Euroscettici e anti-islamici in Germania. Ascesa e declino di Pegida, movimento reazionario tedesco

Da cinque mesi la Germania assiste allo sviluppo di un fenomeno politico che, se ricorda diversi  altri movimenti sorti recentemente in varie parti d’Europa, rappresenta tuttavia una certa novità nel panorama interno tedesco. PEGIDA (acronimo per Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente) viene fondato a Dresda da Lutz Bachmann verso la metà di ottobre, e organizza periodiche manifestazioni nel capoluogo sassone in favore di una revisione delle politiche d’asilo attuate dal governo federale e, più in generale, dall’Unione Europea.

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I timori dell’uomo qualunque

Il suo successo è stato piuttosto rapido. I partecipanti ai raduni sono cresciuti esponenzialmente, dalle poche centinaia di ottobre ai 25000 del 12 gennaio 2015. Il movimento ha inoltre conosciuto una rapida diffusione nel resto della Germania – soprattutto a Lipsia, Monaco e in Renania – nonché diverse declinazioni al di là dei confini tedeschi. La sua fortuna risiede probabilmente nel presentarsi come espressione dei timori del “cittadino medio”, nell’apparente rifiuto di ogni legame con l’estrema destra, e soprattutto con i neonazisti, nonché nel tentativo di inserirsi nel solco della mitopoietica nazionale, riprendendo usi e slogan propri delle contestazioni contro la Repubblica Democratica Tedesca – cui appartengono senza dubbio le Montagsdemostrationen (manifestazioni del lunedì, che agitarono le città orientali nell’autunno del 1989) e le parole d’ordine «Wir sind das Volk» (noi siamo il popolo/la nazione).

PEGIDA nasce sui social network, segnatamente su facebook, ed è attraverso tali mezzi che chiama a raccolta i simpatizzanti e diffonde i propri programmi. Questi ultimi si incentrano, oltre che sulla lotta contro l’islamizzazione del Vecchio Continente e per l’adozione di misure più restrittive nei confronti dei rifugiati, anche sulla sfiducia verso la classe politica, la critica ai media “ufficiali” – un motto molto in voga è «Lügenpresse» (stampa bugiarda) – e la difesa delle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Fin qui tutto sembrerebbe intonato con le linee-guida di molti partiti della nuova destra e, soprattutto, con quelle di numerosi movimenti “dal basso”, sorti allo stesso modo nel terreno fertile della rete. Caratteristica squisitamente locale è, inoltre, il rifiuto dell’anti-patriottismo e la chiara volontà di allentare gli stretti vincoli culturali che impedirebbero ai tedeschi di dirsi apertamente orgogliosi di esser tali. Tuttavia, nonostante il distanziamento ufficiale, numerosi indizi hanno portato a vedere in PEGIDA un fenomeno profondamente reazionario.

 

La lunga ombra del passato tedesco

Già il logo di per sé, i cui colori sono nero-bianco-rosso, richiama alla mente la bandiera del Reich guglielmino, se non quella con la svastica. Lo stesso grido «Lügenpresse», poi, evoca la propaganda nazionalsocialista, soprattutto se accoppiato all’invettiva «Judenschwein» (porco ebreo) all’indirizzo dei giornalisti presenti durante le manifestazioni del lunedì. Bachmann, da parte sua, ebbe l’infelice idea di salutare il crescere di consensi verso PEGIDA, l’8 dicembre 2014, con la frase «Deutschland erwacht» (Germania desta), quasi una risposta al «Deutschland erwache» (destati Germania), intonato a suo tempo dalle SA. Inoltre la costola di Lipsia – chiamata LEGIDA – si presenta anche più vicina all’estrema destra rispetto alla matrice originale di Dresda, non negando affatto diffusi contatti con la NPD (Nationaldemokratische Partei Deutschlands) e con diverse sigle di ultras legati alla galassia neonazista. Conferma ultima fu infine la diffusione di una fotografia di Lutz Bachmann con pettinatura e baffetti à la Hitler – caso sul quale è montato lo scandalo che lo ha costretto, il 21 gennaio, a lasciare la guida del movimento, seppur rimanendone all’interno e intervenendo ai comizi.

Sull’onda di questi “indizi” è pienamente comprensibile come le autorità politiche, sia locali che federali, e ampi strati della società civile abbiano stigmatizzato PEGIDA e la sua campagna, denunciandone le basi xenofobe e gli afflati nostalgici. Angela Merkel ne ha fatto oggetto del suo discorso di fine anno, mentre il Presidente della Repubblica Gauck ha messo in guardia il paese contro le derive demagogiche promesse dal movimento. Tuttavia le risposte della classe dirigente tedesca non sono immuni da critiche, anzi, soprattutto nelle città sassoni si respira un certo nervosismo che ha condotto verso decisioni poco felici. Se all’indomani dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, infatti, l’adunata di PEGIDA a Dresda aveva raccolto il proprio record di partecipanti, il lunedì successivo il governo cittadino ha proibito ogni sorta di assembramento o manifestazione, per ragioni di ordine pubblico, fornendo quindi involontariamente un prezioso argomento utile agli stessi agitatori. Più di recente, per carenza nel numero di poliziotti necessari, una simile decisione è stata presa anche a Lipsia.

