Ecco perché non ci sarà la ‘grande fuga’ diplomatica da Taiwan

Il 13 giugno scorso Panama ha riconosciuto formalmente il governo della Repubblica Popolare Cinese immediatamente dopo aver posto fine ai rapporti diplomatici con la Repubblica di Cina, vale a dire Taiwan. La fulminea defezione di Panama, che per Taipei era un alleato diplomatico di lungo corso, ha spinto analisti, diplomatici e media internazionali a congetturare su quale sarà il prossimo, tra i 20 paesi che hanno relazioni formali con Taiwan, a cambiare casacca passando alla Cina.

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Alcuni osservatori hanno preconizzato come imminente uno scenario di abbandono a catena. Secondo le loro previsioni, dopo la giravolta diplomatica di Panama  – preparata in segreto mentre con Taipei, ancora nel marzo scorso, Panama aveva rinnovato tutti i progetti di cooperazione incassando i relativi contributi – molti degli stati che riconoscono Taiwan (per la maggior parte piccoli paesi in via di sviluppo) sarebbero ormai convinti della ineluttabilità di lasciare l’Isola per abbracciare il gigante comunista, e si starebbero quindi preparando a trasferire le loro ambasciate da Taipei a Pechino.

In realtà, per una serie di ragioni, è improbabile che un tale scenario di effetto domino e  ‘grande fuga’, seppure non impossibile, si verifichi. In primis perché quello di Panama è un caso a sé stante. Infatti, il Canale di Panama funziona da moltiplicatore geopolitico per lo stato centramericano, conferendo ad esso importanza e centralità internazionali. Per questo motivo è presumibile che la Cina continuerà a prestare speciale attenzione ai rapporti con il paese istmico anche dopo che l’eco delle celebrazioni per lo stabilimento delle relazioni si sarà spenta.

Al contrario di Panama, gli altri stati che riconoscono Taiwan non hanno la ventura di avere nel loro territorio un nodo strategico del commercio mondiale quale è il Canale. Nondimeno, a Taipei vengono trattati da interlocutori di primo livello e ‘aristocrazia diplomatica’. Per quelle nazioni, Taiwan è una fonte primaria di assistenza allo sviluppo – con progetti sociali, sanitari, agricoli e di formazione che sono valutati tra i più efficaci al mondo –  e un partner attento e generoso che in futuro, con ogni probabilità, intensificherà gli sforzi per mantenerle al suo fianco. Per di più, il numero di alleati diplomatici di Taiwan è inversamente proporzionale alla quota di risorse allocata singolarmente.

Il volume degli investimenti cinesi a Panama ha continuato a crescere nell’ultimo quinquennio e il traffico di navi cinesi nel Canale è ormai il secondo per frequenza. Panama aveva quindi un incentivo a trasferire il riconoscimento diplomatico alla Cina, e in effetti sembra stesse tentando il grande salto dal 2010 nonostante, nel frattempo, continuasse a riaffermare la sua vicinanza a Taiwan e ad incassarne i benefici nel campo della cooperazione. Per contrappunto, la situazione di molti stati che riconoscono Taiwan è marcatamente differente da quella di Panama. Le loro peculiarità o marginalità geopolitiche ed economiche li portano ad essere poco sensibili al canto della sirena cinese e, al contrario,  soddisfatti  della partnership con Taiwan.

In aggiunta, la prospettiva di trovarsi in una condizione di interlocutori di terz’ordine, e di insignificanti peones diplomatici, all’indomani del passaggio alla Cina è un forte elemento di dissuasione ad attraversare il “Rubicone” tra Taiwan e il Continente. Infine, molti leader politici di quei paesi sono consapevoli che passare alla Cina esporrebbe la loro nazione a rischi concreti ed eventualità destabilizzanti quali colonialismo economico, predazione di risorse naturali, e immigrazione cinese ingestibile, essendo la pervasività cinese ormai evidente in molte parti dell’Africa e del Pacifico. Probabilmente, a questo si riferiva il Presidente della Camera dei Deputati di Palau Noah Idechong  quando, nel 2010, spiegava con chiarezza di metafora il motivo per cui il suo paese stesse con il pesce piccolo (Taiwan) invece di seguire il pesce grande (la Cina):  “Perché il pesce grande potrebbe affondare la barca di Palau.

Non va inoltre dimenticato che l’equazione diplomatica include anche il fattore cinese. Se da un lato i leader comunisti cinesi nutrono la certezza di poter facilmente sedurre gli alleati di Taiwan con promesse e prospettive di prestiti allettanti, infrastrutture e accordi commerciali, dall’altro essi potrebbero non volere un esodo massivo e in tempi brevi di ambasciatori attraverso gli Stretti di Taiwan. L’obiettivo primario di Pechino è quello di esercitare pressione politica sulle autorità di Taipei e punire la Presidente taiwanese Tsai ing-wen per la sua riluttanza ad accettare il “Consenso del 1992”, un’assioma politico per cui esisterebbe una sola Cina  – della quale farebbero parte la Cina Continentale e Taiwan – da declinare istituzionalmente secondo la preferenza di ciascuna parte. A tal fine, a un salasso di stati in un’unica soluzione sarebbe preferibile una lenta emorragia di alleati: uno alla volta, lasciando gli altri sul tavolo come pedine di scambio. In altre parole, una lenta ‘morte per 20 tagli’ e asfissia diplomatica. A meno che Tsai non segua l’esempio del suo predecessore Ma Ying-jeou e si conformi al “Consenso del 1992”.

In effetti, sembra che ci siano metodo e ritmo nella strategia punitiva cinese. Dopo la defezione di Panama è possibile identificare un modello secondo il quale, alla vigilia dei viaggi di stato di Tsai verso alleati in una determinata regione del globo, Pechino strappa a Taiwan un paese amico in un altro quadrante geografico. Accadde nel dicembre 2016, quando São Tomé e Principe decise improvvisamente di rompere con Taiwan (della cui assistenza allo sviluppo aveva largamente beneficiato) e schierarsi con la Cina a meno di un mese dal secondo viaggio di Tsai in America Latina e dalla celebre telefonata tra Tsai e il Presidente statunitense Trump. E’ accaduto di nuovo nel giugno di quest’anno, con l’adiós di Panama a poche settimane dalla visita di Tsai agli alleati nel Pacifico Meridionale.

Alla luce di questi elementi  – e anche di negative esperienze come quella recente, per rimanere in America Centrale, del Costa Rica che ha visto fortemente diminuire le sue già modeste esportazioni verso la Cina e, in primavera, ha addirittura destituito il suo Ambasciatore a Pechino, o quella dell’africano Malawi il cui ex Presidente si è detto pentito e deluso del “passaggio” alla Cina – si può dunque concludere che, contrariamente all’opinione di esperti come l’ex-Ambasciatore messicano a Pechino, Jorge Guajardo, è improbabile che sia imminente una “cascata”  di stati da Taiwan verso le sponde della Cina.