Personalismi e faglie profonde: Israele verso nuove elezioni

Allo scoccare della mezzanotte del 23 dicembre la Knesset è stata sciolta automaticamente dopo il mancato accordo sulla legge di bilancio tra le forze di maggioranza. Come da copione, pertanto, il 23 marzo 2021 i cittadini israeliani saranno chiamati nuovamente alle urne, per quella che si profila come la quarta tornata elettorale in meno di due anni. Come ribadito a suo tempo su queste stesse colonne, l’esperimento del governo “staffetta” formato dai due ex rivali Netanyahu e Gantz non era destinato a durare a lungo. Alla base della crisi di governo, infatti, non vi sono solo screzi e rivalità tra leader, ma anche una più profonda lotta tra le diverse ‘tribù’ sioniste, volenterose di primeggiare nel processo di riformulazione del patto costituente e di ridefinizione dell’identità dello Stato d’Israele. Nel mezzo, a rendere ulteriormente magmatica la situazione, sembra profilarsi l’emersione di nuovi partiti e aspiranti leader, volenterosi di salire a bordo della giostra, nella speranza che questa volta possa essere giunto il proprio turno. 

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Netanyahu-Gantz: i fronti della discordia 

Il 35° governo israeliano era nato lo scorso maggio dopo l’ennesima elezione parlamentare priva di un chiaro vincitore, che aveva spinto il Primo Ministro Netanyahu a formare un governo di “emergenza nazionale” col suo rivale politico Ganz, leader del partito centrista Blu e Bianco, anche per fronteggiare la crisi pandemica da coronavirus. L’accordo prevedeva un governo staffetta, la cui leadership sarebbe stata divisa fra i due, con i primi 18 mesi svolti da Netanyahu. Nonostante lo scopo dichiarato della coalizione fosse quello di terminare l’impasse politica che Israele viveva ormai da diversi mesi, il rapporto di convivenza fra il Likud e Blue e Bianco si è rivelato più tormentato del previsto. Infatti, ancorché la causa di prossimità dello scioglimento della Knesset sia stato il mancato accordo sulla legge di bilancio, che secondo l’accordo di coalizione si sarebbe dovuta approvare già ad agosto, in realtà il partenariato Netanyahu-Gantz ha vissuto altre divergenze decisive e insanabili. 

Dapprima con l’impossibilità di accordarsi sulle nomine del Capo della Polizia e del Procuratore di Stato, proseguendo poi con la mossa di Netanyahu di scegliere il nuovo Direttore del Mossad senza consultare Gantz – decisione che ha destato non poche critiche da parte dell’attuale Ministro della Difesa, nonostante il Mossad sia posto all’interno dell’Ufficio del Primo Ministro. Il malumore di Gantz nei confronti dell’approccio unilateralista di Netanyahu si è poi esplicitato con la sua decisione di istituire una commissione d’inchiesta per il cosiddetto “Caso 3000”, un presunto caso di corruzione riguardante una compravendita di sottomarini tedeschi della Thyssenkrupp, che coinvolgerebbe diversi ufficiali delle Israel Defense Forces ma non sembrerebbe riguardare direttamente Netanyahu. Il mancato raggiungimento di un accordo sulla legge di bilancio ha rappresentato, quindi, soltanto l’apogeo di una tensione crescente all’interno di un’improbabile coalizione di governo che ha provato, fallendo, a ricucire lo strappo insito nella politica israeliana. L’attuale governo rimarrà in carica, con poteri limitati, per gestire gli affari correnti e traghettare il paese alle elezioni di marzo 2021. 

Le faglie profonde che attraversano la società e le istituzioni israeliane

La crisi di governo che si è aperta in queste ore rappresenta in realtà solo la punta dell’iceberg di sommovimenti con radici ben più profonde. Lo strano esperimento del governo Netanyahu-Gantz, infatti, non ha fatto altro che portare dentro l’esecutivo una dialettica che da quasi due decenni sta lacerando anche la società e le istituzioni israeliane. È possibile semplificare tale contesa individuando due poli, corrispondenti alle due culture politiche attualmente maggioritarie in Israele: da una parte il sionismo secolare, dall’altra il sionismo religioso. Queste non rappresentano due proposte politico-elettorali contrapposte, ma al contrario sono emblema di due weltanschauung inconciliabili, ovvero due visioni antitetiche del mondo. Non c’è spazio per entrambe. Pertanto, nel lungo periodo è realistico immaginare che tale contesa potrà cessare solo nel momento in cui una delle due sarà stata in grado di obliterare l’altra. A causa di una ragione di tipo demografico lo Stato israeliano, così come conosciuto nei primi settanta anni della sua esistenza, diventerà nei prossimi decenni un progetto insostenibile. Ben presto, infatti, risulteranno inconciliabili tre storici attributi: la sempre più elevata ampiezza territoriale, la natura democratica del proprio regime e, infine, il suo carattere ebraico. Tale presa di coscienza, giunta in concomitanza con un quindicennio di relativa pace sul fronte esterno successivo alla Seconda Intifada, ha costretto Israele a guardarsi l’ombelico e tornare a riflettere su sé stesso.

