La necessaria partnership italo-egiziana
L’attentato islamista al Consolato italiano del Cairo ha riportato l’Egitto al centro delle cronache nazionali. Il governo egiziano è in prima linea nella guerra al terrorismo e nel tentativo di stabilizzazione della regione nordafricana, territorio che appare pericolosamente “nullius”. 

La necessaria partnership italo-egiziana - Geopolitica.info La facciata del consolato italiano al Cairo distrutta dall'ordigno, 13 luglio 2015 (cr. AP)

Il presidente-generale Al-Sisi ha evidenziato come la campagna militare condotta nel Sinai contro gli islamisti avrà una durata di circa 2-3 anni, così come a breve termine non sarà l’intervento egiziano in Libia a sostegno di Tobruk e diretto sia contro Tripoli (sostenuta dai Fratelli Musulmani) che contro il Califfato di Derna. Senza considerare anche la linea politico-militare seguita dal Cairo nello Yemen, dove Al-Sisi punta a mantenere l’equilibrio tra l’Iran e le Potenze sunnite, si può dire comunque che l’Egitto sia la Nazione più impegnata nel contrasto all’espansione non solo dello Stato islamico ma più in generale dell’islamismo nel “grande Medio Oriente”.Date queste premesse è essenziale che l’Italia abbia rapporti più stretti con l’Egitto visti gli interessi comuni in Libia ma più in generale nel Levante. Per la sua posizione geografica ed il ruolo storico che ricopre (o che dovrebbe ricoprire) nel Mediterraneo il nostro Paese è quello più esposto all’offensiva jihadista e dell’instabilità nordafricana ne risente direttamente anche nella quotidianità con la gravosa questione immigrazione. Al continuo arrivo di migranti (la gran parte dei quali “economici” e quindi da rimpatriare) Roma ha cercato finora una soluzione umanitaria e politica (Mare Nostrum e gli accordi con l’UE sulle “quote migranti”) non capendo che il problema è prima di tutto politico-strategico e che dunque si riflette direttamente sulla nostra Politica estera, richiamando a gran voce la nostra “vocazione mediterranea”, troppo a lungo in sordina rispetto a quella euro-atlantica.
Il ministro degli Esteri Gentiloni in visita al Cairo dopo l’attentato al Consolato ha dichiarato che il contrasto al terrorismo si porta avanti non solo militarmente ma anche a livello culturale e senza dubbio l’Egitto può essere un valido alleato di Roma. Al-Sisi nei suoi discorsi fa continui riferimenti al Corano, cerca una pacificazione nazionale con quelle fazioni rivoluzionarie deluse dalla piega che la “primavera araba” ha assunto nel loro Paese; il presidente egiziano lancia un messaggio nuovo all’Islam “politico”, vuole collaborare per riportare l’Egitto alla normalità senza dover necessariamente imprimere una svolta laicistica che riporterebbe le lancette indietro, ai tempi di Mubarak. La grande opera ideologico-culturale di Al-Sisi è però accompagnata dalla (necessaria) repressione di quanti non vogliono conformarsi al nuovo corso, si vedano i Fratelli musulmani o le formazioni jihadiste che infestano il Sinai.

L’operato egiziano a terra potrebbe essere la valida “spalla” per l’Operazione EUNAVFORMED se solo questa assumesse una vera connotazione militare. La missione navale targata UE (ma in cui gli altri Paesi europei hanno dato un contributo simbolico ed irrisorio) ed a comando italiano, rischia di trasformarsi nella riedizione della fallimentare e criticatissima “Mare Nostrum”, riproponendo una pianificazione umanitario-militare che poco (o niente) ha a che fare con il contrasto del traffico di esseri umani nel Mediterraneo, businness che ingrassa i terroristi. E’ quindi chiaro che oltre alla naturale collaborazione con gli alleati europei, Roma dovrebbe ritagliarsi uno spazio politico-diplomatico autonomo e rafforzare il suo legame con l’Egitto che diventa strategico e non più solo tattico e dunque contingente alla situazione attuale, perché il Cairo sembra l’unico in grado di garantire la necessaria stabilità regionale ad un’area di interesse vitale per le nostre politiche energetiche e di sicurezza.

Collaborare con l’Egitto significa anche garantire l’integrità territoriale e la sicurezza di Paesi come l’Algeria e la Tunisia, nostri partner di fondamentale importanza, che risentono pesantemente delle ricadute del conflitto civile libico e dello sfarinamento dei confini che esso comporta. Certo, bisognerebbe evitare che il Cairo prenda il sopravvento in Libia, favorendo la distensione e non la preponderanza di Tobruk, governo per il quale l’Egitto si è schierato apertamente sostenendolo anche nei combattimenti mentre la Comunità internazionale si è limitata a riconoscerlo. Nella situazione libica attuale, in cui le trattative condotte da Bernardino Lèon non troveranno una soluzione prima di dicembre (parole del premier di Tobruk Al-Thani) l’unico interlocutore degno di tale nome sembra essere proprio l’Egitto che ha anche ospitato le riunioni dei capi tribù libici (il cui consenso alla pace è il vero “deus ex machina” del conflitto) ritagliandosi uno spazio politico non indifferente ed in completa autonomia dalla missione ONU di Lèon. Questa forte presenza egiziana in Libia fa presupporre che il Cairo avrà voce in capitolo nella sistemazione del Paese a conflitto terminato, ecco un altro motivo per cui Roma (che in Libia ha interessi non da poco ed è risaputo) deve necessariamente trovare un’intesa con Al-Sisi.

Per l’indifferenza di alcuni Paesi UE e la reticenza di altri (si veda la Francia che invece avrebbe tutti gli interessi a collaborare con Roma) l’Italia si è ritrovata di fatto isolata ad affrontare la crisi politico-militare del Mediterraneo e questo la costringe a difendere i propri interessi nazionali e la propria sicurezza per “altri lidi” che assumono sempre più le sembianze del Delta del Nilo. La scuola del Realismo politico afferma che i propri interessi nazionali vanno perseguiti sempre in funzione dei mezzi di cui si dispone; l’Italia non può affrontare questa fase di transizione negli equilibri mediterranei da sola o cercando una continua collaborazione con i Paesi europei che giocano da “solisti”, non avrebbe possibilità di mantenere la sua influenza o di ampliarla. Una partnership con l’Egitto invece sarebbe un ottimo “scudo” ed all’occasione anche una “spada” da contrapporre al caos dilagante scatenato dai propri nemici.