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TematicheCina e Indo-PacificoPechino vs Canberra: partita a weiqi nel Pacifico sud-occidentale

Pechino vs Canberra: partita a weiqi nel Pacifico sud-occidentale

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L’interesse di Pechino nei confronti del Pacifico Sud-Occidentale non è cosa nuova. La Repubblica Popolare da diversi anni a questa parte ha irrobustito le proprie relazioni commerciali e diplomatiche con i cosiddetti PIC (Pacific Islands Countries), e dal 2013 molti di essi hanno formalmente aderito alla BRI, iniziativa geostrategica lanciata da Xi Jinping nel 2013. Alla luce di questi eventi, si può intuire quanto l’espansione cinese nel quadrante abbia messo in allarme Canberra, timorosa di vedere compromessa la propria posizione di potenza regionale e intaccati i propri interessi strategici nazionali. Nello specifico, l’Australia riconosce nella Cina un attore capace di mettere in discussione la propria strategic denial policy, storico approccio fondato sulla necessità di impedire ad un’ipotetica major power di acquisire influenza nel quadrante del Pacifico Sud-Occidentale. 

Pechino pone a rischio la sfera d’influenza di Canberra? 

Le attività proiettive della Repubblica Popolare Cinese nel Pacifico Sud-Occidentale, con specifico riferimento a Melanesia, Polinesia e Micronesia, sono sempre state caratterizzate da una marcata connotazione economica e diplomatica. I maggiori interlocutori di Pechino in questo quadrante sono, ad oggi, le Isole Cook, gli Stati Federati di Micronesia, le Fiji, Niue, la Papua Nuova Guinea, Samoa, Tonga e Vanuatu, e molte delle attività cinesi nella regione sono volte all’erogazione di aiuti economici volti al supporto di organizzazioni multilaterali e regionali. Nel 2016 e nel 2017 le autorità cinesi hanno supportato il PIF, Pacific Islands Forum con una donazione di 1 milione di dollari, cui è seguito il finanziamento per la costruzione della sede del segretariato dello MSG, Melanesian Spearhead Group, ubicato a Port Vila, sull’isola di Vanuatu. Inoltre, nel solco del framework della BRI, sono stati attivati ulteriori rilevanti progetti. Alcuni di questi riguardano il miglioramento della rete stradale delle Fiji e della Papua Nuova Guinea, l’edificazione di strutture sanitarie a Samoa, la ricostruzione di alcuni quartieri della capitale di Tonga, Nuku’alofa, e l’ideazione di allevamenti ittici nella Polinesia Francese. La quasi totalità degli aiuti economico-finanziari provenienti dalla Repubblica Popolare si concretizza mediante l’elargizione di sovvenzioni e prestiti agevolati, inquadrati all’interno del framework ODA (Official Development Assistance Grants and Loans). Secondo il think tank australiano Lovy Institute, nel 2017 l’ammontare delle committed transactions tra la Cina e le diverse nazioni insulari del Pacifico si è attestato a 5 miliardi di dollari. Cifra, questa, decisamente superiore all’ammontare garantito da Canberra, che si era impegnata quell’anno in attività di aiuto e sovvenzionamento economico per un valore complessivo di un miliardo di dollari. Entrando maggiormente nel dettaglio, spicca la grande discrepanza tra le committed transactions e le spent transactions australiane e cinesi. In effetti, confrontando questi due valori, si osserva come del totale degli aiuti garantiti da Pechino risultano effettivamente spesi soltanto poco più di 220 milioni di dollari, mentre dell’apporto di Canberra è stato utilizzato più del 90% della cifra iniziale messa a disposizione. Relativamente alla totalità delle spent transactions nella regione, i dati mostrano come oltre il 37% di queste – circa 860 milioni di dollari – provenisse da fondi e da prestiti australiani. In effetti, gli aiuti economici cinesi, inclusivi di ODA Loans e di ODA Grants, occupavano una percentuale molto più ridotta, pari a solo il 9%. Andamenti similari possono essere dedotti anche esaminando le annate successive. Nel 2018 il fattore total aid spent di Canberra corrispondeva al 31% del totale, quello cinese era sceso invece all’8%. Ancora, nel 2019 l’apporto australiano si attestava al 35%, mentre quello di Pechino calava ulteriormente al 6%. Alla luce di questi numeri, appare evidente che il Governo australiano risulti di gran lunga il principale erogatore di fondi e sovvenzionamenti nella regione. Ciò può indurre a porsi degli interrogativi: le azioni della Repubblica Popolare costituiscono un elemento di erosione ai danni di quella che Canberra percepisce come la propria sfera di influenza? Si proverà a dare una risposta a questo interrogativo a nei paragrafi successivi. Tuttavia, è doveroso sottolineare come sia opinione comune presso alcuni accademici il fatto che se è vero che i prestiti cinesi possono costituire un fattore di aumentato rischio di insolvenza dei paesi beneficiari, è pur altrettanto certo che buona parte di queste nazioni versa già in condizioni economiche gravose. Nello specifico, il rapporto debt-to-GDP di molti stati insulari del Pacifico, come Kiribati, le Isole Marshall, Samoa, Tonga e Tuvalu, è già di per sé classificato come ad alto rischio. Quindi, sarebbe poco corretto affermare che i prestiti e gli aiuti forniti da Pechino rappresentino un aprioristico fattore di destabilizzazione per le economie degli stati PIC. Anzi, diversi tra gli high-risk countries non intrattengono nemmeno relazioni diplomatiche ufficiali con Pechino ed altri, come ad esempio le Isole Cook, hanno sì contratto dei debiti con la Repubblica Popolare, ma il loro rapporto debt-to-GDP risulta essere ancora inferiore al 25%, quindi non considerato propriamente at risk.

I timori australiani

Al netto delle considerazioni fatte, è chiaro che avere accesso a prestiti a condizioni vantaggiose possa costituire un rischio ingente per ogni paese caratterizzato da un’economia di modeste dimensioni e non autosufficiente. In questo senso, il rapporto che lega la Repubblica Popolare con alcuni piccoli stati insulari del Pacifico non presenta eccezioni. Si consideri, a titolo emblematico, la situazione che caratterizza Tonga. Indebitata con i cinesi per 108 milioni di dollari, aveva già chiesto nel 2016 un dilazionamento del pagamento del proprio debito, e nel 2018 aveva presentato domanda per una ulteriore sospensione di 5 anni. Nel gennaio del 2022 il paese è stato colpito da una grande eruzione vulcanica, che ha generato un’ulteriore richiesta di aiuto ai cinesi. Ad aprile 2022 Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) classificava come altamente probabile il rischio di un debt distress in questo paese; quindi, che in una nazione del genere possa scattare la cosiddetta debt-trap, molto spesso associata all’immagine della BRI e della Repubblica Popolare risulta alquanto possibile. Una prima risposta alla domanda posta in precedenza sta proprio in questo fattore. Ad impensierire Canberra, infatti, non è tanto il grado di indebitamento con i cinesi, quanto piuttosto le implicazioni che derivano da tali debiti. L’attivazione di un simile meccanismo renderebbe il paese decisamente ricattabile, inducendolo a piegarsi in maniera incondizionata alle ipotetiche volontà della Repubblica Popolare. Anche le situazioni che caratterizzano Vanuatu, le Isole Salomone, le Isole Cook, Samoa e Papua Nuova Guinea sono piuttosto interessanti. Alcuni di questi paesi, oltre ad essere a rischio debt-distress, hanno siglato degli accordi con Pechino in materia di sicurezza. Ipoteticamente, la Repubblica Popolare potrebbe incrementare la cooperazione con essi nel solco degli accordi firmati, sino a costruire infrastrutture dual use potenzialmente sfruttabili dalle proprie forze armate. Sempre ad aprile 2022 risale una notizia, poi rivelatasi falsa, che dava le Isole Salomone firmatarie di un accordo che sanciva l’apertura di una base cinese sull’arcipelago. A maggio 2022, inoltre, un’ulteriore bozza di accordo tra Pechino e le Salomone comprendeva l’ideazione di facilities per le operazioni di pesca, l’installazione di cavi sottomarini e la costruzione di moli di attracco. Non è sfuggita allo sguardo cinese neppure la base navale di Lombrum, situata in Papua Nuova Guinea, tant’è che già nel 2018 erano in corso delle consultazioni tra le autorità cinesi e quelle di Vanuatu in merito alla costruzione di un molo utilizzabile permanentemente da vascelli civili cinesi, il che velatamente lasciava intendere anche lo sfruttamento da parte di unità navali militari. 

Conclusioni

A questo punto, è ora di provare a dare una risposta alla domanda posta in precedenza. È corretto affermare che le azioni di Pechino rappresentino una potenziale minaccia per l’integrità strutturale della sfera di influenza australiana e, quindi, per l’Australia stessa? La risposta risulterebbe, almeno parzialmente, affermativa. L’abbrivio espansivo cinese nel quadrante, indipendentemente dal fatto che ad oggi risulti meno incisivo rispetto a quello australiano, può in effetti ritenersi una potenziale forza erosiva per gli interessi di Canberra, compromettendone la capacità di manovra nella propria area metropolitana. Questo genererebbe un timore “esistenziale” per l’Australia, che avvertirebbe una sorta di stato di assedio da parte di una potenza ostile. In uno scenario del genere verrebbero messe in discussione sia l’integrità strutturale della sfera di influenza australiana, sia la sicurezza del proprio territorio nazionale. Delle possibili debt-trap potrebbe avvantaggiarsi Pechino, mentre gli accordi sulla sicurezza sopracitati potrebbero essere incrementati sino a risultare potenzialmente disastrosi. Alla luce di questi aspetti, si comprende perché Canberra guardi con preoccupazione l’espansione cinese nella regione, così come risultano chiare anche le motivazioni che hanno spinto l’Australia a individuare nella Cina un rivale strategico e sistemico. Proprio questi fattori sono stati determinanti per il lancio dell’iniziativa AUKUS che, tra le altre cose, permetterà a Canberra di avere accesso a tecnologie nucleari e ipersoniche statunitensi, così da rendere le proprie capacità militari decisamente più credibili.

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