Il Parlamento Europeo sulla Cina, tra coraggio, velleità e paradossi

Nei giorni della grande polemica su Orban e sul ruolo dell’Ungheria nella UE è passata sotto silenzio l’approvazione, il 12 settembre, da parte del Parlamento Europeo, di una Risoluzione (n.2017/2774) sullo stato delle relazioni UE-Cina. Eppure si tratta di un atto molto interessante sotto vari profili, sia positivi sia negativi. La Risoluzione, un corposo testo di 27 fitte pagine, è un classico esempio di equilibrismo politico, a metà strada tra realpolitik (la Cina è una potenza economica e una crescente potenza militare di livello mondiale) e alcune coraggiose, ma anche velleitarie, prese di posizione verso alcuni dei lati più oscuri del regime comunista cinese.

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Partiamo dagli aspetti coraggiosi della Risoluzione tra i quali certamente ne spiccano alcuni relativi alla situazione di Taiwan. L’intransigenza cinese, sempre più minacciosa e aggressiva verso la libera democrazia taiwanese, che si declina anche in pressioni economiche e politiche da parte di Pechino all’interno della comunità internazionale, non ha evitato che la Risoluzione, per esempio, abbia richiamato con caratteri di piena dignità un precedente atto dello stesso Europarlamento risalente al 2016 sulle relazioni UE-Taiwan. La Risoluzione sottolinea nelle premesse “l’opposta evoluzione politica della Repubblica popolare cinese e di Taiwan, regime dello Stato-partito sempre più autoritario e nazionalista l’uno, democrazia multipartitica l’altro, che alimenta il pericolo di una escalation delle relazioni tra le due sponde dello Stretto” (solo per inciso vale la pena ricordare che l’escalation e le minacce provengono da una sola delle due parti). E ancora: da un lato il Parlamento Europeo “ribadisce il proprio sostegno a un accordo bilaterale di investimento con Taiwan” e anche con Hong Kong, che sempre più sta vedendo la propria fragile e parziale democrazia schiacciata dal giogo cinese; dall’altro auspica che “l’UE e i suoi Stati membri si adoperino al massimo per esortare la RPC a evitare ulteriori provocazioni militari nei confronti di Taiwan e a non minacciare la pace e la stabilità nello Stretto”, esprimendo “preoccupazione per la decisione unilaterale della Cina di iniziare a utilizzare nuove rotte aeree sopra lo Stretto di Taiwan” e sostegno a una partecipazione significativa di Taiwan alle Organizzazioni internazionali. Questo sostegno è particolarmente importante perché avviene pochi mesi dopo il gravissimo episodio della assurda esclusione, per imposizione cinese, del governo di Taipei dai lavori della scorsa Assemblea Mondiale della Sanità .

La Risoluzione, però, al netto di queste positive prese di posizione su Taiwan e, in alcuni passaggi, su Hong Kong, appare nella maggior parte del suo testo una formulazione poco realistica. Per esempio dove si esprime sul dialogo con il governo cinese in merito alla tutela dei diritti umani e alla cooperazione tecnologica e culturale. Il punto è che non appare credibile pensare che la Cina, sempre più tracotante, possa tenere in minima considerazione richieste e esortazioni su temi del genere. E tutti sappiamo bene cosa accade in Cina nel campo dei diritti umani e conosciamo il terribile capitolo delle migliaia – macabro record confermato ogni anno – di esecuzioni, stigmatizzato nella Risoluzione. Del tutto campata per aria, poi, essa appare quando esorta l’UE e i suoi Stati membri “a pretendere dalle autorità cinesi una reciprocità sul fronte della libertà di stampa“ e nel mettere in guardia “contro le pressioni che subiscono i corrispondenti esteri nei loro paesi allorché diplomatici cinesi contattano le sedi delle agenzie d’informazione per criticare il lavoro dei reporter sul campo”.  Addirittura paradossali, a fronte delle politiche anti-concorrenziali della Cina, sono le richieste alla Commissione Europea di “intensificare la cooperazione e il dialogo con la RPC” riconoscendo “i risultati conseguiti dalla RPC nell’affrancare centinaia di milioni di cittadini dalla povertà” a fronte, aggiungiamo noi, di una industrializzazione a tappe forzate che ha devastato l’ambiente e sconvolto la società cinese a forza di ondate migratorie interne di dimensioni apocalittiche.

Sconfinano nell’assurdo, inoltre, il richiamo alla importanza di un “accordo tra l’UE e la RPC in materia di indicazioni geografiche basato sui più rigorosi standard internazionali” e la richiamata necessità che Pechino allenti la morsa mortifera sul Tibet. Giova ricordare che la Cina è il “regno” della contraffazione ed è il Paese da cui il mondo viene inondato di prodotti fasulli e insicuri. E che la Cina da decenni schiaccia senza pietà il popolo tibetano. Tra tante affermazioni oniriche ce ne sono alcune – almeno alcune – che colgono invece nel segno, al di là della non credibilità e non affidabilità della controparte cinese nel voler recepire le richieste dei parlamentari europei. Sono quelle relative al timore (che poi, nei fatti, è già una amara e dolorosa realtà) del Parlamento Europeo sul fatto che “le nuove norme in materia di religione si tradurranno in una forma di classificazione da parte del governo cinese di tutte le religioni e associazioni etiche non religiose, autorizzate o non”. Come più volte sottolineato in Taiwan Spotlight, la Cina sta infatti lavorando alacremente per abolire in modo permanente le residue forme di libertà religiosa, in particolare dei cristiani, cattolici e protestanti. E questo nel silenzio di chi, ben prima del Parlamento Europeo, dovrebbe levare la sua voce di protesta.