Cina e Giappone hanno condiviso aspetti culturali, storici ed economici, un legame che ha visto prevalere prima uno poi l’altro, una connessione che tuttora influenza il presente e il futuro di entrambi. La narrazione dei recenti sviluppi geopolitici delle relazioni sino-giapponesi parte necessariamente da una premessa storica che permette di inquadrarne e comprenderne tendo le attuali principali criticità.
L’evoluzione storica da Shimonoseki ad oggi
Il trattato di Shimoneseki, siglato nel 1895 conclusa la Prima Guerra Sino-giapponese, sancì la vittoria del Giappone sulla Cina che dovette consegnare Taiwan, le vicine isole Pescadores, la nordorientale penisola di Liaodong e fu costretta ad abbandonare il controllo sulla Corea, passata così all’influenza nipponica. Fu una sconfitta militare e culturale: la Cina non era più il centro del mondo, bensì ormai un paese sottoposto ad un gioco semi-coloniale. Abbandonata la pretesa sinocentrica, ovvero di rappresentare il cuore dell’Universo, cambiò approccio verso il Giappone: avendo Tokyo dimostrato il suo rapido ed efficace processo di modernizzazione, fu assunto a modello per il rinnovamento cinese. L’ambiente intellettuale si arricchì di scambi culturali, ma i rapporti geopolitici rimasero conflittuali. Il Giappone persisteva nella politica imperialista e, dopo la creazione dello stato fantoccio Manzhouguo (1932) e vari incidenti, nel 1937 scoppiò la Seconda Guerra Sino-giapponese. Le sorti giapponesi però si intrecciarono con la Seconda Guerra Mondiale e il Giappone, sconfitto, nel 1945 lasciò la Cina. Con Mao la politica estera della RPC fu improntata all’isolamento e i rapporti ripresero nel 1972, anno della normalizzazione delle relazioni diplomatiche e momento preliminare al Trattato di Pace e Amicizia del 1978. Poi, la crescita economica di entrambi determinò l’intensificarsi degli scambi; oggi la Cina è per il Giappone il più importante partner economico – mercato pari a 317 miliardi di dollari–, mentre il Giappone è il terzo partner commerciale cinese.
Tuttavia, l’interdipendenza economica non ha implicato una totale armonia politica: per il confucianesimo, sostrato culturale comune ai due paesi, il passato è parte del presente e, infatti, la memoria storica ha pesato nei rapporti, animati spesso dalla richiesta cinese del riconoscimento dei crimini dell’aggressione nipponica. L’aspetto è stato affrontato in diverse riprese e, in particolare, nel governo Koizumi (2001-2006) ha contribuito all’inasprimento delle relazioni bilaterali: Koizumi provocò l’interruzione del dialogo per la visita al santuario di Yasukuni, che onora i caduti giapponesi tra cui criminali di guerra condannati dal Tribunale Internazionale anche per i soprusi perpetrati in Cina. Con l’ascesa del pragmatico Shinzō Abe è seguita una progressiva apertura, ma nei due successivi mandati, coincidenti con l’avvento di Xi Jinping, la situazione è tornata ad essere a tratti tesa. Xi ha portato incisività nella politica estera cinese, promuovendo il rafforzamento militare e rendendo il paese promotore di progetti internazionali, di cui la Nuova Via della Seta è l’emblema. La situazione che vede la Cina ricoprire un ruolo cruciale nella governance mondiale influisce sui rapporti con il Giappone, connotati da due principali criticità: Mar Cinese Orientale e Stati Uniti.
Le annose questioni: Mar Cinese orientale e Stati Uniti
Nel Mar Cinese, importante area per rotte commerciali e risorse naturali, la Cina sta da tempo irrobustendo la sua presenza e rivendica le isole Senkaku/Diaoyu, che il Giappone considera proprie in virtù del Trattato di San Francisco (1951). Nazionalizzate da Tokyo nel 2012, la percezione della minaccia cinese ha spinto il Giappone ad aumentare il proprio dispiegamento militare. La scelta ha generato una crisi, rientrata nel 2014 con la High-level Consultation on Maritime Affairs, tentativo bilaterale di risoluzione seguito dalla stipulazione nel maggio 2018 del Programma sui Meccanismi di Comunicazione Marittima e Area. Eppure, non ci sono risultati concreti, anzi, più recentemente si sono aperti scenari di escalation: nel luglio 2020 il Defense White Paper giapponese denunciava i tentativi cinesi di cambiare lo status quo con i continui sconfinamenti della Guardia Costiera e l’estensione della forza militare nell’area orientale e contemplava la possibilità di una reazione coadiuvata dagli Stati Uniti.
