La percezione del “rischio Cina” e la questione taiwanese

Mancano pochi giorni all’attesissima visita del presidente cinese Xi Jinping in Italia, che dovrebbe vedere nella firma del memorandum of understanding incentrato sul progetto della “nuova via della seta” il suo momento focale. Nel frattempo nel mondo da più parti si moltiplicano i segnali della preoccupazione per la possibile deriva della sempre più ossessiva onnipresenza della Cina nel mondo.

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Un esempio concreto giunge da El Salvador, la nazione centroamericana che l’anno scorso ha scelto di avviare piene relazioni diplomatiche con la Cina chiudendo quelle ormai pluridecennali con Taiwan. In nome della “One China Policy” come intesa a Pechino, pur ormai nell’ultimo periodo del proprio mandato il presidente salvadoregno Salvador Sanchez Caren ha fatto seguire a quella scelta la decisione di cancellare l’adesione del proprio Paese all’accordo di libero commercio in vigore con Taiwan. Scelte, quelle di Ceren, che però in rapida sequenza sono state messe in dubbio sia sul piano giuridico che sul quello politico.

Il vicepresidente del Consiglio e ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio in Cina insieme al sottosegretario Michele Geraci

Sul primo fronte la Corte suprema salvadoregna ha sospeso la decisione sul trattato di libero commercio accogliendo l’allarmato ricorso delle associazioni di categoria, in particolare di quella dei commercianti di zucchero, che nella fine dell’accordo di libero commercio con Taiwan e nell’apertura alla Cina vedono più pericoli che opportunità. Sul secondo fronte, in relazione alla scelta di politica estera fatta da Ceren con la rottura delle relazioni diplomatiche con Taiwan, ci sono state importanti prese di posizione da parte del neo-eletto successore alla guida di El Salvador, Nayib Bukele, che sarà in carica dal prossimo primo giugno, e dei suoi consiglieri in politica estera.

Preceduto da varie dichiarazioni sulla stampa di esponenti politici a lui vicini, in un recente intervento presso l’Heritage Foundation di Los Angeles, Bukele ha detto in modo chiaro che la decisione di Ceren è da considerarsi tutt’altro che definitiva e che egli sta ancora valutando se e come modificarla una volta che avrà assunto i poteri del presidente. Parlando della Cina, Bukele ha detto che essa “non rispetta le regole, in particolare quelle del commercio”. E ha aggiunto: “I cinesi arrivano in un Paese, portano con loro progetti non realizzabili e quindi lasciano quel Paese con grandi debiti che non sono ripagabili e che vengono poi utilizzati come leva finanziaria”. Uno scenario allarmante, quello esposto da Bukele, che probabilmente tiene conto di quanto negativamente già avvenuto in alcuni Paesi quali lo Sri Lanka e il Pakistan che, non potendo ripagare i forti interessi sui crediti concessi dalla Cina per la realizzazione di opere, hanno infine dovuto cedere il controllo di porti e infrastrutture ad aziende commissionate da Pechino. Bukele ha poi espresso con parole forti un allarme: “I cinesi non sono una democrazia ma pretendono di intromettersi nella tua democrazia”.

Preoccupazione rispetto ai progetti cinesi all’estero è stata di recente espressa anche dal primo ministro della Malesia, Mahatir Mohamed, non nuovo a esternazioni sul tema, e soprattutto da un Paese all’avanguardia sul piano politico ed economico come l’Australia. Qui un esponente di governo, il vice ministro per la cooperazione internazionale e l’area del Pacifico, Anne Ruston, ha ammesso che negli ultimi anni a fronte della crescente influenza cinese il suo Paese non è stato sufficientemente attento a quanto avveniva nella propria regione di appartenenza, concentrandosi su altri temi di politica estera. Di qui la necessità per l’Australia di “tornare a occuparsi in modo prioritario di cosa avviene nella propria regione”. Il nuovo ambasciatore americano in Australia, Arthur Culvahouse, rappresentante del più saldo alleato diplomatico del Paese oceanico, ha a sua volta usato parole forti sul “pericolo cinese” per l’Australia e per il resto della regione circostante. Dubbi e commenti, quelli qui evidenziati, che per forza di cose vanno valutati tenendo conto della potenza di fuoco economica e in modo crescente militare della Cina. In altri termini è oggettivo che le possibilità che alla fine El Salvador decida di tenere fede ai nuovi patti con Pechino, che la Malesia continui ad essere una delle maggiori basi dell’espansionismo cinese e che l’Australia continui in una politica apparsa spesse volte ambigua rispetto alla Cina sono alte.

Il ministro degli Esteri taiwanese Joseph Wu durante il suo discorso al Los Angeles World Affairs Council dell’11 marzo 2019

Certo colpisce l’elemento che qui si vuole richiamare: il mutare della “percezione” esistente sulla Cina, non più fenomeno emergente della scena mondiale ma anche e soprattutto fattore di destabilizzazione e potenziale intromissione nelle vicende economiche di altri Paesi. Si tratta di uno sviluppo interessante da approfondire, nell’ambito del quale inoltre è interessante notare la anch’essa recente presa di posizione del ministro degli Esteri di Taiwan, Joseph Wu. In un atteso intervento presso il World Affairs Council di Los Angeles, Wu ha messo in contrapposizione la linea dello “sharp power” con cui la Cina vuole imporsi nel mondo e in primo luogo proprio sulla democrazia taiwanese con la linea del “warm power” perseguita da Taipei attraverso le serie politiche di assistenza allo sviluppo (sanitaria, culturale, ambientale ed energetica) attuate nella regione indo-pacifica nella cornice della New Southbound Policy taiwanese.