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RubricheFaro AtlanticoPerché Roma schiera i suoi militari in Libano

Perché Roma schiera i suoi militari in Libano

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Quello italiano rappresenta il contributo più rilevante alla forza multinazionale schierata dalle Nazioni Unite in Libano. L’impegno italiano è apprezzato e riconosciuto da tutti gli attori in gioco. La grande influenza costruita tramite i nostri militari nel corso degli anni può essere sfruttata da Roma per svolgere un ruolo da protagonista in una delle aree più strategicamente rilevanti del Mediterraneo.

Una storia lunga più di quarant’anni

La storia dell’impegno delle Nazioni Unite in Libano inizia nel 1978, anno in cui le Israel Defense Forces (IDF), come rappresaglia per l’attacco condotto da un commando palestinese nei confronti dello stato israeliano, avevano invaso l’area meridionale del Libano. Il Consiglio di Sicurezza, dopo aver inviato Israele a cessare le sue attività militari ed a ritirare le sue forze dal paese, aveva inviato sul terreno, su richiesta del governo libanese, una forza multinazionale denominata United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL), assegnandole tre compiti: confermare il ritiro delle IDF dal sud del Libano, rinstaurare la pace e la sicurezza internazionale nel territorio, assistere il governo libanese, assicurando il ritorno dell’autorità effettiva del governo nell’area. L’impegno italiano in Libano è iniziato nel 1979, anno in cui Roma ha deciso di inviare uno squadrone di elicotteri dell’Esercito, costituito da circa 50 uomini e 4 velivoli, con il compito di condurre missioni di ricognizione, ricerca e soccorso, trasporto sanitario e collegamento. 

Fino al 2006, UNIFIL operav in Libano con un contingente che oscilla tra i 2.000 e gli 8.000 uomini. Dopo la nuova invasione israeliana del 1982, UNIFIL per anni si è limitata a fornire protezione e assistenza umanitaria alla popolazione locale. Con il ritiro delle IDF dal Libano, nel 2000, i compiti della forza multinazionale sono stati notevolmente allargati: con l’istituzione della Linea Blu, ovvero la linea di demarcazione concordata in maniera non ufficiale tra Israele, Libano e Nazioni Unite, UNIFIL ha ricevuto il mandato di pattugliare e sorvegliare la linea di confine, così da impedire ogni tentativo di attraversamento illecito da parte delle IDF o dei militanti di Hezbollah. I militari dell’ONU hanno condotto anche moltissime attività di sminamento intorno a questa linea, un impegno gravoso il cui assolvimento necessita di un aumento sostanzioso degli organici, che nel giro di qualche mese passavano da 4.500 a circa 8.000 unità. 

Negli anni successivi, la consistenza della forza multinazionale è scemata progressivamente: nonostante le continue violazioni da parte delle IDF, soprattutto nello spazio aereo, e da parte di Hezbollah, la situazione diventava più stabile: in quel momento, UNIFIL assomigliava perlopiù ad una missione di osservazione. 

Il punto di svolta dell’operazione si ha nel luglio del 2006, quando un’offensiva missilistica da parte di Hezbollah segnava l’avvio di una nuova fase del conflitto, che si concluderà solamente dopo 34 giorni. Al termine delle ostilità – durante la quale perdono la vita anche cinque uomini di UNIFIL –  l’Italia convocava la Conferenza Internazionale di Roma sul Libano, invitando, tra gli altri, anche il Segretario Generale dell’ONU e il premier libanese. Scopo della conferenza è stato quello di promuovere una rinnovata azione dell’ONU in Libano, cosa che è avvenuta poco dopo: con la risoluzione 1701, infatti, il Segretario Generale ha annunciato un cessate il fuoco per il Libano ampliando notevolmente il quantitativo di forze schierate nell’ambito dell’operazione UNIFIL, portandole a un massimo di 15.000 unità. Il mandato della forza multinazionale veniva allargato, inglobando, tra i vari compiti, anche quello di svolgere da “cuscinetto” in una fascia di sicurezza compresa tra la Linea Blu e il fiume Litani, collocato poco più a nord del confine stabilito . Con la cessazione del conflitto, oltre all’ampliamento della missione UNIFIL, l’ONU ha dato anche vita ad una Interim Maritime Task Force (IMTF), una forza navale congiunta istituita con il compito di monitorare le acque territoriali libanesi e impedire l’entrata di armi in Libano. 

