi. Attraverso il dispiegamento di PMCs la Russia esercita una nuova variante della guerra ibrida aumentando la propria influenza all’interno di aree di crisi attraverso il congelamento dei conflitti insieme ad altri attori regionali, come avvenuto in Siria e in Libia. Il fatto che la Wagner abbia appoggiato le forze di Haftar nell’offensiva del 2019, così come la permanenza dei suoi uomini in Libia, non ha pregiudicato l’azione diplomatica di Mosca nel sostenere il governo di unità nazionale del Premier Dbeibah. Parallelamente alla permanenza della Wagner in Libia, la Russia ha avviato colloqui con l’esercito libico della parte occidentale del paese con l’intento di ristrutturare ed unificare in futuro le forze armate libiche. Una condotta, quest’ultima, che conferma la versatilità con la quale Mosca riesce ad operare con i diversi protagonisti del puzzle libico sfruttando tutti gli strumenti del potere nazionale: diplomatico, informativo, militare ed economico (DIME).

Con la cosiddetta “Dottrina Gerasimov”, l’intervento russo in Crimea è stato considerato l’archetipo della guerra ibrida del XXI secolo, ma possiamo registrare modalità analoghe di impiego non lineare della forza da parte di altri attori statali o non statali? È possibile identificare un “modus operandi” nell’uso della violenza da parte di potenze revisioniste, a livello globale o regionale, dell’ordine liberale?

Una prima dimostrazione di guerra ibrida, a lungo teorizzata, prese forma con la guerra Israele-Hezbollah dell’agosto 2006. A quel tempo, la comunità strategica occidentale fu colta di sorpresa dalle sofisticate capacità dell’attore non statale libanese, che teneva testa alle Forze di Difesa Israeliane (IDF), strutturate su una forza aerea eccessivamente fiduciosa nell’efficienza della sua capacità di attacco strategico e su un esercito fatto su misura per i conflitti a bassa intensità nei territori palestinesi. Nella guerra dei 34 giorni si concretizzò l’idea che vi fosse una “via di mezzo” a lungo trascurata e che ci potessero essere attori irregolari le cui capacità e abilità tattiche erano di natura “regolare” (artiglieria aerea, missili anticarro, droni, ecc.) pur continuando a godere dei tradizionali vantaggi dell’irregolarità (tattiche elusive, asimmetria, sostegno popolare, ecc.). Tali avversari sono stati etichettati come “minacce ibride” e, in tale categoria, sono stati inseriti i proxy iraniani operanti in Siria, Iraq e Yemen. Nel corso del tempo, il significato di guerra ibrida non si è più limitato a una specifica porzione dello spettro di capacità tra la guerra irregolare e quella convenzionale, ma ha iniziato ad abbracciare qualsiasi aspetto legato alla crescente complessità dei conflitti moderni, estendendosi a temi come la cyberwarfare, il crimine organizzato, la propaganda o la guerra economica. 

A pochi mesi dall’approvazione del prossimo Concetto Strategico dell’Alleanza Atlantica e sulla scia del dibattito sulla NATO2030, è d’obbligo provare a comprendere come la NATO abbia reagito a queste nuove sfide. Quali sono stati i principali strumenti, concettuali e politico militari, predisposti dall’Alleanza per rispondere alle nuove minacce?

Negli ultimi anni, la NATO e l’UE hanno assunto maggiori responsabilità nel contrastare le minacce ibride ed entrambe sono coinvolte nel facilitare la cooperazione internazionale per contrastare le minacce ibride e proteggere le proprie strutture e istituzioni contro di esse. Entrambe le organizzazioni hanno implementato gli sforzi a livello nazionale, poiché combattere le minacce ibride è principalmente un compito degli Stati membri. Solo i governi dispongono infatti di risorse adeguate, sotto forma di agenzie di intelligence e controspionaggio (sia civili che militari), forze armate e forze dell’ordine, mezzi di comunicazione con i cittadini e capacità di risposta agli attacchi informatici. Inoltre, le autorità nazionali sono più vicine alle potenziali minacce rispetto alle organizzazioni internazionali. Questo, combinato con un processo decisionale più breve, le rende più capaci di affrontare operazioni ibride ostili. La salvaguardia della sicurezza interna appartiene agli interessi vitali di ciascuno Stato; i singoli governi prestano quindi maggiore attenzione al rafforzamento della resilienza contro le minacce ibride rispetto alle organizzazioni internazionali. La NATO e l’UE sono intervenute nella lotta contro le minacce ibride principalmente in risposta all’elevato rischio di attacchi terroristici, all’emergere dello Stato Islamico, all’aumento della guerra dell’informazione, all’ingerenza straniera sempre più comune nelle elezioni e in relazione agli attacchi informatici. Nel contrastare le minacce ibride, entrambe le organizzazioni si concentrano sulla protezione delle proprie strutture, processi decisionali e infrastrutture. La NATO e l’UE mirano allo sviluppo della cooperazione internazionale nella lotta alle minacce ibride (compresa la cooperazione NATO-UE). Tali azioni si traducono nell’impegno nel facilitare lo scambio delle lezioni apprese e nel migliorare le conoscenze sulle minacce ibride, nonché nella conduzione di esercitazioni internazionali che coinvolgono scenari ibridi. Inoltre, entrambe le organizzazioni stabiliscono standard comuni e requisiti minimi per i loro Stati membri in merito alla resilienza alle minacce ibride (al fine di eliminare le vulnerabilità nazionali che colpiscono la sicurezza europea e transatlantica). A livello di Alleanza Atlantica, la Joint Intelligence and Security Division (JISD) della NATO è impegnata ad identificare, combattere e denunciare le operazioni ibride. Tale attività viene svolta attraverso lo scambio di informazioni sensibili, lo sviluppo di mezzi per distinguere, difendere e sconfiggere la disinformazione e altre operazioni ibride, al fine di far comprendere spiegare questi problemi ai leader e alle società occidentali. Dal 2015, la NATO ha una strategia sul suo ruolo nel contrastare la guerra ibrida. La NATO assicurerà che l’Alleanza e gli Alleati siano sufficientemente preparati per contrastare attacchi ibridi in qualunque forma si materializzino. Eserciterà una funzione di deterrenza nei confronti degli attacchi ibridi all’Alleanza e, se necessario, difenderà gli alleati colpiti.

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