Il paradosso di Taiwan: dall’isolamento formale al protagonismo nella comunità internazionale

Non essere formalmente sottoposta agli obblighi internazionali definiti dall’ONU eppure contribuire efficacemente a un obiettivo fondamentale per la salute del pianeta: contrastare i cambiamenti climatici e raggiungere standard di eccellenza nella protezione dell’ambiente. Può sembrare un paradosso. In realtà è la sintesi di quanto Taiwan si sta impegnando a fare in materia di cambiamenti climatici. Benché non sia membro della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e non abbia potuto firmare l’Accordo di Parigi, Taiwan ha tuttavia sviluppato un piano all’avanguardia per ridurre drasticamente la propria impronta di carbonio in linea con gli sforzi internazionali e con la consapevolezza della propria vulnerabilità. Come affermato dall’Agenzia taiwanese per la protezione dell’ambiente: “Taiwan, in quanto Paese insulare, è molto vulnerabile alle gravi e immediate minacce legate ai cambiamenti climatici. In risposta alle richieste di azione globale sul clima, Taiwan ha approvato la Legge sulla riduzione e gestione dei gas serra e, subito dopo, le linee guida nazionali per gestire il cambiamento climatico”.

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Obiettivo dell’Accordo internazionale è la riduzione dei gas a effetto serra – più in sintesi conosciuti come gas-serra – rispetto ai livelli di emissione registrati nel 2005. L’Accordo prevede che le emissioni debbano diminuire del 5% entro il 2020, del 10% entro il 2025, del 20% entro il 2030 e del 50% entro il 2050. Sono obiettivi ambiziosi e tecnicamente complessi, rispetto ai quali l’assenza di vincoli internazionali avrebbe potuto formalmente consentire a Taiwan di non impegnarsi. Invece, come affermato dal Ministro per l’Ambiente, Lee Ying-yuan, “Taiwan è un membro del ‘villaggio globale’ e la lotta ai cambiamenti climatici è una delle priorità della nostra amministrazione”. Il Ministro ha inoltre annunciato a breve l’avvio di una serie di consultazioni con gli “stakeholders” toccati dalle nuove regole per finalizzare l’intero impianto normativo di riferimento.

L’impegno di Taiwan nel contesto delle azioni internazionali sui cambiamenti climatici è paradigmatico dell’attuale status internazionale dell’Isola che si sente, a ragione, parte integrante della comunità internazionale e la cui società civile – cresciuta in un quadro istituzionale di piena libertà e di autentica democrazia – non intende farsi intimidire dalle continue minacce e pressioni della Cina comunista. Una politica, quella pechinese, di continua esibizione muscolare rivolta anche – facendo spesso ricorso alla poco nobile “diplomazia del dollaro” – ai Paesi che collaborano con Taiwan. A causa del principio della cosiddetta “One China Policy”, imposta da Pechino agli altri Stati con la forza dei suoi numeri (economici, commerciali, di popolazione e militari), Taiwan oggi viene riconosciuta diplomaticamente da un numero ridotto di Paesi – la maggior parte dei quali in America centrale, nei Caraibi, nel Pacifico e in Africa – e dalla Santa Sede. Inoltre vi è l’incessante azione del regime comunista cinese volta a impedire la partecipazione di Taiwan alle organizzazioni internazionali multilaterali. Una situazione, tanto grave quanto assurda e ingiusta, che danneggia l’intera popolazione di quasi 24 milioni di cittadini taiwanesi: si pensi a quando, nel 2003, in piena esplosione della crisi della epidemia SARS, solo dopo una faticosa trattativa con Pechino fu possibile, per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), inviare una missione a Taipei. Vicenda che, insieme all’ostracismo cinese del 2017 per impedire a Taiwan, dopo 8 anni di partecipazione, di intervenire all’Assemblea Mondiale della Sanità (AMS), dimostra platealmente come i diktat politici cinesi condizionino l’ASM/OMS in frontale contraddizione con il suo stesso Statuto che ne sancisce l’apoliticità e l’assoluto ripudio di ogni discriminazione razziale, religiosa, sociale. Tutti valori rinnegati, nei fatti, da una insensata discriminazione generata dall’odio politico per il colore del partito che ha vinto democraticamente le elezioni a Taiwan nel 2016.