 

Cause interne ed esterne di un fallimento

Ciò nonostante il fenomeno di PEGIDA sembra affrontare una parabola discendente. Da una parte, con l’emergere dei punti di contatto con gruppuscoli e ideologie dell’estrema destra tedesca, ogni manifestazione del movimento ha visto sorgere – più o meno spontaneamente – comitati di protesta e contro-assembramenti, il cui numero di partecipanti superava spesso di larga misura quello degli aderenti a PEGIDA. Dall’altra, i toni delle autorità civili e politiche si sono fatti continuamente più seri e preoccupati, invocando il senso di responsabilità della cittadinanza davanti al dilagare di idee e azioni xenofobe (dalla fine del 2014 gli assalti, spesso incendiari, contro i centri d’asilo sono cresciuti esponenzialmente). Tuttavia il de profundis è stato cantato negli stessi vertici dell’organizzazione e dovuto, in gran parte, a una serie di scontri interni che hanno avuto come protagonisti Lutz Bachmann e la portavoce Kartin Oertel. Quest’ultima, come reazione alla permanenza del vecchio leader nel movimento all’indomani dello scandalo del 21 gennaio, ha lasciato PEGIDA assieme ad altri quadri dirigenti dell’organizzazione, fondando il gruppo Direkte Demokratie für Deutschland. La scissione, però, non pare aver avuto molto successo: al raduno chiamato per domenica 8 febbraio a Dresda, infatti, hanno partecipato poche centinaia di persone. Allo stesso tempo non sembra migliore neppure la situazione di coloro che sono rimasti fedeli a PEGIDA, avendo visto appena 5.000 aderenti prender parte alla manifestazione di lunedì 9 febbraio – meno di un quinto rispetto a gennaio.

Se l’esperienza dei Patrioti Europei, quindi, si avvia probabilmente al tramonto, lo stesso forse non si può dire dei motivi di fondo che hanno animato questo fenomeno. Per questo motivo potrebbe risultare interessante condurre un’analisi più approfondita, tenendo presente sia il contesto specificatamente tedesco in cui ha preso forma, sia quello veterocontinentale. Un primo punto di riflessione emerge già dalla constatazione di come, seppur avendo le proprie roccaforti in Sassonia (appunto Dresda e Lipsia), la sua principale diffusione sia avvenuta in Baviera e in Renania, mentre i restanti Länder tedesco-orientali sono rimasti perlopiù tiepidi riguardo alle istanze di PEGIDA. Inoltre, non parrebbe esservi una corrispondenza tra l’effettivo numero di stranieri ospitati dalla regione e la presenza del movimento nella stessa: le tre città-stato della Germania (Berlino, Brema e Amburgo), infatti, accolgono in proporzione un maggior numero di migranti rispetto anche alla popolata Renania o alla Baviera – per non parlare della Sassonia, dove tale quota è veramente irrilevante – ma non hanno conosciuto significative declinazioni locali di PEGIDA.

 

Un “nocciolo razionale”?

Certo, le metropoli sono per loro natura più aperte delle provincie e, dal punto di vista dell’analisi politica, non dovrebbe sorprendere lo sviluppo di questo movimento in un’area toccata solo marginalmente dai flussi migratori. Tuttavia i dati statistici vanno un po’ torturati prima che dicano tutta la verità. Il maggior contributo di stranieri alla Germania è dato dai turchi, basato, in pratica, su una politica di importazione della manodopera vecchia di oltre cinquant’anni, ma rispondente sia a una tradizione secolare di amicizia turco-tedesca, sia soprattutto alla volontà del blocco atlantico di rifondare una Germania occidentale economicamente forte – ovvero di farne un fattore geopolitico – durante la Guerra Fredda. A questi seguono la comunità polacca e quella italiana. Ora, l’islamizzazione contro cui è sorta PEGIDA non riguarda ovviamente questi ultimi due gruppi e, solo in una ristretta misura, il primo (in Sassonia la comunità turca è solo lo 0,14%). Come hanno dimostrato diverse ricerche, infatti, la popolazione tedesca di etnia turca si è rivelata sensibile al cosiddetto salafismo soltanto nelle fasce di età più giovani – qui si potrebbe aprire un discorso riguardo alle connessioni tra ribellismo giovanile e integralismo islamico in Europa – mentre per gran parte è indifferente, se non ostile, a esso. In linea col proprio background culturale, fondamentalmente i turchi in Germania sono sì nazionalisti e magari tradizionalisti, ma anche relativamente laici.

