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Il patto di sicurezza tra Cina e Isole Salomone che fa tremare le alleanze statunitensi nel Pacifico

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La Cina ha recentemente annunciato la firma di un patto di sicurezza con le Isole Salomone, una chiara risposta al patto di difesa trilaterale AUKUS, concluso a settembre tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia. Attraverso la conclusione del patto di sicurezza infatti, la Cina amplierebbe il proprio raggio d’azione militare nel Pacifico e ostacolerebbe la strategia di controllo americana della zona, garantita dai patti QUAD e AUKUS.

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Il patto di sicurezza tra Cina e Isole Salomone

Risale a pochi giorni fa la notizia della conclusione di un accordo di sicurezza tra la Cina e le Isole Salomone che costituirebbe un ulteriore motivo di tensione all’interno del Pacifico e un’ulteriore rottura con gli Stati Uniti. Un accordo che ha focalizzato l’attenzione sull’importanza geostrategica del nuovo partner della Cina, le Isole Salomone, uno Stato insulare dell’Oceano Pacifico meridionale, composto da circa un centinaio di isole, situato ad est della Papua Nuova Guinea. Un patto che permetterà a Pechino una presenza navale nell’arcipelago nonché l’invio di soldati dell’Esercito popolare di liberazione (Epl) al fine di “mantenere l’ordine sociale”. Un atto di forte impatto politico e geostrategico che rafforzerebbe la cooperazione cinese con le isole, ricostituita nel 2019, quando l’arcipelago troncò le relazioni diplomatiche con Taiwan a favore dei rapporti economici e politici con la Cina. Importante fu infatti questo nuovo indirizzo nella politica estera, che permise al premier Sogavare di firmare cinque memorandum d’intesa con Pechino che favorirono l’entrata delle isole all’interno della Via della Seta cinese, mentre alle aziende cinesi venne garantito il diritto di costruire ponti, strade ed infrastrutture al fine di rimettere in funzione la vecchia miniera d’oro di Gold Ridge. 

Un atto che si concretizza anche in un cambio di rotta delle isole a livello politico, che fino al 2019 avevano riconosciuto Taiwan e che ora, attraverso tale accordo, diventeranno un nuovo alleato cinese. Decisione che ha irritato l’opposizione, che ha sostenuto come l’accordo sarebbe stato negoziato da un gruppo ristretto di persone fidate di Sogavare, tenuto segreto persino al governo. Chiare e repentine sono state le risposte statunitensi e australiane, che di fatto vedrebbero minacciato il sistema di alleanze concluso con il Dialogo di Sicurezza Quadrilaterale QUAD tra Stati Uniti, Australia, Giappone e India, e più recentemente, il 15 settembre 2021, con la sottoscrizione tra Australia, Gran Bretagna e USA del nuovo patto di sicurezza trilaterale AUKUS. La conclusione di quest’ultimo patto sembrava infatti aver tranquillizzato Washington, sicura di aver limitato, attraverso la fornitura di sottomarini a propulsione nucleare al partner australiano, l’influenza cinese nel Pacifico. Questi sottomarini, rispetto ai precedenti sottomarini francesi a propulsione convenzionale che permettevano esclusivamente il pattugliamento delle acque circostanti, avrebbero infatti garantito una maggiore autonomia alla flotta australiana, forte di una piattaforma militare adeguata a fronteggiare la crescita militare cinese. Una certezza che è stata messa in discussione dalla contromossa cinese, che potrebbe aspirare alla costruzione di una vera e propria base militare sull’isola per controbilanciare l’influenza statunitense

La risposta americana e australiana

L’accordo è stato quindi oggetto di aspre critiche da parte di Stati Uniti e Australia, che temono che il patto possa portare la Cina a prendere piede militare nel Pacifico meridionale. In risposta a ciò, Washington ha prontamente annunciato un viaggio nelle isole del coordinatore Indo Pacifico del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Kurt Campbell, viaggio che ha portato la stampa ad ironizzare sul fatto che l’America abbia scoperto ora le isole Salomone. Vi è da considerare infatti che Washington non ha più un’ambasciata sulle isole dal 1993. Non a caso a tal proposito le recenti dichiarazioni di Blinken relative ad una riapertura, che sembrano non essere state abbastanza tempestive. Un disperato tentativo che, non andato a buon fine, ha portato Daniel Kritenbrick, l’incaricato Usa per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico, membro della delegazione guidata da Campbell, a intimare provvedimenti contro la Cina qualora fosse accertata la presenza militare permanente de facto sulle isole. Critiche a cui ha replicato il premier Sogavare definendole “offensive” e precisando che il paese “non subisce pressioni dalla Cina e non intende chiedere a Pechino l’istituzione di un presidio militare nello Stato insulare”, puntualizzando che l’accordo ha implicazioni di natura esclusivamente interna. 

Un accordo che oltre a suscitare preoccupazione a Washington, ha messo in allarme anche Australia, Giappone e Nuova Zelanda. Il patto è infatti particolarmente pericoloso per Canberra dato che le Salomone si trovano a 2mila chilometri dalla propria costa. A tal proposito la ministra degli Esteri australiana, Marise Payne, ha espresso “profonda delusione”. Mentre, già la settimana scorsa il premier australiano Morrison aveva sottolineato come una presenza militare cinese sulle isole costituirebbe “una linea rossa” da non oltrepassare, con il ministro della Difesa, Peter Dutton, che si è spinto a dichiarare che “l’Australia dovrebbe prepararsi alla guerra”, dichiarazione che ha infiammato l’opposizione. In risposta a ciò, il primo ministro dell’arcipelago ha voluto rassicurare la delegazione del governo giapponese in visita riaffermando che il suo governo non ha intenzione di consentire la costruzione di una base militare cinese nel suo Paese.  

Un accordo di forte contenuto strategico che ha quindi, da un lato, garantito alla Cina un primo punto di approdo oltre la prima catena di isole (Filippine, Taiwan, Indonesia, Malesia e Giappone) lungo cui gli Usa avevano messo in atto la politica di contenimento cinese. Dall’altro, il patto ha permesso a Pechino di scardinare il sistema di alleanze statunitense che di fatto consente agli USA di dominare il Pacifico attraverso le numerose basi il cui perno è costituito dalle Hawaii, sede del Comando per l’Indo-Pacifico. Una partita che vede nuovamente l’Indo-Pacifico al centro delle aspirazioni delle grandi potenze e che probabilmente potrà portare a nuovi accordi di sicurezza e accumulo di armi.  

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