Perù: cronologia di una crisi

Quella che sta affrontando il Perù in queste settimane è di certo una situazione difficile. Tre presidenti in poco più di una settimana: uno accusato di corruzione e destituito dal congresso; un altro, chiamato a sostituirlo e costretto a dimettersi per le violenti proteste di piazza poche ore dopo; infine l’ultimo, appena nominato, su cui pesa l’enorme responsabilità di sollevare un paese in preda ad una gravissima crisi politica, tra scandali, tensioni sociali, una pandemia che non sembra arrestarsi e un’economia in tracollo.

Perù: cronologia di una crisi - Geopolitica.info

Tra corruzione e vecchie ostilità

Tutto comincia il 9 novembre scorso quando 105 membri del congresso dichiarano, basandosi sul contenuto dell’articolo 113 comma 2 della costituzione peruviana, “l’incapacità morale o fisica permanente” del presidente in carica Martìn Vizcarra Cornejo. La motivazione a cui adducono i congressisti risiede in un presunto scandalo di corruzione che avrebbe visto coinvolto Vizcarra quando si trovava a ricoprire la carica di governatore della regione di Moquegua. Nel dettaglio, le accuse riguardano la concessione di appalti ad un consorzio di imprese peruviane e straniere (Club de la ConstrucciÓn) che acquistavano permessi per costruire infrastrutture nel paese. Tali permessi sarebbero stati, a detta dell’accusa, concessi proprio dal ministero presieduto da Vizcarra nel periodo compreso tra il 2016 e il 2017. Le indagini condotte si riferiscono a tangenti di circa due milioni e mezzo di sol peruviani che sarebbero state pagate da due società peruviane, la OBRAINSA e la ICCGSA-INCOT, a Vizcarra quando era governatore. Andiamo però con ordine. Ciò che ha condotto all’impeachment del presidente non è da far risalire unicamente agli scandali di corruzione, bensì ai rapporti, non facilissimi, tra l’ex presidente e il congresso. Negli ultimi due anni essi erano peggiorati notevolmente, portando Vizcarra nel dicembre 2018 allo scioglimento anticipato del Congresso, accusando i congressionisti di ostruzionismo. Inizialmente questa tensione politica sembrava risiedere nella vecchia ma pur sempre forte maggioranza fujimorista che sedeva in congresso e che aveva impedito allo stesso presidente di nominare sei giudici della Corte Costituzionale. Tuttavia, le cose non erano cambiate neppure quando le camere erano state sciolte e i fujimoristi avevano perso la maggioranza. Le ostilità dunque tra potere legislativo e esecutivo sono rimaste intatte e anzi, a seguito di alcune iniziative di Vizcarra, prima fra tutti il referendum anticorruzione del dicembre 2018 (in uno dei quattro quesiti del referendum si proponeva l’impossibilità di rielezione immediata per i congressisti) esse sembrano essersi acuite fino alle accuse che gli oppositori dell’ex capo di stato gli hanno mosso poche settimane fa, accuse definite dallo stesso Vizcarra politicizzate. Rimane senza dubbio poco chiaro il fondamento normativo e giuridico su cui si baserebbe la condizione di “incapacità morale o fisica permanente del presidente”. Non solo ma molti osservatori rilevano una eccessiva discrezionalità del potere legislativo il quale, con soli 87 voti si trova a poter destituire un presidente. In realtà gli ultimi fatti non sono una novità:la stessa norma contenuta nell’art. 113 della costituzione venne infatti usata nel novembre 2000 per destituire l’allora presidente del Perù Alberto Fujiimori. In quel caso le accuse pendenti non si limitavano alla sola corruzione ma l’ex presidente si trovava a rispondere anche alle accuse di crimini contro l’umanità.

Reazioni politiche e nuovi presidenti

A seguito dell’impeachment del presidente peruviano un’ondata di protesta partita da Lima si è diffusa nel paese. Infatti, secondo delle stime IPSOS quasi l’ottanta percento dei peruviani si diceva favorevole all’ammistrazione Vizcarra e dichiava che avrebbe voluto che egli terminasse il suo mandato fino alle elezioni previste nella prossima primavera. I congressisti sono stati accusati da parte dell’opinione pubblica di essere anch’essi dei corrotti, dal momento che in indagini di corruzione risultano inseriti una settantina di membri del parlamento. Comunque, l’uscita di scena di Vizcarra è stata senza dubbio di basso profilo. Nel discorso rivolto alla nazione, poco dopo essere stato destituito, egli ha dichiarato che non avrebbe intrapreso alcun procedimento legale, mostrandosi assolutamente disinteressato a qualsiasi forma di vendetta contro il congresso. Vizcarra circa due mesi fa aveva infatti posto al tribunale costituzionale un quesito interpretativo circa i larghi poteri del congresso in materia di destituzione di un capo di stato. Tale quesito è stato supportato poco dopo anche da un comunicato dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) da sempre in prima linea nei paesi sudamericani a favore della trasparenza nei procedimenti politici. Così tra le proteste di piazza Manuel Merino ha giurato come presidente del Perù qualche giorno dopo l’addio di Vizcarra. Nel discorso di insedimento Merino, membro del partito di centro-destra Azione Popolare, ha fatto fede all’unità nazionale, contando di concludere la legislatura e conducendo il paese alle prossime elezioni presidenziali del 2021. Ma le cose sono andate diversamente e la sua permanenza alla Casa de Pizarro è stata breve. Incalzato dalle proteste di piazza caratterizzate da una diffusa violenza da parte della polizia (che secondo fonti locali avrebbe usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma), decine di arresti, feriti e due giovani uccisi, Merino non ha potuto fare altro che dimettersi, dopo essere stato abbandonato dai suoi ministri.

La nuova fase Sagasti

Francisco Sagasti, settantasei anni, ingegnere, con un passato alla Banca Mondiale, è da anni figura di spicco del Partito Morado, unica forza politica dichiaratasi contraria fin dall’inizio all’impeachment di Vizcarra e con un numero esiguo di rappresentanti al congresso. Diventato terzo presidente del Perù nel giro di una settimana, egli si appresta a ricoprire l’incarico di capo di stato nel bel mezzo delle tensioni politiche e sociali, con delle proteste di piazza ritenute le più violente del paese dal regime Fujiimori. Rivolgendosi al popolo peruviano il neoeletto presidente ha posto l’accento sulla fiducia e sulla speranza, manifestando la chiara volontà di condurre a termine il mandato e di concludere la legislatura. Sagasti ha definito il suo un governo “partitico ma plurale“, vicino alle esigenze di tutti, del popolo peruviano e delle opposizioni e ha rimarcato l’importanza della trasparenza nei meccanismi politico-istituzionali. Oltre alla spinosa questione politica Sagasti dovrà gestire due sfide urgenti: da una parte la crisi sanitaria e dall’altra l’impatto che essa sta avendo sull’economia. Infatti, il Perù registra 940 mila casi e poco più di 35.000 decessi, a fronte di una popolazione di appena 32 milioni di abitanti. Le conseguenze economiche della pandemia non sono di certo meno gravi e le previsioni sono tutt’altro che rosee: secondo stime della Banca Mondiale, il Perù sarà uno dei paesi in cui si registreranno i peggiori effetti economici in termini di contrazione economica e tasso di disoccupazione. L’instituto Nacional de Estadistica e Informatica prevede inoltre che il 2020 si chiuderà in recessione, con una caduta tra gli 11 e i 12 punti percentuali mentre il World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale stima che la caduta sarà quasi del 14%. Il neoeletto presidente ha comunque dichiarato che farà ricorso a un ulteriore indebitamento di 30 miliardi di sol per sostenere le spese sanitarie e la spesa pubblica a sostegno di famiglie e imprese.

Il Perù e la catena della corruzione tra i presidenti

L’instabilità politica non è di certo una novità nel panorama istituzionale peruviano che si contraddistingue da svariati decenni per eclatanti episodi di corruzione tra esponenti politici di spicco e presidenti. L’indagine che accusa Vizcarra di corruzione e che lo ha portato ad essere sostituito è solo la parte finale di una lunga catena di scandali di corruzione che hanno visto coinvolti numerosi capi di stato peruviani. Fujimori ad esempio, in carica dal 1990, si vide costretto a terminare il suo mandato nel 2000 a causa di accuse di corruzione e violazione di diritti umani. Egli si trova ancora in carcere; Sorte non diversa quella di Ollanta Humala, presidente dal 2011 al 2016 accusato di corruzione e arrestato nel 2018 e oggi in attesa di processo; Pure il predecessore di Vizcarra, Pedro Pablo Kuczynski eletto nel 2016 si dimise due anni dopo sempre per uno scandalo di corruzione. Stavolta però lo scandalo superava le frontiere nazionali e coinvolgeva altri paesi e figure internazionali. Il caso Odebrecht vide infatti coinvolta l’allora presidente del Brasile Dilma Rousseff e il destino a cui fu sottoposta il capo di Stato brasiliano fu il medesimo di Vizcarra. 

Ilenia Giannusa,
Geopolitica.info