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RubricheFaro AtlanticoParte l’Operazione IRINI: una nuova sfida per l’Europa

Parte l’Operazione IRINI: una nuova sfida per l’Europa

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Dal 1° aprile la missione navale europea Sophia lascia il posto alla missione Irini che, come previsto dalla Conferenza di Berlino, ha come obiettivo principale quello di far rispettare l’embargo ONU sulle armi inviate in Libia. Quali sono le caratteristiche della nuova missione? Quali le differenze con Sophia? Ci sono molte perplessità sulla sua operatività, quale le ragioni? Quali sono i primi sviluppi? 

La missione Irini

I partecipanti alla conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso si sono impegnati a rispettare e attuare pienamente l’embargo sulle armi sancito dalle risoluzioni (UNSCR) 1970 (2011), 2292 (2016), 2473 (2019), 2509 e 2510 (2020) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

In tale contesto, già il 17 febbraio il Consiglio aveva raggiunto un accordo politico sull’avvio di una nuova operazione nel Mediterraneo destinata ad attuare l’embargo sulle armi imposto dall’ONU nei confronti della Libia utilizzando mezzi aerei, satellitari e marittimi. Ciò ha comportato necessariamente la cessazione definitiva della EUNAVFOR MED operazione SOPHIA che era stata avviata il 22 giugno 2015 quale elemento dell’approccio globale dell’UE alla migrazione. 

Stando al Comunicato Ufficiale pubblicato (consultabile sul sito del Consiglio Europeo), l’operazione EUNAVFOR MED IRINI (la parola viene dal greco “pace”), avrà come compito principale quello di svolgere ispezioni sulle imbarcazioni in alto mare al largo delle coste libiche sospettate di trasportare armi o materiale connesso da e verso la Libia a norma della risoluzione 2292 (2016) del Consiglio di sicurezza dell’ONU. A questo, si aggiungeranno tutta una serie di compiti secondari, quali il controllo e la raccolta di informazioni sulle esportazioni illecite di petrolio e di suoi derivati dalla Libia; la formazione della guardia costiera e della marina libiche; la raccolta di informazioni e il pattugliamento per lo smantellamento delle reti di traffico e tratta di esseri umani.

Il quartier generale resterà sempre a Roma, a Centocelle e il comandante sarà (come è avvenuto per l’ultima fase dell’operazione Sophia) il contrammiraglio Fabio Agostini. Il mandato dell’operazione Irini durerà inizialmente fino al 31 marzo 2021 e sarà sottoposto alla stretta sorveglianza degli Stati membri dell’UE, che eserciteranno il controllo politico e la direzione strategica attraverso il comitato politico e di sicurezza (CPS), sotto la responsabilità del Consiglio e dell’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Aspetti critici: la questione migranti

L’Operazione Irini ha preso il via dopo un lungo braccio di ferro tra i paesi Ue preoccupati dell’accoglienza di eventuali migranti illegali attirati dalla presenza delle navi europee. Infatti, bisogna rammentare che tale operazione, a differenza di quella denominata Sophia, non avrà il compito di fermare il traffico di essere umani nel Mediterraneo e per questo motivo l’area di competenza dei pattugliamenti sarà dislocata sul versante orientale delle coste libiche, da cui proviene il traffico di armi (obiettivo principale). Di fatto pur di non effettuare respingimenti in Libia di immigrati clandestini soccorsi in mare la missione Ue rinuncia a effettuare un reale controllo dello spazio marittimo lungo le coste della Tripolitania Occidentale interessate dai traffici. Una scelta questa che mina fortemente la deterrenza militare dell’operazione navale Ue.  In tema di migranti illegali bisogna necessariamente ricordare anche il punto 13 dell’accordo: «le persone salvate in mare da unità navali della missione Irini, ai sensi degli obblighi previsti dalle norme internazionali, verranno condotti nei porti designati dalle autorità della Repubblica Ellenica o su base volontaria di altri Stati membri», una disposizione inserita in seguito a compensazioni politiche ed economiche con la Grecia e in cui l’Italia ha avuto un ruolo determinante (sembra che sia stato il Ministro Di Maio a richiedere che i migranti non sbarcassero in Sicilia). Insomma, da come emerge, vale ancora il principio della volontarietà espresso durante il vertice di Malta dello scorso settembre, concetto piuttosto aleatorio che non garantisce la tenuta di questo meccanismo. Si profila, così, anche un problema di natura squisitamente giuridica: a Malta si è cercato di dare vita a una cooperazione su base volontaria tra alcuni Paesi membri dell’Unione europea che avviene al di fuori del perimetro normativo comunitario e ciò crea un precedente di estrema gravità. 

Le perplessità

Molti dubbi sono stati sollevati sul fatto che l’assetto navale di Irini sarà dislocato solo nell’est del Paese e non potrà operare né via terra né nelle acque territoriali libiche. Questo rende la missione decisamente poco incisiva. In primo luogo molte armi arrivano via terra, specie dal confine tra l’Egitto e la Libia. Se davvero si vorrà raggiungere l’obiettivo serviranno effettivi controlli satellitari, aerei, nuovi droni e non solo il blocco navale ma, soprattutto, sarà indispensabile la volontà internazionale nel farlo applicare, anche a costo di scontrarsi con potenze quali la Turchia. Ad esempio, le ispezioni sulle navi devono avvenire sempre con il consenso dello Stato di bandiera e questo potrebbe creare “frizioni” con Ankara, strategica per molti Stati europei (giova ricordare che fregate turche sono attualmente posizionate di fronte alle coste libiche).

Ulteriori osservazioni devono essere fatte relativamente all’effettivo schieramento di forze per l’operazione. Pur se partita in pompa magna, infatti, a causa probabilmente anche della situazione Covid che imperversa in Europa, al momento si ha solo la disponibilità di Grecia ed Italia ad inviare navi; la Spagna dovrebbe inviare solo un aereo da pattugliamento della Marina; la Germania non ha ancora chiarito il suo impegno; la Francia si è detta disponibile a inviare una nave ma solo per la fine di maggio. Al momento, dunque, Irini più che una missione appare come l’ennesima prova della politica del ‘minimo comune denominatore’ che fin qui l’Ue ha mostrato nella questione libica. 

In questo quadro si collocano le numerose riserve sollevate da entrambe le fazioni in campo. Il GNA, da un lato, sostiene che senza il controllo anche di vie terrestri e aeree si favoriscono le forze del generale Haftar. Mohamed Siala, il ministro degli Esteri dell’esecutivo guidato da Al-Sarraj ha espresso le riserve ed il malcontento del GNA all’ambasciatore dell’ UE in Libia, affermando  che «in questo modo è il GNA che viene preso di mira dai controlli omettendo totalmente qualsiasi verifica sugli armamenti di Haftar» Critiche simili sono state formulate dall’ Alto consiglio di Stato (HSC), cioè dalla camera del parlamento libico di Tripoli, che in un comunicato sottolinea che «l’insistenza dell’Ue a monitorare solo attività in mare mette in dubbio i reali motivi sottesi a questo processo» come riporta il sito Libya Observer. Dall’altro lato Bengasi manifesta il timore che il monitoraggio essendo concentrato soprattutto nella zona orientale rappresenti un ostacolo ai normali traffici commerciali, anche quelli legati al petrolio.

Le valutazioni finali

Irini ha fin qui mostrato, di nuovo, un forte scollamento tra i Paesi europei. Molti, come sopra evidenziato, non si sono ancora pronunciati sul loro impegno, inoltre è una missione con regole di ingaggio piuttosto limitate. È probabile che tale limite non sia solo attribuibile al fatto che per allargare il mandato della missione sia necessario il consenso delle autorità locali, ma anche al fatto che molti Paesi europei non vogliano esporsi troppo con gli Stati che inviano armi in Libia, in primis Turchia ed Emirati, con cui hanno in ballo affari che non vogliono in alcun modo inficiare. La cancelliera tedesca Angela Merkel, ad esempio, è ancora “ostaggio” della Turchia che, in cambio di lauti finanziamenti, frena nel proprio territorio tutti i migranti che, percorrendo la rotta balcanica, arriverebbero in Germania. La Francia, così come altri Paesi europei, vende armi agli Emirati. C’è poi la Russia che, dopo aver dato il suo placet alla missione, sembra ora titubante: forse gli interessi con la Turchia, di cui è il secondo partner economico, sono diventati un freno? In ballo non c’è solo l’affare miliardario della vendita alla Turchia di sistemi missilistici S-400, ma anche questioni energetiche come il progetto del Turkish Stream, il gasdotto che consentirà alle forniture russe di arrivare direttamente in Turchia attraverso il Mar Nero. La realpolitik, dunque, pare, al momento, vincere sulla necessità di fermare seriamente l’embargo di armi, minando ancora di più la credibilità dell’Europa come attore rilevante sullo scacchiere internazionale.

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