I pericoli del corridoio del Sahel

Per molti secoli solo tribù nomadi hanno attraversato quei 2,5 km  quadrati che si estendono tra l’Oceano atlantico e il mar Rosso e in latitudine in una zona compresa tra il deserto del Sahara e la savana. Il Sahel è la fascia di terra identificabile con la Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad e Sudan. Quasi tutte ex colonie francesi, da pochi decenni indipendenti, continuamente scosse da ribellioni, carestie e guerre civili.

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È lì che, ancor più dopo gli attentati di Barcellona, guardano le intelligence dei paesi occidentali e nord africani, in quella fascia di terra semi desertica e fuori controllo del Sahel diventato negli ultimi anni pericoloso corridoio di jihadisti.

La popolazione del Sahel, poverissima, risente del clima ostile, segnato da continue carestie e soprattutto della siccità, vera piaga della zona.

La scarsità di piogge e risorse idriche non ha consentito uno sviluppo urbano dei luoghi e delle popolazioni, rendendo la zona del Sahel scarsamente abitata almeno fino agli anni 70 quando, dopo la quasi sconfitta della mortalità infantile, la popolazione ha incominciato a crescere in maniera esponenziale, anche a causa del non utilizzo di contraccettivi.

Oggi, a causa della crisi dello Stato islamico, che ha perso buona parte dei territori conquistati, i foreign fighters che hanno combattuto in Siria e Iraq sembrano essersi spostati, nella speranza di riorganizzarsi, in quel territorio immenso e fuori controllo del Sahel, proprio a sud della Libia, della Tunisia e del Marocco da cui provengono i giovanissimi terroristi delle Ramblas di Barcellona.

Il Marocco, stato non toccato dalle Primavere arabe, governato dal re Mohammed IV sembra essere, insieme a Tunisia e Algeria, luogo di origine degli jihadisti, soprattutto di giovani cresciuti nelle zone più povere e remote del Maghreb, affascinati dall’ideologia salafita e dalla Guerra santa. Questo nonostante lo sforzo del re Mohammed di combattere le cellule terroristiche e modernizzare il Marocco, rendendolo uno Stato più laico.

Ma proprio in Marocco, gruppi di salafiti hanno dato vita a più cellule terroristiche, alcune delle quali (Al Qaeda in Maghreb) in competizione con l’Isis e con altri gruppi terroristici.

Proprio fuori dai confini del Marocco e della Libia dove l’Isis è stato sconfitto, nella terra di nessuno che è il deserto del Sahel, si organizzano vari gruppi di salafiti, gruppi di fanatici reduci dallo Stato islamico o non, affiliati ad Al Qaeda o Isis, cellule che sperano di prevalere sulle altre realizzando le stragi più efferate e che guardano alla Spagna, in particolare all’Andalusia e alla Catalogna, sognando di rifondare il califfato nei luoghi in cui prima della Reconquista cristiana l’Islam ha dominato per settecento anni.

Poco prima delle stragi di Barcellona, gli jihadisti del Sahel hanno colpito in Burkina Faso,  in un ristorante frequentato da turisti, uccidendo 18 persone. A essere bersaglio di continui attacchi è anche il Mali.

In queste zona, ex Africa occidentale francese, Parigi cerca di contrastare i terroristi in quelle che sono state ex colonie e in cui ha ancora grossi interessi economici. Questo, secondo alcuni osservatori, uno dei motivi dei continui attacchi in Francia a partire dalla strage del Bataclan del novembre 2015.

La repubblica francese è dal 2014 direttamente coinvolta nel Sahel con l’operazione Barkhane, che vede militari francesi e mezzi  impegnati nel contrasto agli jihadisti nella zona. Dopo l’attentato in Mali del giugno scorso contro turisti occidentali, il Presidente francese Emmanuel Macron ha incontrato i Presidenti del cosiddetto G5 del Sahel, decidendo la creazione di una forza multinazionale per contrastare i terroristi della zona, soprattutto Al Qaeda nel Maghreb.  La “force Sahel” dovrebbe partire ufficialmente in autunno ed ha ottenuto l’appoggio delle nazioni unite e dell’Ue.

La forza multinazionale sarà composta da 10 mila uomini provenienti dai Paesi del G5, ovvero Mali, Mauritania, Burkina Faso, Niger e Ciad. La “Force Sahel” costerà 423 milioni di euro e peserà sui governi di Paesi tra i più poveri del pianeta.

A contribuire economicamente però, oltre ai paesi del G5 e alla Francia, sarà anche l’Unione Europea, come affermato dall’Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini. Per l’ Europa, la Force Sahel sarà essenziale non solo per contrastare il terrorismo, ma anche per fermare il forte flusso di migranti provenienti dall’Africa sub sahariana. Quello dei migranti è uno dei business di cui si servono le cellule terroristiche del sahel per finanziarsi. La jihad ha facile presa sui giovani dei luoghi, delusi e scoraggiati dalla povertà e dalla corruzione dei governi nazionali, democrazie ancora troppo fragili.

Il Sahel quindi nuova roccaforte degli jihadisti, base e cabina di regia per varie cellule che in nome di Allah minacciano l’Occidente. Dalle intelligence dei paesi più a rischio emerge però il rischio che i vari gruppi presenti nel Sahel, da Al Qaeda nel Maghreb ai reduci dell’Isis, finanziati da vendita di droga a armi possano unirsi e cercare di ricreare lo Stato islamico lì nel  Sahel. E naturalmente continuare ad attaccare l’occidente in nome di Allah.