Pechino inasprisce le regole contro la libertà religiosa e nel mondo cattolico crescono sconcerto e disorientamento.

Da settimane nel mondo cattolico e, in particolare, in tutti gli ambienti ecclesiastici e intellettuali che seguono la vita religiosa sul continente cinese, si discute sulla recente decisione della Santa Sede di chiedere a due Vescovi cinesi, con alle spalle una vita intera di sofferenze per la loro fedeltà al Papa e alla Chiesa cattolica, di lasciare il proprio posto a “colleghi” aderenti alla cosiddetta Associazione patriottica cinese, creata dal regime 60 anni orsono e direttamente dipendente dal partito comunista.  Fa riflettere che ciò sia avvenuto proprio nel periodo di entrata in vigore, in Cina, dei nuovi regolamenti sulle “attività religiose” che impongono norme ancora più repressive delle precedenti, volte di fatto a impedire, se non in pochi casi sotto severo controllo governativo, l’apertura di nuove chiese e l’esercizio di quella libertà religiosa che è cosa assai diversa da una silenziosa, e comunque strettamente controllata, libertà di culto. 

Pechino inasprisce le regole contro la libertà religiosa e nel mondo cattolico crescono sconcerto e disorientamento. - GEOPOLITICA.info

Ben prima dell’entrata in vigore dei nuovi regolamenti, quando erano note le bozze, il Direttore di “Asia News”  – l’agenzia del PIME, Pontificio Istituto Missioni Estere, che ha una storica e profonda conoscenza di tutta la realtà cristiana e cattolica dal Mediterraneo al Giappone – Padre Bernardo Cervellera ha scritto che “la struttura ideologica rimane quella comunista di sempre: le attività religiose, per essere espresse, devono essere vidimate e controllate dallo Stato a tutti i livelli: di villaggio, contea, provincia, nazione”. Per essere “secondo la legge”, aggiunge Padre Cervellera, “le religioni devono essere guidate dal governo del popolo, dai dipartimenti per gli affari religiosi, dalle autorità di contea e di villaggio le quali hanno diritto di intervento sulle attività religiose. Tali principi hanno preso una nuova enfasi dopo il discorso del presidente Xi Jinping in cui egli ha messo in guardia contro le ‘influenze straniere’ e ha decretato che se le religioni vogliono vivere in Cina si devono ‘sinicizzare’. La psicosi negativa sulle religioni manovrate dall’esterno si riferisce ai musulmani dello Xinjiang e ai buddisti tibetani, ma anche il Papa e il Vaticano, con le nomine dei Vescovi, sono sospettati di complotti e di ingerenza negli affari interni della Cina”.

Cattolici cinesi a Prato per la Giornata mondiale di preghiera per la Chiesa in Cina. (Asia News)

A fronte delle aperture del Vaticano  – la cui disponibilità al dialogo dura da oltre 30 anni ma è sempre risultata inutile a motivo della intransigenza cinese –  le autorità di Pechino stanno premendo sul pedale dell’acceleratore per restringere ulteriormente gli spazi di respiro della vita religiosa dei credenti e ridurre al minimo la presenza dei luoghi di culto. Lo dimostrano recenti cronache che hanno portato nel mondo le immagini di chiese abbattute, o in procinto di esserlo, per ragioni “urbanistiche”, e di Crocefissi eliminati dalla sommità di chiese e campanili per impedirne la vista pubblica. “Cinesizzare”, secondo le direttive supreme del partito,  la gestione del cattolicesimo in Cina vuol dire concentrare tutto nelle mani della citata “Associazione patriottica” che, dagli anni ’50, “ordina” Vescovi non legati alla Santa Sede (i quali è noto che non godono di alcuna credibilità e rispetto tra i credenti) e costringe alla clandestinità (quando non sono arrestati, isolati, torturati, messi ai lavori forzati “rieducativi”) i Vescovi, sacerdoti e religiosi rimasti fedeli alla Santa Sede.

Questo nuovo corso è apertamente reclamizzato dal governo cinese, come dimostra quanto dichiarato dal direttore dell’Amministrazione statale per gli affari religiosi, Wang Zouan: “Ulteriori restrizioni e multe accresciute sono necessarie perché giorno per giorno si intensifica l’infiltrazione di stranieri usando la religione e diffondendo l’estremismo religioso in diverse aree”. Non a caso tra i pilastri dei nuovi regolamenti vi è proprio l’imposizione di norme draconiane che rendono impossibile l’afflusso di insegnanti stranieri nei seminari. Parole dure che – in coincidenza con l’atteggiamento remissivo dei negoziatori vaticani –  rendono chiaramente l’idea di quanto sta accadendo. È infatti evidente la volontà del regime di rendere concreti i principi – strumentali all’obiettivo di mantenere il ferreo controllo politico-religioso su tutto il territorio cinese –  indicati nella Costituzione della Repubblica popolare e declinati con le contraddizioni, ipocrisie e fumosità che caratterizzano tutti i testi costituzionali dei paesi comunisti. Nell’ultima stesura del 1982, che riscrisse il testo originario della carta fondamentale e che è stata poi oggetto di successivi emendamenti, è dedicato all’esercizio religioso l’articolo 36, all’interno del “capo II” (Diritti e doveri fondamentali dei cittadini) e si legge:

 1.    I cittadini della RPC hanno libertà di credenza religiosa.

2.    Nessun organo statale, nessuna organizzazione sociale e nessun individuo deve costringere i cittadini ad avere una credenza religiosa, o discriminare tra cittadini che hanno una credenza religiosa e cittadini che non hanno una credenza religiosa.

3.    Lo stato protegge le attività religiose normali. Nessuno deve usare la religione, e danneggiare l’ordine sociale, nuocere alla salute dei cittadini, ostacolare l’ordinamento educativo dello stato.

4.    Le associazioni e gli affari religiosi non vengono manovrati da influenze straniere.

 In questo quadro occorre rievocare le parole formulate, il 30 maggio 2017, dal Segretario di Stato della Santa Sede, Cardinale Pietro Parolin, in un messaggio inviato alla Comunità di Sant’Egidio in occasione dell’apertura del convegno: “La Chiesa Cattolica in Cina tra passato e presente”. Parolin scriveva che sotto il pontificato di Francesco “la questione cinese si è completamente de-ideologizzata spostandosi sul piano dell’incontro della Chiesa con una grande cultura millenaria come quella cinese. Ciò facilita il dialogo e apre a nuove prospettive”.

Demolizione di una Chiesa nella contea di Pingyang, Wenzhou. (CNN)

Purtroppo le condizioni odierne  – conseguenza coerente di tutto quanto accaduto in passato – dimostrano che il dialogo e le nuove prospettive auspicate dal Cardinale Parolin cozzano con una situazione indurita da vecchie intransigenze e da nuovi inasprimenti. Va ricordato, a questo proposito, che meno di un anno fa la Libreria Editrice Vaticana ha pubblicato un dossier nel quale è rivelato, utilizzando le informazioni a disposizione della stessa Santa Sede, di “75 vescovi morti in Cina dal 2004 a oggi, tutti torchiati da anni o decenni di prigione, di lavori forzati, di campi di rieducazione, di arresti domiciliari, di poliziotti perennemente alle costole”.

E, per stare all’attualità, le amare vicende di questi giorni hanno registrato due sviluppi che hanno avuto grande eco mediatica. Da un lato, le sorprendenti affermazioni di Mons. Sanchez Sorondo  – Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, di recente tornato da una visita a Pechino –  che hanno stupito cattolici e laici per la loro stravaganza e sconcertante distacco dalla realtà. Si leggano, in merito, i commenti di Padre Cervellera (www.asianews.it) e di due noti vaticanisti, Sandro Magister (www.magister.blogautore.espresso.repubblica.it) e Aldo Maria Valli (www.aldomariavalli.it). Dall’altro lato, le riflessioni e le preoccupazioni suscitate dall’appello (www.freecatholicsinchina.org) rivolto alla Santa Sede dal mondo cattolico di Hong Kong, la città che ben conosce quanto la parola e la firma dei comunisti non valgono nulla, come dimostra il mancato rispetto dell’impegno, contemplato nell’accordo con il Regno Unito, di modificare dopo venti anni, ovvero nel 2017, il sistema elettorale dell’Assemblea Legislativa, dal 1997 composta all’80% da persone designate dal Partito. Per i firmatari dell’appello l’eventuale accordo sulle nomine dei Vescovi, nei termini imposti dai cinesi (saranno nominati dal Partito e poi il Papa li potrà ratificare…e se non volesse ratificarne uno o più, cosa accadrebbe? Nulla, resterebbe il nominato…con le immaginabili conseguenze) sarebbe “un errore deplorevole e irreversibile”.