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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaPerché l'Iran ha lanciato missili su Erbil - un'analisi...

Perché l’Iran ha lanciato missili su Erbil – un’analisi della stampa persiana

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Il lancio di diversi missili su Erbil deve essere contestualizzato, oltre che nell’ambito delle tensioni regionali e dell’intervento russo in Ucraina, in quello del possibile (certamente molto sbandierato) raggiungimento di un nuovo “accordo sul nucleare”.

Nell’edizione di lunedì 14 marzo il quotidiano Kayhan, molto vicino all’Ufficio della Guida Suprema, esplicita che l’attacco missilistico ha avuto come obiettivo un “centro strategico del regime di occupazione sionista”, “completamente raso al suolo”, aggiungendo un particolare interessante: l’uccisione ed il ferimento di diversi “mercenari” israeliani (fonte ripresa: Al-Mayadeen, libanese). La cosa viene giustificata in un articolo come risposta all’uccisione a Damasco, lo scorso lunedì, di Ehsan Karbalaipour e Morteza Saeidnejad, due mebri dell’IRGC, mentre in un altro articolo, sempre dello stesso giornale (e sempre nella stessa edizione, in pratica una pagina dopo) riporta al contrario che l’attacco missilistico “non aveva nulla a che fare con il martirio di due forze dell’IRGC in Siria e che la vendetta per il sangue dei due martiri (Karbalaipour e Saeidnejad, nda) sarebbe stata vendicata al momento giusto”.

Abbiamo quindi particolari interessanti:

  • Il desiderio da parte del giornale di sottolineare la morte degli israeliani (nessun rimando agli Stati Uniti),
  • Il rimando a fatti che collegano l’Iran agli eventi della presenza israeliana in Siria ed in Libano pur attribuendoli a due eventi diversi (uno dei due articoli sottolinea come il lancio dei missili è avvenuto all’ 1:20 AM in coincidenza con l’assassinio del maggior generale Haj Qasem Soleimani),
  • divergono anche i dati sul numero dei missili utilizzati: 12 nel primo articolo, 10 nel secondo.

Altro dato di interesse è una frase sibillina contenuta nel secondo articolo: “L’Iran non sta negoziando con nessuno sulla sua sicurezza nazionale”. Questo ci riporta agli eventi in corso a Vienna, in relazione ai quali diversi rumors avevano parlato di una imminente fine dei rounds negoziali. Indipendentemente dalla veridicità di questa informazione, è chiaro come chi abbia fretta di giungere ad un accordo stavolta siano gli Stati Uniti. E questa è una posizione di debolezza che viene percepita chiaramente dall’Iran, che alza la posta in gioco. Gli Stati Uniti di Biden vogliono un Medio Oriente di nazioni egualmente potenti che si annullano a vicenda, incapaci di prevalere le une sulle altre e quindi neutralizzate. Un isolamento continuo dell’Iran lo spingerebbe invece sempre di più verso la Cina, cosa già ampiamente prevista da moltissimi analisti come quasi naturale conseguenza del suo mancato reintegro nell’economia mondiale – reintegro dal quale però perderebbero moltissimo i Pasdaran e tutti i rappresentanti del vero potere esistente in Iran, ovvero quello afferenti alla Guida. Inoltre, la mancanza del petrolio e del gas russi ha fatto diminuire l’offerta di energia ed impennare i prezzi. L’immissione di energia iraniana nel mercato mondiale sarebbe poi molto utile per calmierare i prezzi delle materie energetiche. Bisogna ricordare come due altri grandissimi produttori, Arabia Saudita ed Emirati, non abbiano voluto rispondere alle telefonate della Casa Bianca fatte la scorsa settimana, e che questa stia andando a bussare anche alle porte di Caracas.

Cosa spinge dunque Teheran a rendere il tavolo negoziale più difficile?

Proprio la consapevolezza della sua ritrovata importanza, unita al fatto che – come detto – un reintegro dell’Iran nel mercato reale mondiale non può che comportare una fortissima perdita di potere di tutte quelle strutture afferenti alla guida (IRGC in primis) che costituiscono la vera ossatura del potere in Iran.  Se accettano un nuovo deal, dunque, questo dovrà avere una efficacia reale e venire completamente rispettato dagli Stati Uniti: ecco il senso delle garanzie sulla “sicurezza nazionale” richieste da Teheran. Una rinuncia all’interferenza negli affari interni dell’ Iran da parte degli Stati Uniti. Leggi: dimenticatevi il regime change.

E non è un caso che sempre la stampa iraniana, citando anche altre fonti, faccia continuo riferimento proprio alla inaffidabilità statunitense. 

L’Iran vuole anche far intendere nettamente di essere infastidito dall’avvicinamento fra Turchia ed Israele. Si legge, sempre su Kayhan (di ieri domenica 13): “naturalmente, l’iran considera l’instaurazione di relazioni fra il falso regime israeliano ed i suoi vicini come un segno di responsabilità e persino di partecipazione ad ogni misura israeliana nella regione che sia contraria alla sicurezza (iraniana, nda), e ha avvertito i paesi della regione che l’uso di tali misure (il riferimento è al lancio dei missili, nda) può essere ripetuto contro le forze di altri paesi”. La dichiarazione è dunque durissima. Segue poi la parte più pesante: “la ripresa delle relazioni ad alto livello tra la Turchia e il regime sionista pone molte minacce alla regione. la mossa di Recep Tayyip Erdogan, data l’incapacità del regime (Israele, nda) di scusarsi per l’attacco del 2010 a una nave turca diretta a Gaza…(omiss)…, ha ucciso 11 cittadini turchi, cosa “umiliante” per il paese, e (la ripresa delle relazioni, nda) potrebbe far sì che la sua sicurezza affronti una grave crisi. La visita del capo del regime sionista arriva dopo 18 anni di crisi nelle relazioni Tel Aviv-Ankara. Erdogan ha sparato 21 colpi di cannone…(omiss)…e ha parlato della formazione di una coalizione araba, turca, ebraica con la partecipazione di Turchia, regime israeliano, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Azerbaigian, cosa che va considerata “una missione” consegnata dagli Stati Uniti.”

La tecnica iraniana è dunque quella di far intendere di non aver bisogno di nessuno, di giocare una partita che le è vitale: il rimando all’”umiliazione”, sebbene riportato nei confronti della Turchia, è in realtà un riferimento alla stessa storia nazionale persiana, e si legge in relazione a tutto ciò che gli Stati Uniti hanno commesso in Iran dal 1953 in poi, intesa come ingerenza offensiva della dignità e dell’indipendenza del Paese, ed è la chiave da leggere per poter addivenire ad un nuovo accordo a Vienna. Il termine “umiliazione” è davvero il metro per la comprensione dell’atteggiamento che l’Iran adotta, ed adotterà, per rientrare nel consesso mondiale. Altro spunto interessante, il “non detto” nell’articolo ma chiarissimo, è il parallelo turco: nella visione persiana delle cose, è proprio il troppo assecondamento di Ankara alla volontà statunitense (bisogna ricordare che, nella visione rivoluzionaria persiana, Israele è una emanazione statunitense) a determinarne la rovina. E, per tornare al conflitto in atto, è certo che, indipendentemente dalle iniziative diplomatiche di Antalia, la Turchia ora nulla può mediare (indipendentemente dalle possibili future vulgate giornalistiche). Nella crisi, la vera controparte non può che essere Washington. Il resto è una proiezione. E Teheran questo lo sa bene, e prende nota per giocare a suo favore in casa. Anche coi missili. 

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