Dal 2006, le Nazioni Uniti hanno costantemente prorogato il mandato di UNIFIL, che oggi è divenuta una realtà consolidata nel Libano, specialmente nel sud del paese. Da allora, il Libano non è stato più testimone di scontri violenti come quelli del 2006 o del 1978-82. La forza multinazionale è certamente una delle principali cause che hanno contribuito al mantenimento di una situazione relativamente stabile. 

Cos’è oggi UNIFIL

Ad oggi, UNIFIL può contare sulla disponibilità di circa 11.000 uomini, di cui 800 civili, provenienti da più di 40 paesi. Con 1.076 unità, 278 mezzi terrestri e 6 mezzi aerei, nel 2020, l’Italia è il secondo paese contributore nel mondo, dopo l’Indonesia, e il primo contributore europeo, seguito da Francia e Spagna. Anche se attualmente il contingente militare italiano più numeroso è quello schierato in Iraq, nell’ambito della Coalizione Internazionale per contrastare Daesh, quello presente in Libano è stato per anni il più ampio e più costoso impegno militare italiano all’estero. Nel biennio 2007-2008, in effetti, più del 30% di tutti i militari italiani schierati fuori area si trovava in Libano (circa 2.500 unità), costando allo stato italiano quasi il 40% di tutti i fondi che Roma dedicava alle missioni internazionali (oltre 1 miliardo di euro solo per il Libano). Oggi, nonostante il contingente sia stato notevolmente ridotto, l’impegno italiano in Libano rappresenta tra il 14-16% di tutto lo sforzo militare italiano al di fuori dei confini nazionali. A dimostrazione di quanto importante sia l’impegno italiano nel Paese dei Cedri, le Nazioni Unite hanno spesso chiesto all’Italia di prendere la guida della missione. Ad oggi sono ben quattro i comandanti italiani che hanno ricoperto l’incarico di Head of Mission, l’ultimo dei quali, attualmente ancora in carica, il Generale di Divisione Stefano del Col. 

In realtà, UNIFIL non è l’unica missione condotta dall’Italia in Libano. Dal 2013, l’Italia ha approvato la Missione Bilaterale Italiana in Libano (MIBIL), un’iniziativa che si occupa di fornire attività addestrative a favore delle Forze Armate libanesi, delle Forze dell’ordine e della Guardia presidenziale del Libano. Anche se di consistenza ridotta – attualmente sono impegnati in questa operazione circa 140 militari italiani – l’iniziativa testimonia ancora una volta la grande attenzione che Roma attribuisce a questo teatro. 

Qualche mese fa si è poi conclusa l’operazione Emergenza Cedri, un impegno che ha visto l’intervento di circa 500 militari italiani, prevalentemente provenienti da reparti del genio, fornire supporto alle autorità libanesi nello smaltimento delle macerie causate dall’enorme esplosione di un deposito di esplosivi avvenuta ad agosto dello scorso anno. L’operazione, che secondo il ministro Guerini è stata “un ulteriore segno del forte legame tra Italia e Libano e della fraterna vicinanza al popolo libanese”, si è protratta per ben 75 giorni e ha visto l’Italia contribuire alla rimozione di circa 13.000 tonnellate di macerie dal porto di Beirut. 

Perché a Roma serve il Libano

Lo sforzo militare italiano in Libano sembra inquadrarsi in una strategia che vede il nostro paese sfruttare la partecipazione militare a UNIFIL per raggiungere diversi obiettivi.

Il primo è rivolto proprio verso il mandante dell’operazione, ovvero l’ONU. Offrire un contributo così rilevante, in termini di uomini e di risorse economiche allocate, rappresenta infatti un messaggio molto forte rivolto verso le Nazioni Unite. La presenza di caschi blu italiani in Libano è un forte elemento di concretezza con cui Roma segnala la sua collocazione all’interno di uno dei principali cerchi concentrici, quello delle Nazioni Unite, da affiancare a quello della NATO e dell’Unione Europea, nell’ambito del quale si muove la politica estera e militare di Roma. Il contributo a UNIFIL offre dunque all’Italia la possibilità di ribadire quello che il premier Mario Draghi, in occasione del suo discorso di insediamento, ha definito“ l’impegno ad affermare la sua (di Roma) vocazione a favore di un multilateralismo efficace, fondato sul ruolo insostituibile delle Nazioni Unite”.  

