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Sul tavolo ucraino una mano pericolosa della partita tra Stati Uniti e Russia

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La politica internazionale viene di sovente rappresentata attraverso la metafora della partita a carte. Ogni giocatore seduto attorno al tavolo verde le tiene ben coperte e cerca per quanto possibile di mantenere il mistero sul punto – o eventualmente sul bluff – intorno a cui sta costruendo il suo gioco. Alla fine di ogni mano, un giocatore vince ciò che gli altri hanno perso, profilando il classico zero sum game. Una partita, tuttavia, è fatta di tante mani e alla sua conclusione il vincitore non è necessariamente uno solo.

Sul “tavolo” ucraino sembra aver preso forma qualcosa di non troppo dissimile da una mano della più lunga partita che ha come posta in gioco la preservazione o il superamento dell’ordine internazionale scaturito dalla Guerra fredda. A sedervisi, tra gli altri, Stati Uniti, Federazione Russa, Paesi europei e – con l’attendismo che la contraddistingue – la Repubblica Popolare Cinese. Nonostante i tanti isterismi, commenti, dietrologie e previsioni che abbiamo letto e ascoltato in questi giorni sulla crisi Ucraina, l’unica operazione seria da fare per cercare di comprendere come sta andando la “partita” è, anzitutto, vedere quali carte sono state già scoperte dai giocatori più intenzionati a vedere le carte dell’avversario, ovvero Mosca e Washington.

I russi hanno ammassato tra i 100 e i 150 mila soldati al confine ucraino, organizzato un’esercitazione militare in Bielorussia, manipolato i prezzi energetici, assistito “sorpresi” a una sequenza di attacchi informatici ai principali siti web del governo di Kiev e – ciliegina sulla torta – fatto votare alla Duma una risoluzione per il riconoscimento dell’indipendenza delle Repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. Gli americani, da parte loro, hanno inviato qualche tonnellata di equipaggiamenti militari alle Forze Armate ucraine, rilanciato le pressioni sul cancelliere tedesco Olaf Scholz per fermare il Nord Stream 2, minacciato nuove sanzioni e, in caso di un’offensiva russa su larga scala, dichiarato che gli Stati Uniti e i loro alleati saranno pronti a rispondere «in modo deciso e a imporre costi repentini e pesanti» alla Russia.

Se queste sono le carte già calate, qual è il punto che rispettivamente russi e americani hanno dichiarato di seguire? Nella lettera inviata alla Casa Bianca e alla NATO, il Cremlino ha chiesto la fine ufficiale degli allargamenti a est dell’Alleanza Atlantica e la rimozione di strutture e personale militare dai territori che vi sono entrati dopo il 1997. Da parte loro, per la de-escalation gli Stati Uniti chiedono un effettivo alleggerimento della presenza militare russa ai confini con l’Ucraina ma, più in generale, chiedono la fine del sostegno russo ai separatisti del Donbass e il ritorno della Crimea all’Ucraina.  

In entrambi i casi, si tratta di richieste quasi del tutto irricevibili per la rispettiva controparte. Celano, inoltre, un sostanziale bluff, iniziato con la stessa idea dell’imminenza della guerra. Su quest’ultima – con tempi e modi diversi – hanno “giocato” sia Mosca che Washington. La possibilità di un’invasione su vasta scala dell’Ucraina, d’altronde, non era verosimile già per i numeri in campo. Dei 100-150 mila soldati russi solo un quarto avrebbe eventualmente varcato il confine, perché gli altri sarebbero stati necessari per tutto quello che gira intorno a un attacco di terra (dall’artiglieria alle cucine, dalla logistica all’assistenza medica). Tra i 25 e i 40 mila soldati, pertanto, sarebbe stati lanciati all’attacco di un Paese di quasi 45 milioni di abitanti, con una linea di confine con la Federazione Russa di più di 1.500 chilometri e magari avrebbero dovuto puntare sulla città di Charkiv, dove abitano quasi 1 milione e mezzo di persone. 

Allo stesso tempo, una lunga serie di ragioni non rendeva credibile neanche il coinvolgimento americano. Anzitutto perché, in condizioni molto più favorevoli, gli Stati Uniti non avevano mosso un dito nel 2014 di fronte al colpo di mano russo in Crimea. In secondo luogo, perché l’Ucraina non è un alleato degli Stati Uniti e, quindi, nessun vincolo di natura giuridica pesa su questa scelta. E, ancora, perché – soprattutto nell’anno delle elezioni di mid-term – nessuno alla Casa Bianca sembra disponibile “a morire per il Donbass”. Infine, perché l’amministrazione Biden è completamente assorbita dalla competizione con la Cina, come dimostra la recente pubblicazione della sua Indo-Pacific Strategy.

Il superamento dei giorni fatidici in cui si prevedeva un attacco russo – tra il 15 e il 16 febbraio – sembra avviare questa “mano” della partita alla chiusura, con la Russia che appare vicina ad accaparrarsi il “piatto”. Il Cremlino, infatti, ha già conseguito qualche vantaggio, seppur di breve termine. Ha rafforzato il rapporto con i separatisti del Donbass, dimostrando che può utilizzarli per minare qualsiasi avvicinamento di Kiev alle strutture di alleanza occidentali. Ha destabilizzato l’Ucraina, dimostrando che il destino del Paese dipende in buona parte dai buoni uffici che intrattiene con la Russia. Ha incrinato il “fronte occidentale”, dimostrando che alla durezza delle posizioni americane, inglesi e di alcuni Paesi dell’Europa dell’est non corrisponde a un atteggiamento altrettanto fermo da parte tedesca, francese e italiana. Da ultimo, Putin ne ha guadagnato in termini di legittimità internazionale, dimostrando la sua abilità a “vendersi” come uomo che rispetta le promesse – anzitutto, quella di non fare la guerra – e interessato a mantenere la pace.

Questo risultato, tuttavia, non vuole dire che la più ampia partita tra le grandi potenze è stata vinta dalla Russia, né che per forza Washington e Mosca siano sempre destinate alla competizione. Tre mesi di tensioni, infatti, hanno dimostrato che tra le parti c’è comunque disponibilità al dialogo, tanto che è stato persino organizzato un incontro del NATO-Russia Council che non si teneva dal 2019. Non è da escludere, quindi, che prima o poi i competitori di oggi, non diventino i partner di domani. Perché, a dispetto di quanto si dice e si legge in giro, anche il Cremlino guarda con sospetto e preoccupazione all’ascesa cinese. Ma su cosa Stati Uniti e Federazione Russa in futuro potrebbero trovare un accordo? In questo caso è la Casa Bianca a fare la parte del “banco” e, quindi, può dare le carte. E dalla sua prospettiva il progressivo disallineamento russo dalla Cina potrebbe valere qualche concessione all’interno di un “patto egemonico”. La più semplice, nel breve termine, potrebbe essere un “lifting” alle attuali sanzioni – americane ed europee – che gravano sulla Russia. La seconda, di medio termine, potrebbe essere un riconoscimento ufficiale del ruolo di Mosca quale garante della sicurezza in Asia Centrale, quadrante che – come evidenziato dal ritiro dall’Afghanistan – non viene più considerato strategico a Washington. Sempre nel medio termine, ma senza alcuna formalizzazione, probabilmente gli Stati Uniti potrebbero anche accettare la “finlandizzazione” dell’Ucraina. 

di Gabriele Natalizia – Centro Studi Geopolitica.info, Sapienza Università di Roma

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