Pechino sempre più dura contro le “attività religiose”, adesso anche degli stranieri

La Cina continua il proprio duplice e contraddittorio atteggiamento sul fronte esterno e su quello interno. Sulla scena mondiale il leader, ormai a vita, Xi Jinping fa di tutto per mostrarsi interessato allo sviluppo dei commerci, alla ricerca di un compromesso – come dimostrano le ultime notizie –  con gli Stati Uniti a livello economico, a giocare un ruolo di mediazione nella spinosa vicenda coreana. All’interno, però, la presa del regime comunista su ogni aspetto della vita delle persone – a cominciare dalla negazione di ogni minimo spazio politico, sindacale, di stampa tradizionale e via internet –  è sempre più forte e invasiva. Una chiara evidenza di tutto questo è rappresentato dalle nuove regole finalizzate al rigido controllo delle attività religiose dei cittadini stranieri all’interno della Cina.

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Questo recente, negativo sviluppo si inserisce nell’inesorabile programma avviato, quasi un anno fa, con i regolamenti sulle confessioni religiose – anzitutto per quanto riguarda i cinesi Cristiani e Cattolici in particolare – volti a concentrare il pieno dominio, nei ruoli rispettivamente della mente e del braccio, del Partito comunista e dell’Associazione patriottica che, dagli anni Cinquanta, “ordina” Vescovi non legati alla Santa Sede e costringe alla clandestinità, quando non sono incarcerati e soggetti ad ogni genere di vessazione morale e materiale, Vescovi, Sacerdoti e Religiosi rimasti fedeli al Santo Padre. In un articolo del 12 febbraio scorso, su questa stessa rubrica “Taiwan Spotlight” richiamavamo le minacciose parole del Direttore dell’Amministrazione statale per gli affari religiosi, Wang Zouan: “Ulteriori restrizioni e multe accresciute sono necessarie perché giorno per giorno si intensifica l’infiltrazione di stranieri usando la religione e diffondendo l’estremismo religioso in diverse aree”. Parole peraltro in linea con la stessa costituzione della Cina comunista in cui viene affermato che “le associazioni e gli affari religiosi non vengono manovrati da influenze straniere”.

L’Amministrazione per gli affari religiosi, come informa Radio Free Asia, ha dato il via alle nuove norme relative agli stranieri che praticano la loro religione in territorio cinese, attuando quanto annunciato nei mesi scorsi. Occorre partire dal fatto che già le norme vigenti, entrate in vigore nel 1991, vietano ai cittadini cinesi di partecipare a iniziative religiose organizzate da stranieri. E’ inoltre proibito alle “organizzazioni straniere” di svolgere riunioni a scopo religioso che non siano state autorizzate in precedenza. In più, i cittadini esteri residenti in Cina non possono formare persone cinesi alla predicazione e all’insegnamento, a meno che non siano espressamente autorizzati dallo Stato/partito, non devono produrre o vendere libri, audiovisivi, pubblicazioni elettroniche e altri materiali di contenuto religioso; allo stesso modo non devono essere distribuiti documenti di proselitismo religioso e svolte attività missionarie.

Hsin-Hsin Ko, Direttore della Commissione giustizia e pace della Diocesi cattolica di Hong Kong, ha detto che le autorità cinesi, dopo aver impedito la partecipazione dei giovani con meno di 18 anni a cerimonie e insegnamenti religiosi, hanno spostato adesso la loro attenzione sui raduni, svolti da organizzazioni nate per servire i cittadini stranieri residenti in terra cinese, che sempre più spesso sono frequentati da cittadini cinesi. La preoccupazione è grande anche nella comunità protestante: Xu Yonghai, della Chiesa protestante di Pechino, ha affermato che il governo ha fatto comprendere in modo chiaro non solo di voler attuare le regole esistenti, ma anche di essere determinato a intensificare la soppressione delle attività religiose. “Quanto accade – ha detto Xu – indica che i controlli diventeranno molto più stringenti anche sugli stranieri che vogliono diffondere il Vangelo in Cina. Alcuni dei nostri fratelli e sorelle della Corea del Sud, venuti in Cina per fondare delle nuove chiese, sono già stati colpiti, e le cose diverranno sempre più difficili”.