Il rapporto con gli USA è l’altro snodo critico. Il legame Washington-Tokyo affonda le radici nella Seconda Guerra Mondiale: alla resa incondizionata seguì l’occupazione statunitense, in cui fu adottata la Costituzione che stabiliva la democrazia liberale e privava il Paese del diritto sovrano alla guerra. La condizione di assenza di un apparato militare è mutata con l’instaurazione di una cooperazione difensiva e il rafforzamento delle forze militari giapponesi e della loro autodeterminazione. L’influenza americana, però, resta un aspetto determinante e inevitabilmente si riflette nella relazione con la Cina, preoccupata per la crescita delle capacità difensive giapponesi e per la vicinanza di basi militari degli USA che sono anche garanti della sicurezza di Taiwan, la provincia ribelle da tempo motivo di tensione internazionale.
L’eredità di Shinzō Abe e le prospettive del rapporto tra Yoshihide Suga e Xi Jinping
Il 14 settembre Yoshihide Suga è succeduto a Shinzō Abe in qualità di Primo Ministro. Suga eredita una politica estera attiva, marcata dal cambiamento dell’interpretazione sul diritto di difesa che ha ampliato l’utilizzo delle forze militari. In linea con il “pacifismo attivo” giapponese, l’espansione marittima cinese è stata considerata una minaccia, ma, oltre alla crisi del 2014, costante è stato lo sforzo per stabilizzare le relazioni scongiurando il conflitto. Un’increspatura c’è stata nel 2013 con la visita al santuario Yasukuni di Abe che, a differenza di Koizumi, si è premurato di non rompere il dialogo, lavorando assiduamente e puntando sull’aspetto di partnership economica. Prima della pandemia, era stata fissata la visita di Xi Jinping a Tokyo: l’incontro avrebbe avuto senza dubbio un impatto fondamentale, soprattutto alla luce dell’acuirsi dei contrasti tra Cina e USA. Ad ora, infatti, l’incognita centrale verte su come Suga gestirà i rapporti con Cina e Stati Uniti e da subito determinanti scelte sono alle porte: la visita di Xi ancora non ha una data ed è osteggiata da una corrente politica interna al governo giapponese per la situazione di Hong Kong; le limitazioni ad Huawei, su cui il Giappone dovrà esprimersi e decidere se estenderle, come vorrebbe Washington, alle esportazioni tecnologiche; la ripresa o meno della negoziazione con gli USA sull’installazione dei sistemi di difesa antimissilistica Aegis Ashore, congelata in giugno con la promessa di un nuovo piano di difesa per la fine del 2020, promessa ora lasciata al nuovo Primo Ministro che dovrà stabilire come articolare il legame militare con Washington, considerando la spinta avviata dall’amministrazione Abe verso una maggiore autonomia nel settore della sicurezza e il costante massiccio incremento della forza militare cinese; la cooperazione nippo-americana nel Mar Cinese, rispetto al posizionamento di missili statunitensi che se accettato da Tokyo sarebbe un problema.
Cristallina emerge la complessità delle relazioni sino-giapponesi, il cui percorso è tortuoso, denso di eventi e questioni irrisolte. Sempre più economicamente interdipendenti, le potenze si trovano ora ad un bivio. Le parole pronunciate da Xi Jinping nella prima chiamata telefonica con Suga sono significative: Xi ha sottolineato che i due paesi possono essere fonte di supporto reciproco se le relazioni “ritornano in carreggiata”. Le decisioni dei prossimi mesi segneranno la strada intrapresa e confermeranno o negheranno le ipotesi di una nuova crisi geopolitica tra Cina e Giappone.