Il secondo obiettivo riguarda direttamente il Libano, paese nel quale l’influenza di Roma è cresciuta in maniera rilevante dal 2006 – basti pensare che l’italiano è la quarta lingua studiata in Libano – e nei cui confronti il nostro paese ha maturato grandi crediti nel corso degli anni. Il Paese dei Cedri, come ben sottolineato dal Generale Marco Bertolini, rappresenta un territorio di grande rilevanza strategica, un “paese-cerniera tra varie aree di crisi, dove hanno origini i vari scontri di interessi tra Stati Uniti e Russia, tra Turchia e Siria, tra Iran e Arabia Saudita”. La presenza di uno dei principali proxy dell’Iran, ovvero il Partito di Dio, la vicinanza alla Siria, teatro di una guerra civile a cui prendono parte quasi tutti i principali attori globali, e alla Turchia, attore sempre più rilevante nel Mediterraneo (soprattutto in Libia), solo per citare alcuni degli elementi più rilevanti, rendono il Libano un’area potenzialmente utile per l’Italia per essere protagonista in diversi contesti legati in maniera diretta o indiretta a quanto accade nel Paese dei Cedri. A ciò bisogna aggiungere che il Libano, grazie alla sua posizione geografica, potrebbe giocare un ruolo fondamentale nella partita per il gas levantino, un’accesa competizione la cui scintilla è stata generata dalle nuove scoperte di grandi bacini di gas nelle acque intorno a Cipro. Il tutto diviene ancora più rilevante se si tiene conto che l’area di cui si sta parlando, quella del Mediterraneo Orientale e del Nord Africa, non rappresenta più un teatro di primario interesse per il nostro principale alleato, cioè gli Stati Uniti d’America, il che lascia grandi spazi all’azione delle potenze presenti nell’area.

Il terzo obiettivo, più recente e meno rilevante, è la costruzione di un rapporto sempre più solido e proficuo con Israele. La presenza di un folto numero di soldati italiani tra i ranghi del contingente multinazionale di UNIFIL, spesso guidati da un comandante italiano, conferisce alla forza dell’ONU un effetto deterrente nei confronti dei miliziani di Hezbollah molto maggiore rispetto a quello che verrebbe esercitato da una forza composta da soldati prevalentemente provenienti, come spesso accade nelle operazioni delle Nazioni Unite, da paesi del sud-est asiatico e dell’Africa. Israele trae dunque un importante giovamento dalla presenza dei soldati di Roma in Libano. L’Italia ha saputo cogliere questa opportunità: a partire soprattutto dagli anni successivi allo scoppio del secondo conflitto libanese, infatti, ha cominciato a stringere rapporti bilaterali sempre più solidi con Israele in diversi ambiti, tra i quali spicca quello delle armi. La crescita esponenziale del mercato degli armamenti tra i Italia e Israele è testimoniata dai contratti firmati nel 2012 – vendita di 30 velivoli M-346 FA e due simulatori, in cambio di tecnologia aerospaziale e di 2 velivoli per la sorveglianza aerea e l’allarme preventivo Gulfstream G550 – e nel 2019 – vendita di sette, poi divenuti dodici, elicotteri AW119Kx, e numerosi missili Spike. La cooperazione militare tra i due paesi è stata ulteriormente rafforzata con il recente contratto stretto da Israele e Grecia. I due si sono accordati per la vendita, da parte di Israele, di dieci velivoli M346 di Leonardo. Il contratto, anche se non prevede la partecipazione diretta di Roma, ci riguarda da vicino, visto che i velivoli sono prodotti da Leonardo, che infatti, in quei giorni, ha registrato un notevole balzo in avanti in borsa, con stime che parlano di un guadagno indiretto pari a circa 300 milioni di euro. 

Roma ha molto da guadagnare dalla sua presenza militare in Libano. In più di quarant’anni di operazione, il nostro Paese è riuscito a ottenere il plauso delle Nazioni Unite e del governo libanese, oltre che di quello israeliano, ed è ora potenzialmente in grado di esercitare una forte influenza nell’area. L’auspicio è che quanto fatto di buono in Libano possa non andare perduto, bensì essere utilizzato in maniera efficace per perseguire gli interessi di Roma in un quadrante, quello che fa perno sul Libano, rientrante a pieno titolo nell’area di primario interesse strategico, comunemente definita “Mediterraneo Allargato”, su cui sembra puntare con sempre maggior convinzione il nord della bussola strategica italiana.

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