Il quadro delineato è molto preoccupante e fa amaramente riflettere sull’affidabilità della Cina, le cui autorità poco più di un mese fa, attraverso l’agenzia di stampa ufficiale del regime, Xinhua, avevano provato a raccontare gli eventi con toni apparentemente rassicuranti in vista della svolta autoritaria. Lo scorso 3 aprile, infatti, si leggeva che “le attività religiose degli stranieri in Cina sono protette in conformità con la Legge, secondo il libro bianco Politiche e pratiche cinesi per la protezione della libertà di credo religioso“. Venivano sottolineati “il rispetto della Cina per la libertà di credo religioso degli stranieri nel suo territorio e l’impegno a proteggere le relazioni amichevoli e gli scambi culturali e accademici di natura religiosa tra stranieri e cinesi”. “Gli stranieri sono autorizzati a predicare nei luoghi di culto” ma, particolare essenziale, “quando sono invitati a farlo da organismi religiosi cinesi a livello provinciale o superiore”. E ancora: “Gli stranieri possono svolgere attività religiose frequentate da stranieri in siti approvati dai Dipartimenti degli affari religiosi governativi a livello di contea o superiore”. Nulla di nuovo, nemmeno sotto la volta dell’impero non più celeste: le solite non veritiere affermazioni tipiche di tutti i regimi comunisti in qualunque salsa, sovietica, maoista o di altro gusto.  Al di là di queste cortine fumogene, il libro bianco pubblicizzato dal governo di Pechino è un condensato di restrizioni, divieti e regole tese a rendere il più complicata possibile, se non impossibile, anche la minima libertà di praticare silenziosamente un culto, che è cosa, ovviamente, assai diversa dalla libertà religiosa.

SS. Francesco – Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale Regionale Cinese , in Visita “ad Limina Apostolorum” 14-05-2018

Non è certo un caso che alla “nuova-vecchia” stretta repressiva cinese degli ultimi mesi sia corrisposto un perdurante silenzio da parte della Santa Sede, dopo una catena biennale di incalzanti annunci, tutti rimasti per aria, che preannunciavano a mesi, poi a settimane e comunque imminente, la “firma” dell’accordo Santa Sede/Cina per le nomine dei Vescovi. Tali annunci provenivano da cosiddetti esperti sinologi che hanno sorpreso per la superficialità di analisi, scollate dalla realtà, sul lunghissimo e difficilissimo dialogo con la Cina arenato, come è noto, sulla pretesa cinese di nominare i Vescovi lasciando al Santo Padre una facoltà di mera ratifica. Modalità, questa, senza precedenti nella storia bimillenaria della Chiesa cattolica che, per sopravvivere, ha dovuto senz’altro affrontare molti compromessi ma mai ha rinunciato alla forma-sostanza della nomina dei Vescovi, successori degli Apostoli, nomina che non è delegabile ad alcuna autorità civile e laica, nel caso cinese, per di più, dal conclamato e aspro ateismo.

In questo contesto ha suscitato molta perplessità, e qualche ironia, la scomparsa nel vuoto pneumatico dell’annunciato scambio di opere d’arte tra i Musei Vaticani e il Museo della Città proibita di Pechino: un annuncio effettuato con enfasi a Roma, prima dello scorso Natale, finalizzato alla realizzazione di due Mostre simultanee, appunto in Vaticano e a Pechino, che avrebbero dovuto aprire i battenti in Primavera e delle quali, invece, non si sa più nulla.

Su un altro versante, invece, si è registrata la recente udienza di Papa Francesco ai Vescovi della Chiesa cattolica di Taiwan, venuti il 14 maggio scorso in visita “ad limina” a rappresentare al Pontefice le istanze e anche le preoccupazioni della loro Conferenza episcopale e della giovane e dinamica comunità cattolica taiwanese. I Vescovi dell’Isola, guidati dall’Arcivescovo di Taipei Mons. John Hung Shan-chuan, hanno presentato al Papa il programma del Congresso Eucaristico che si terrà a Taiwan nel 2019, rivolgendogli l’invito ad inaugurarlo. A margine dell’udienza papale, l’Arcivescovo Richard Gallagher, Segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati, ha evidenziato l’importanza delle relazioni bilaterali ed ha aggiunto significative espressioni di apprezzamento della Santa Sede per il generoso e fattivo impegno di Taiwan nella cooperazione con i paesi in via di sviluppo.

Prima della partenza per la visita “ad limina” dal Papa (come vengono definite le periodiche visite “ad Petri Sedem”, solitamente quinquennali, dei Presuli delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo), i Vescovi taiwanesi avevano incontrato la Presidente Tsai e il Vicepresidente Chen Chien-jen, fervente cattolico, ricevendo concrete rassicurazioni sul rispetto e sulla volontà di collaborazione del Governo taiwanese con la comunità cattolica del Paese. Le ultime notizie provenienti dalla Cina, e la confermata affidabilità di Taiwan come terra di piena libertà religiosa nell’Estremo Oriente, sono le due facce di una situazione per la cui auspicata evoluzione – senza strappi che sarebbero probabilmente forieri di crisi e di sofferenze ancora più gravi –  ci vorrà ancora tanta pazienza. Ma di questa la Santa Sede – come ricordava il grande diplomatico Cardinale Agostino Casaroli – ne ha una riserva inesauribile, anzi eterna.