Analoga situazione si ripete all’ICAO e nelle altre agenzie e organizzazioni di derivazione ONU mentre non riguarda la WTO, estranea alle Nazioni Unite, dove Taiwan convive con la Cina da oltre 25 anni.  Nonostante queste difficili situazioni, e il persistente boicottaggio operato senza scrupoli dalla Cina comunista, Taiwan non si piega e, forte della sue istituzioni democratiche e del dinamico pluralismo culturale della sua società, sviluppa una politica estera non solo di adesione ai principi, alle regole e agli obblighi stabiliti in sede ONU ma anche caratterizzata da una generosa ed efficace cooperazione alle sviluppo declinata, in tanti Paesi meno fortunati, nei settori della salute, dell’agricoltura, delle piccole e medie imprese, e delle nuove tecnologie di cui Taiwan è protagonista mondiale. Nel contesto della situazione e del ruolo di Taiwan sulla scena globale, hanno un peso particolare le relazioni speciali con gli Stati Uniti regolate, dal 1979, dal Taiwan Relations Act e da un pressoché unanime e costante sostegno bipartisan nel Congresso. Proprio nelle scorse settimane, prima la Camera e poi il Senato hanno approvato una nuova Legge, il Taiwan Travel Act, firmata il 17 marzo dal Presidente Trump, che stabilisce la possibilità di reciproche visite ufficiali ad ogni livello di governo. Un atto importante anche per l’evidente significato di rinnovato sostegno e forte solidarietà all’amica Taiwan.

In questo quadro, articolato e complesso, si inseriscono i rapporti bilaterali di Taiwan con l’Italia che è legata, come gli altri membri dell’Unione Europea, al riconoscimento della Cina: essi sono cresciuti significativamente negli ultimi anni con risultati importanti nell’interesse delle due economie. Lo dimostrano alcuni brevi riferimenti:

– L’Accordo aereo del 2010 tra ENAC e CAA, con i voli diretti Roma/Taipei, che ha dato impulso agli scambi turistici e non solo, anche favoriti – dal 2011 – dalla reciproca abolizione dei Visti.
– L’istituzione, sempre nel 2010, del “Foro italo-taiwanese di cooperazione economica, industriale e finanziaria”, co-presieduto dai rispettivi Direttori generali competenti per il commercio estero, che si riunisce ogni anno, alternativamente a Roma e a Taipei, e rappresenta la sede ove vengono affrontati e risolti i problemi economici e commerciali bilaterali, e create le migliori condizioni per la crescita dell’interscambio.
– L’entrata in vigore della Legge n. 62/2015 sulla esenzione della doppia tassazione tra Italia e Taiwan che, oltre ad eliminare l’eccessivo peso fiscale gravante sulle imprese italiane rispetto a quelle degli altri Paesi europei che già avevano da anni adottato la stessa esenzione, agevola l’inclusione del territorio taiwanese all’interno delle cosiddette “white lists” previste dalla normativa italiana, favorendo la cooperazione nella lotta all’evasione fiscale.
– I 30 Accordi tra Università italiane e taiwanesi che consentono un proficuo e intense scambio di studenti, docenti e ricercatori coinvolti in stimolanti e avveniristici progetti.

– Più di recente, a inizio marzo, la revoca dell’embargo, da parte del governo taiwanese, della importazione di carne suina italiana ovvero, in primo luogo, del nostro prosciutto: un risultato perseguito da anni per il quale hanno strettamente collaborato il Ministero degli Esteri, il Ministero delle Sviluppo Economico e l’ICE, con l’impulso costante del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan.