Pechino in Africa, “una storia in cerca di copione”

Parafrasando le parole del prof. Kerry Brown possiamo affermare che, se le mire della Cina riguardo la BRI in qualche modo sono state decifrate, almeno dalla maggior parte degli osservatori, diverso discorso se si parla di Africa. In questo caso le opinioni appaiono decisamente divergenti e a seguire si cercherà di dare conto di alcune di queste diverse visioni.

Pechino in Africa, “una storia in cerca di copione” - Geopolitica.info Photo credit: GovernmentZA on Visual Hunt / CC BY-ND

 

La presenza cinese nel continente subsahariano

Sappiamo – vedi corso online a cura del prof. Marco Cochi – che gli specialisti di numerose discipline individuano principalmente tre aree di interesse in merito alla presenza cinese in Africa: 1) acquisizione di materie prime; 2) ricerca di nuovi mercati; 3) supporto africano nelle istituzioni internazionali.

Scriveva infatti pochi anni fa Giovanni Carbone che quello cinese non è tanto uno sbarco – in riferimento alla crescita esponenziale della presenza di Pechino nelle vicende del continente africano – quanto un ritorno. Infatti a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso si erano sviluppati dei legami con i paesi neoindipendenti della regione, motivati, secondo il politologo, da ragioni politico-ideologiche. Poi negli anni Ottanta una sorta di ripiegamento per una Cina interamente assorbita dal riprogettare il proprio sviluppo interno. Le cose cambiano nuovamente negli anni Novanta e in particolare nel 1993 quando la Cina divenne importatore netto di petrolio. La presenza economico-finanziaria avrebbe in seguito avuto un forte regia centrale, in presenza oltretutto dei forum Cina-Africa organizzati ogni tre anni. Secondo Carbone quindi gli obiettivi economici sono stati da subito cruciali, non fosse altro perché il paese asiatico è costantemente alla ricerca di combustibile. Per non parlare della prospettiva di sfruttare la produzione agricola di un continente a densità di popolazione relativa bassa. Non tutte rose e fiori, come intuibile, visto ad esempio le violente proteste nel 2008 in Zambia riguardo la presenza di manovalanza importata dalla Cina. Parimenti si evidenziano le ragioni politiche, come ad esempio la ricerca di alleati che appoggiassero una linea di non ingerenza di fronte ai massacri di Tiananmen. L’aspetto tipicamente “cinese” inoltre è che la grande potenza del sol levante ha prestato il suo sostegno – inteso anche come forniture di armi – senza discriminare i paesi in base ad eventuali loro mancanze in merito alla lesione di diritti umani. Salvo dover considerare la richiesta non negoziabile in merito alla “one-China policy”, ovvero la pretesa di non riconoscere ufficialmente Taiwan. Un aspetto che ci riporta al terzo punto.

Peraltro – ed è constatazione che riguarda questi ultimissimi anni – da quando Xi Jinping è salito al potere è scomparsa proprio ogni idea di riforma politica reale, la “democrazia è una parola che non ha mai pronunciato”; ed è quindi un contesto che ancor di più evidenzia l’atteggiamento cinese che, in Africa e altrove, non pone problemi riguardo l’eventuale lesione dei diritti umani, civili, politici, economici da parte dei suoi interlocutori internazionali.

Come ha scritto Simone Pieranni – e il concetto vale più che mai per il continente africano – “alla Cina interessa che il mercato sia aperto, che le potenzialità di investimento siano alte, che non ci siano barriere doganali a complicare le cose: per il resto ciascun stato faccia quello che vuole”. Insomma, una globalizzazione alla cinese che non contempla il politicamente corretto delle nostre democrazie.

Kerry Brown, che sembra più attento alle motivazioni politiche della Cina in Africa, ha scritto più diffusamente delle pressioni operate nei confronti dei paesi africani nel contesto della “battaglia per il riconoscimento diplomatico che si disputò tra la Repubblica di Cina a Taiwan e la RPC”.

Se poi è vero che Europa e Stati Uniti sono stati da sempre diffidenti sulla presenza cinese in Africa, non c’è dubbio che il passato colonialista degli occidentali non ha permesso di esprimere critiche senza finire di esser accusati di ipocrisia. Nel frattempo, anche gli studiosi, che magari guardavano con più attenzione alle strategie strettamente politiche dei cinesi, hanno dovuto prendere atto che nel XXI secolo la Cina continua ad essere presente e con atteggiamenti che non hanno nulla a che fare con la sfera ideologica. Uno studioso come Stephen Chan, che oltretutto ha vissuto diversi anni in Africa prima di trasferirsi in Gran Bretagna, ha parlato di una mentalità cinese chiusa e culturalmente insensibile – in riferimento alla presenza di lavoratori cinesi e alle metodologia di investimento – intendendo sostanzialmente che l’interazione economica e il comportamento cinese sono ormai ravvisabili per il loro carattere opportunistico, piuttosto che guidati da un progetto strategico ampio e pienamente intellegibile.

Mentalità – ripetiamolo ancora – che si è scontrata con i sospetti di una popolazione autoctona molto urtata dal fatto che i beni cinesi stessero invadendo i mercati locali e che i lavoratori asiatici potessero togliere loro il lavoro.

Forse più allarmanti le analisi di Antonio Selvatici che riguardo la presenza cinese in Africa scrive di una “tendenza consolidata di conquista”, di Africa come “primo obiettivo della strategia d’espansione cinese”

Negli ultimi anni, fa ancora notare Kerry Brown, si è assistito ad una parziale svolta nei rapporti tra Cina e Africa, in particolare in riferimento ai nuovi piani a lungo termine che hanno voluto dire incrementare la presenza militare. Consideriamo infatti che la Cina non è ancora una vera e propria potenza marittima, ma Xi Jinping ha inteso stabilire un avamposto nel corno d’Africa, ovvero nel povero stato di Gibuti. Le autorità cinesi hanno ribadito che la realizzazione di questo avamposto rappresenta innanzitutto una protezione per le navi che trasportano il petrolio dal Medio Oriente (con conseguenti investimenti nella costruzione di aeroporti): una risposta ufficiale a quegli analisti statunitensi che in questo distaccamento cinese in terra d’Africa vi hanno visto semmai una strategia di Xi Jinping, ormai intento a trasformare l’assetto militare cinese ben al di là della difesa dei confini nazionali.

 

Conclusioni

Possiamo rilevare che Xi Jinping riguardo il continente africano non si è ancora espresso diffusamente con narrazioni enfatiche e quindi il ruolo della Cina in Africa agli occhi degli osservatori rimane ancor di più enigmatico. Una situazione in divenire, non del tutto chiara, che quindi ci riporta al titolo di “una storia in cerca di copione”.