Perchè Hong Kong deve rimanere un punto di riferimento per la libertà di espressione in Cina

Spesso si pensa ad Hong Kong come il baluardo delle libertà civili di una Cina che, sotto la presidenza di Xi Jinping, sta sperimentando una nuova deriva autoritaria del potere politico. Eppure il controllo della contestazione politica da parte del governo centrale, che ad oggi passa attraverso le reti sociali informatiche, ha parzialmente colpito anche Hong Kong dove i movimenti per l’indipendenza, soprattutto quelli studenteschi, si sono affievoliti negli ultimi anni.

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In questi giorni di dissenso civile, tuttavia, un immaginario democratico è tornato ad aleggiare sulla città quando parte della popolazione è scesa in piazza per manifestare contro l’ingerenza del Partito sulla regione. Numerosi attivisti hanno riempito le strade per difendere la loro autonomia, non solo politica ma anche identitaria. Hong Kong difatti, ha una tradizione culturale diversa da quella della Cina continentale, ad esempio si parla il cantonese e non il mandarino. La sua storia inoltre l’ha resa un posto in cui oriente e occidente confluiscono dando luogo ad una ibrida armonia di architetture, persone, costumi e forme di governo.

Hong Kong è un punto di snodo tra spazio e tempo dove la modernità sfrenata contrasta con le vecchie abitudini dell’anima più popolare della città, che nel tentativo di conservare le sue tradizioni, sembra sempre più inadeguata al contesto urbano iper-moderno che gli si staglia attorno; ma è questo volto della città ad essere inadeguato alla sua gente e non viceversa. Ad Hong Kong si sono costruiti i grattacieli e i centri commerciali più grandi al mondo, laddove alle persone piaceva ancora indossare il cappello a cono di paglia e comprava il cibo dai banchetti in strada o da piccole macellerie a cielo aperto. Che tra l’altro, ci sono ancora.

Ad Hong Kong l’impressione che si ha è quello di un luogo che è frustrato dalla deturpazione del suo passato – reciso dai legami con la sua cultura più antica e poi con quelli dell’esperienza coloniale- come dall’esaltazione del presente sotto la guida della bandiera a cinque stelle. Basta una semplice passeggiata al Museo di Storia per capirlo; il percorso espositivo termina in una piccola sala cinematografica in cui vengono proiettate per tutta la giornata le scene dell’addio, tra le lacrime, del governatore inglese alla città e poi il fastoso ritorno alla sovranità cinese dopo 156 anni.

Eppure, nonostante tutti gli sforzi voluti dal governo centrale per rendere il posto e la sua gente più “cinese” possibile, Hong Kong ha mantenuto la sua capacità di dire la propria, grazie alla sua voce critica ed ai numerosi stranieri che la abitano e la vivono. Questa è una tendenza che nel tempo sta scemando, parimenti alla sua autonomia, un po’ per disinteresse dei più giovani ed in parte anche per via di una retorica di governo che anche qui ha sortito i suoi effetti.

Ogni tanto però gli animi si riaccendono, proprio come è accaduto in questi giorni. Dopotutto, l’amnesia forzosa voluta da Pechino su tutti quegli eventi considerati scomodi, ad Hong Kong ha funzionato meno. Ad Hong Kong infatti, è possibile rievocare i grandi tabù della storia contemporanea cinese, come la strage di Tienanmen. E non lo si chiama “incidente”, non lo si chiama “gli eventi del 4 giugno” ma si erige un monumento commemorativo nel piazzale dell’Università di Hong Kong dal nome “il Pilastro della Vergogna”, scolpito dall’artista danese Jens Galschiøt, dove corpi insanguinati si ammassano formando una piramide umana. “I vecchi non potranno uccidere per sempre i giovani” si legge sul basamento dell’opera; è un messaggio abbastanza forte, impensabile in qualsiasi altro posto della Cina. Ciò ha reso Hong Kong una meta per le vacanze di numerosi turisti dalla Cina mainland che arrivano, spesso durante la cosiddetta “Settimana Dorata”, per comprare libri, giornali, riviste e per far propria tutta quella informazione a cui in altre parti del paese non hanno accesso. Le stesse università della città sono bersaglio di ondate di turisti cinesi che scattano foto entusiasti; non perché le università di Hong Kong siano particolarmente belle ma perché probabilmente devono esser viste come luoghi affascinanti in cui si può avere accesso ad una informazione meno controllata. Seppur danneggiata per quanto riguarda la preservazione della sua cultura, dunque, la città rimane ancora un punto di riferimento per la libertà di dire e di ricordare del resto della nazione. Forse è questo che la gente oggi, come nel 2014, sta difendendo per le strade: il diritto alla memoria collettiva per una costruzione del presente in senso democratico.

Ciò deve aver allarmato l’alta dirigenza di Partito che di fronte all’ennesima contestazione ha intrapreso in un primo momento una linea repressiva più dura, convogliando l’attenzione di tutto il mondo sul tema dei diritti civili in Cina in un mese già caldo, vista la ricorrenza del trentesimo anniversario dal massacro di Tienanmen. D’altronde, era difficile immaginare che da Pechino non ci sarebbero state delle reazioni per contenere le manifestazioni. Il governo è conscio che le proteste contro l’estradizione in madrepatria dei detenuti accusati di gravi crimini, come l’omicidio o lo stupro (o di essere dissidenti), sono diventate un’occasione per incanalare la frustrazione sociale dei cittadini di Hong Kong dovuta al controllo perentorio del potere politico centrale, alle preoccupazioni per una crescita economica nazionale che sta rallentando e per un mercato del lavoro che è più saturo rispetto al passato. L’insieme di questi fattori si teme possa minare la stabilità e la fedeltà al governo della classe media, fondamentale per la tenuta del Partito. Dare una risposta dunque, si è reso ancor più necessario da parte di Pechino per confermare la sua presenza ed autorità.

Attualmente, ad Hong Kong le proteste continuano. Il punto sarà vedere fin dove la Cina che oggigiorno vuole partecipare attivamente alla società internazionale e che per questo non può permettersi di screditare la sua immagine di fronte all’opinione pubblica mondiale, farà a braccio di ferro con i manifestanti.