Come detto, la contrapposizione tra opposti sionismi non si gioca solamente su un piano politico, ma penetra nel profondo l’intera impalcatura istituzionale israeliana. È proprio a tale dimensione che si dovrà guardare, in quanto la Knesset che uscirà fuori dalle elezioni di marzo sarà chiamata al rinnovo di caselle fondamentali: dalla nomina di alcuni membri della Corte Suprema, all’elezione del successore di Rivlin alla presidenza della Repubblica. È notizia della scorsa settimana, ad esempio, che ad aprile il giudice Menachem Mazuz andrà anticipatamente in pensione. Da qui al 2024 almeno sette dei quindici giudici della Corte Suprema, tutti appartenenti allo schieramento progressista, dovranno essere sostituiti. Pertanto, qualora le elezioni di marzo dessero ragione al fronte del sionismo religioso, si potrebbe assistere nei prossimi anni alla prima Corte Suprema a maggioranza conservatrice della storia israeliana. La partita della presidenza, invece, vede ai nastri di partenza una situazione opposta, con il fronte progressista che si trova nella condizione di dover rincorrere. 

Verso le elezioni: quali scenari futuri ?

In Israele si avvierà ora l’ennesima campagna elettorale, questa volta forse ancora più enigmatica e complicata. Secondo gli ultimi sondaggi rilasciati da Kan-11, nonostante il partito di Netanyahu rimanga ancora il primo, con 27 seggi parlamentari (in questa legislatura ne ha 36), la principale sfida all’egemonia del Likud giungerebbe paradossalmente proprio dalla destra anti-Netanyahu. Infatti, lo scorso 10 dicembre Gideon Sa’ar, storico rivale di Netanyahu per la leadership del Likud, ha defezionato da quest’ultimo per formare il partito New Hope, favorevole all’aumento di nuovi insediamenti ebraici in Cisgiordania e interessato a fornire un’alternativa al bacino elettorale più vicino al sionismo religioso. Diversi parlamentari del Likud e di Blu e Bianco hanno seguito Sa’ar nel suo nuovo progetto politico, che per ora è proiettato ad ottenere 20 seggi. L’altro rivale a destra dell’attuale Primo Ministro potrebbe essere Naftali Bennet, l’ex Ministro della Difesa e leader di Yamina, che ha visto crescere la sua popolarità durante la pandemia per il supporto mostrato nei confronti dei commercianti, con circa 15 seggi. Sarà interessante vedere come Netanyahu intenda impostare la sua strategia elettorale, trovandosi per la prima volta di fronte dei contendenti del suo stesso campo politico, dato che negli ultimi anni i principali rivali elettorali del Likud sono stati partiti di centro-sinistra.

Per quanto riguarda Blu e Bianco, difficilmente sarà possibile per Gantz far uscire il partito dalla discendente traiettoria di popolarità intrapresa dopo aver accettato la coalizione con Netanyahu. Soltanto nove mesi fa, Blu e Bianco aveva ottenuto 33 seggi alla Knesset mentre ora Khan-11 gliene assegna 5, dato che rappresenterebbe il più repentino declino di un partito nella storia politica di Israele. I partiti rappresentanti gli interessi del sionismo secolare si presentano nuovamente divisi e incapaci di formare una risposta politica coerente per sfidare seriamente l’egemonia della destra. Il primo partito rimane ancora la coalizione Yesh Atid-Telem, guidata dell’ex giornalista Yair Lapid a cui le proiezioni assegnano circa 13 seggi, mentre lo storico Partito Laburista israeliano sarà probabilmente destinato a non far parte del prossimo Parlamento, dato che potrebbe non superare la soglia di sbarramento del 3.25%. L’ultimo blocco è quello dei partiti arabi, che in tre delle ultime quattro elezioni si sono candidati insieme come Lista Unica, ottenendo buoni risultati ma facendo emergere non poche incoerenze all’interno di una coalizione con partiti ideologicamente eterogenei. 

In conclusione, questa breve rassegna dimostra ancora una volta quanto ormai la politica, la società e l’intero assetto istituzionale dello Stato ebraico siano arrivati a una fase di massima polarizzazione, di cui non può essere incolpato soltanto il sistema multipartitico israeliano. Pertanto, qualunque sia l’esito delle urne, è difficile prevedere una diminuzione della frammentazione sociale, culturale e politica, poiché questa sarà destinata ad aumentare fintantoché una delle due parti sarà in grado di ergersi a polo egemone capace di imprimere una volta per tutte la propria visione.

Pietro Baldelli e Thomas Bastianelli,
Geopolitica.info