Per superare la crisi in Libia: una forza europea di interposizione e ristabilimento della pace

La contrapposizione fra le milizie di Haftar e quelle di Al Serraj si intensifica ogni giorno di più: a due settimane dall’inizio dell’offensiva, i morti hanno superato le 200 unità, i feriti sono circa 1.000 ed ancora di più gli sfollati, oltre 25.000 persone che fuggono dal fuoco delle milizie contrapposte.

Per superare la crisi in Libia: una forza europea di interposizione e ristabilimento della pace - GEOPOLITICA.info Fonte: occhidellaguerra.it

Gli sforzi per arrivare ad un cessate il fuoco sono stati finora senza risultato. Le diplomazie sono al lavoro, e quella italiana si sta prodigando più di altre, senza tuttavia registrare disponibilità dalle parti in causa: Haftar, sostenuto da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti da una parte; il governo di Al Serraj, affiancato da Turchia e Qatar, dall’altro. Sullo sfondo, neanche troppo defilate, Russia e Francia sostengono Haftar, la prima interessata ad un porto nel Mediterraneo per le proprie navi; la seconda, che mira ad accrescere la propria influenza economica nel paese.

L’Italia, nella ricerca di un componimento diplomatico fra le parti, mantiene aperto il dialogo con entrambe. Ma senza significativi riconoscimenti. Ecco allora che si pone, urgentemente, l’opportunità o, forse meglio, la necessità di interporre una forza di peace-enforcement che fin da subito, e probabilmente per un tempo abbastanza prolungato, concorra a riportare una tregua e consenta di avviare il processo, appena interrotto, che porti ad elezioni politiche nel paese.

Al Serraj ha paventato la minaccia che fino a 800.000 profughi e rifugiati possano riversarsi in Europa se non si riuscisse a fermare i combattimenti. Probabilmente il numero è volutamente elevato per fare pressione sulla comunità internazionale. Cionondimeno, pur se in dimensioni più contenute, il rischio c’è tutto e va tempestivamente affrontato. Anche per la possibilità che fra migranti e rifugiati possano infiltrarsi jihadisti e attentatori di varia estrazione.

A questo rischio sono esposti i paesi Europei che si affacciano sul Mediterraneo, e in primis l’Italia, per la sua vicinanza geografica alla Libia. Ma, come l’esperienza ha dimostrato, l’Italia è stata spesso un paese di transito e passaggio, per migranti diretti verso altri paesi Europei. È una sfida, quindi, che accomuna l’Europa nel suo insieme su un tema – la pressione dei migranti –che finora non ha trovato una risposta comune. Anzi, ha generato contrasti e divisioni, che si sono recentemente accentuate.

Il numero e il tipo di intervento di questa forza di interposizione andrebbe definito in sede internazionale. Potrebbe ricevere auspicabilmente mandato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, qualora si trovasse il consenso tra membri, anzitutto quelli con il seggio permanente (USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito). Oppure potrebbe avviarsi su richiesta del governo libico internazionalmente riconosciuto, ovvero quello con sede a Tripoli ed assediato dalle forze di Haftar. La forza dispiegata dovrebbe basarsi su un significativo contributo in termini di truppe da parte dei paesi europei, quelli più interessati al contenimento della pressione migratoria. Certamente quindi una nutrita rappresentanza dei paesi mediterranei più esposti – Italia, Francia, Spagna e Grecia – senza peraltro ignorare il contributo che anche altri paesi come gli Stati Uniti potrebbero dare.

L’obiettivo dovrebbe essere di raggiungere il cessate il fuoco nel più breve tempo possibile, contribuendo ad assistere e curare i feriti negli scontri finora registrati. In questo senso, l’Italia è già presente con il presidio ospedaliero garantito da un nostro contingente militare a Misurata.

In una situazione quantomeno parzialmente stabilizzata grazie alla forza di interposizione, si potrebbe riprendere il percorso già avviato con la conferenza di Palermo ma interrotto dallo scoppio delle ostilità e pianificare in prospettiva la tenuta di elezioni generali.

Contemporaneamente, l’Unione Europea dovrebbe dare concreta attuazione al piano di assistenza e sviluppo ai paesi africani, anche altrimenti definito Piano Marshall per l’Africa, più volte richiamato nelle varie sedi istituzionali europee. Senza un piano di sviluppo, assistenza e cooperazione di lungo periodo, non sarà mai possibile contenere stabilmente i flussi migratori provenienti dal Nord-Africa. Occorre avviare al più presto progetti di collaborazione che spingano imprese europee ad investire in quelle aree attraverso la realizzazione di infrastrutture, materiali ed immateriali, che facilitino la formazione e circolazione di risorse in grado di valorizzare le economie locali.

È un percorso oneroso e impegnativo, con ritorni che possono esprimersi solo nel medio e lungo termine. Se non lo si imbocca con decisione e determinazione, sarà difficile gestire le sfide che si porranno in tema di pressione migratoria dal continente africano. Ad oggi, rimane peraltro irrisolto il nodo di fondo della questione, rappresentato da partner europei che fino ad oggi si sono dimostrati sostanzialmente sordi e estranei di fronte alle sfide poste dall’Africa.

Questo anche per via di una sostanziale inerzia ad agire tramite lo strumento militare in maniera più assertiva (che non significa ben inteso in maniera più aggressiva, ma significa invece muoversi in favore dei più esposti alla violenza). Tra l’altro, il solo annuncio della mobilitazione di una forza di interposizione, oppure il semplice dispiegamento di una flotta multinazionale al largo della Libia, potrebbe fin da subito innescare una disponibilità delle parti a sedere al tavolo del negoziato diplomatico ed interrompere le ostilità.

Sollevare questi temi in sede europea riflette nostri specifici interessi nazionali, la cui tutela si combina con l’interesse a trovare risposte mirate alla crisi in atto in Libia. Farsene interprete può accrescere il peso ed il ruolo dell’Italia nel contesto internazionale: sostenere l’urgenza di una forza di interposizione fra le parti in conflitto, peraltro, è un complemento abbastanza consequenziale all’impegno già dispiegato in Libia nell’addestramento della Guardia Costiera e nel presidio militare medico di Misurata, nonché un appello affinché l’Europa inizi ad agire in maniera pro-attiva a tutela della propria sicurezza.