Parigi, ovvero quando l’Europa deve fare da sé

All’indomani della strage di Parigi, gli inquirenti lavorano alacremente per dare un volto, un’identità, una nazionalità ed un retroterra ai terroristi che hanno insanguinato la capitale francese. Molti gli indizi, diverse le piste: commando arrivato dal Belgio, elementi siriani ed egiziani da poco giunti sul suolo transalpino, vecchie conoscenze delle forze dell’ordine da sempre residenti in Francia.

Parigi, ovvero quando l’Europa deve fare da sé - GEOPOLITICA.info (cr: AFP)

Secondo i testimoni, è comunque certo che gli assassini parlassero francese tra di loro. Indagini di estrema importanza, in chiave sia “retributiva” – per giungere all’incriminazione dei componenti della cellula e dei loro fiancheggiatori – sia preventiva, cercando di far luce sulla rete di complicità, connessioni e supporto di cui, senza dubbio, gli attentatori si sono serviti. In questa fase concitata e sofferente, però, i decisori politici del Vecchio Continente non possono glissare su una riflessione di più ampio respiro sui temi della sicurezza nazionale. Della Francia, certo, come degli altri Stati d’Europa.

E’ imperativo, a fronte di una strage di questa portata, approfondire le connessioni tra dinamiche geopolitiche e sicurezza, assumendo decisioni, orientamenti e indirizzi di lungo periodo. Il nesso tra la barbarie parigina ed il disordine che affligge l’area mediterranea è evidente. I membri del gruppo di fuoco del 13 novembre, alla pari dei loro predecessori ed emuli, trovano linfa nella propaganda islamista che germoglia nelle moschee semi-clandestine fiorite in Europa, anche grazie ai finanziamenti stranieri.

Si addestrano in occasione di “vacanze studio” in Paesi al collasso, dove le istituzioni statuali non riescono a controllare integralmente il territorio, dove la legge dello Stato è sostituita da una versione parodistica della sharia, imposta manu militarida sodalizi ideologico-criminali – spesso più criminali che ideologici. E’ lì, in quel limbo sottratto al controllo di qualsivoglia autorità legittima, che il terrorismo di casa nostra prende forma concreta, saldandosi con le rivendicazioni dei giovani immigrati di seconda e di terza generazione. Che, a differenza dei loro padri, preferiscono il martirio al “sogno europeo”.

Il principale elemento su cui deve imperniarsi l’elaborazione della strategia di sicurezza europea è la necessità, ormai sempre più impellente, che i governi europei si adoperino autonomamente, potendo contare su scarsi o nulli supporti esogeni. Il riferimento, scontato, è al vacuum generato dalla ritirata americana dallo scenario mediterraneo. Un ripiegamento politico, addirittura “dottrinale”, prima ancora che militare. Di certo, si preannuncia, e già in parte si concretizza, il momento in cui la sicurezza del quadrante geografico di interesse, il Grande Mediterraneo, sarà principalment nelle mani degli europei. Un ritorno al passato: a quando, prima del Secolo Breve, la stabilità regionale e quella del Mare Nostrum si giocavano nelle Cancellerie d’Europa.

In “Superpower. Three choices for America’srole in the world”, IanBremmer tratteggia tre possibili scenari per la postura americana nelle relazioni internazionali degli anni a venire. Un’America “indispensabile”, un’America “realista” ed un’America “indipendente”. E’, quest’ultima, l’opzione individuata dall’autore come la più rispondente agli interessi di Washington. Questa linea strategica, peraltro autorevolmente rappresentata tanto nel Partito democratico quanto in quello repubblicano, sembra condivisa da un numero crescente di americani, cui giunge gradito il richiamo al “country first”.

Tra le declinazioni operative di questo indirizzo c’è anche la remissione nelle mani degli europei della delega in bianco firmata al termine del secondo conflitto mondiale: la delega con la quale il versante orientale dell’Atlantico aveva incaricato Washington di provvedere alla propria sicurezza. Una delega che, nel medio termine, ha prodotto deresponsabilizzazione. Incapacità di definire una strategia di sicurezza coerente con interessi, aspettative e mezzi. Un’opinione pubblica disabituata a considerare anche l’opzione bellica quale fattore cruciale di stabilità ed ordine. Da anni gli Stati Uniti ricordano agli europei che investire in sicurezza non è, per i membri della NATO, una scelta, ma un dovere.

Che devolvere il 2% del Pil alla difesa nazionale è il presupposto sul quale deve basarsi un’alleanza che, seppur sempre a trazione americana, deve essere ribilanciata al suo interno. Dalle parole ai fatti: dal “pivot to Asia”, passando per il “selective engagement”, fino al “leading from behind”, il graduale ma inarrestabile ritiro statunitense dallo scenario euro-mediterraneo è sotto gli occhi di tutti. Inutile, in futuro, sperare in linee rosse invalicabili che gli americani traccino – e rispettino – se non in stretta cooperazione con gli alleati europei.

Questo elemento si salda, in modo evidente, con quella regionalizzazione dello scenario politico internazionale oggi ormai visibile. Crisi sempre più marcatamente regionali costellano il globo, nessuna delle quali capace di generare effetti al di fuori del contesto geografico nel quale ha attecchito. Ne è un esempio, mutatismutandis, la vicenda ucraina, nella quale gli americani hanno tentato di coinvolgere gli europei –francesi e tedeschi – quali prim’attori del negoziato, defilandosene.

In questo quadro dai tratti sempre più nitidi, c’è da chiedersi se l’imminente campagna elettorale americana accelererà ulteriormente il percorso in atto. Fino a quando saranno i droni americani ad uccidere tagliagole europei a Raqqa, vedi il famigerato Jihadi John?