Il bersaglio polemico di PEGIDA è rappresentato piuttosto dai rifugiati e dai richiedenti asilo, originari dunque del Medio Oriente, dell’Africa – nel caso settentrionale – e dei Balcani – soprattutto Kosovo. Qui emerge ciò che potremmo definire il “nocciolo razionale” della protesta di questo movimento, sia perché effettivamente la Germania accoglie il maggior numero di rifugiati nell’Unione Europea, sia per la loro distribuzione sul territorio nazionale che vede in testa Renania e Baviera, e la Sassonia allo stesso livello di Berlino. Eppure, l’ideologia che sorregge PEGIDA non si esaurisce al “nocciolo razionale” e in essa convivono istanze tali da far passare in secondo piano l’opposizione alle politiche d’asilo. Nello sventolare di bandiere tedesche, nei richiami a un Occidente «giudaico-cristiano» – o «greco-giudaico-cristiano», ma, si badi bene, per diritto di conquista (e sopravvivenza) solo l’ultimo termine ha un effettivo valore politico – e nella lotta contro l’anti-patriottismo alberga una critica serrata alle basi culturali della Germania post-bellica: l’Aufarbeitung der Vergangenheit (letteralmente: riconoscimento, e rielaborazione, del passato).

Posta in gioco: l’Europa

L’Aufarbeitung rappresenta infatti un processo estremamente complesso di analisi critica dei propri trascorsi nazionali e, in particolare, delle colpe collettive connesse al Nazionalsocialismo, alla Shoah e, in ultima istanza, alla dittatura tedesco-orientale. Su di essa si basa il moderno Stato tedesco, contribuendo a orientarne sia le scelte in politica estera sia le direttrici culturali e sociali. È contro gli effetti mediatici della Aufarbeitung che i manifestanti di PEGIDA gridano «Lügenpresse» e, sempre contro di essa, invocano una collocazione internazionale della Germania più forte e marcata. L’elemento decisivo di convergenza è dato dall’Europa: se infatti in un approccio critico alla “germanicità” le riflessioni del dopoguerra avevano trovato la propria catarsi nella vocazione europea, i richiami alla ri-nazionalizzazione della Germania e del Vecchio Continente, per PEGIDA, hanno un significato analogo alla negazione dell’Unione Europea – e ciò non tanto per come essa effettivamente sia attualmente, quanto piuttosto per il progetto verso cui dovrebbe tendere.

Prima che un disegno di integrazione economica o politica, l’Europa è un esperimento antropologico – probabilmente tra i più arditi della storia umana. Non diversamente dai processi di nation building si tratta di una spinta dal particolarismo a un universalismo – o, se preferiamo, a un particolarismo in scala più ampia – tendente a relegare le singole identità nazionali a mere caratteristiche regionali e a creare, al di sopra del Tedesco, dell’Italiano o del Belga, l’Europeo. Consustanziale a tale processo è indubbiamente la snazionalizzazione, a cui PEGIDA e numerosi movimenti affini si oppongono strenuamente, ed essa non è diversa dalle istanze di de-regionalizzazione a suo tempo portate avanti dagli Stati unitari tedesco e italiano – peraltro con successi alterni.

Ora, si può essere o meno d’accordo con questa visione dell’Europa unita, e non è neppur vero che questa sia l’unica storicamente identificabile – vi fu il Nuovo Ordine nazionalsocialista, il “concerto europeo”, la ristrutturazione napoleonica, fino ad arrivare a Carlo V e anche oltre. Ma sembra fuori discussione che i motivi fondamentali dell’esperienza di integrazione a noi contemporanea siano in larga misura debitori verso una generale Aufarbeitung che l’intero Vecchio Continente ha compiuto all’indomani del secondo conflitto mondiale – rafforzata da un ripensamento del proprio ruolo internazionale dopo il 1989-91. Giustamente Carlo Jean scrisse – era ancora il 1995 – che, con l’unificazione, la «Germania è divenuta il catalizzatore dell’Europa», ma ciò è vero non soltanto in virtù dei suoi numeri, demografici o economici, bensì anche da un punto di vista culturale, come modello di identità incentrato sulla non-identità nazionale.

PEGIDA, così come molti altri movimenti simili nel resto d’Europa – i quali possono inoltre avvalersi di una certa germanofobia, più o meno manifesta –, si batte appunto contro questo modello, rispetto a cui l’islamizzazione è considerata un effetto snazionalizzante coscientemente perseguito. Tuttavia, la parabola del movimento tedesco – messo a confronto con gli analoghi europei – ci dimostra anche come l’ideologia, o il progetto politico-culturale, contro cui si scaglia non sia affatto fragile, oppure prodotto di un “pensiero debole”, ma possieda invece una propria forza e un’intima coesione capace di reggere le sfide lanciate dall’interno. Vedremo forse presto se ciò possa valere anche con quelle provenienti dall’esterno.