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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaPanjshir: ultimo bastione Afghano

Panjshir: ultimo bastione Afghano

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Il Panjshir isolato e resistente come venti anni fa. Gli Stati Uniti stanno ritirando le truppe, Inghilterra e Francia non si schierano, la Cina monitora il confine, la Russia rimane ed il Pakistan nasconde il suo carattere.

Oggi, come 25 anni fa, il territorio a nord-est di Kabul, definito “una fortezza naturale” per via della sua morfologia, è teatro della resistenza anti-talebana. Ahmad Massoud, figlio dello storico comandante che  contrastò i russi prima, gli studenti Coranici poi, è pronto a combattere.“Ho ereditato da mio padre, l’eroe nazionale, la sua lotta per la libertà degli afghani” così riporta La Repubblica  in un suo articolo.

Sono figlio di Ahmad Shah Massud, resa è una parola che non esiste nel mio vocabolario”. Da sempre roccaforte della resistenza anti- talebana, il Panjshir, negli anni ‘90 si riforniva nei territori di confine con il Tagikistan, oggi invece è completamente circondato da provincie occupate dai Talebani. Secondo una stima , “le forze ribelli dovrebbero comprendere all’incirca 4000/5000 soldati, tra locali ed ex militari Afghani che non si sono piegati al dominio dei fondamentalisti islamici”. Le risorse belliche sono limitate e l’appello ricevuto dagli Stati Uniti parla chiaro, “L’America può essere ancora un grande fautore della democrazia, sostenendo le milizie”: così afferma il Washington post  in un editoriale, nonostante il nuovo “leone del Panjshir”, Massoud jr, pensi che l’esercito Statunitense abbia commesso l’errore imperdonabile di aver abbandonato una quantità illimitata di armi, munizioni e attrezzature belliche. Le forze del Panjshir dispongono di armi d’assalto, alcuni elicotteri e munizioni, nel tempo accumulate.

Quale sia il fine ultimo dei ribelli non è dato sapersi, ma secondo l’ambasciatore Afghano in Tagikistan, Ahgbar, “il Panjshir si oppone a chiunque voglia privare il popolo di libertà” ma frattanto si dichiara aperto ad una soluzione pacifica in caso i talebani vogliano lasciare quei territori autonomi e compresi nelle frazioni governative che verranno.

L’analisi militare

Le truppe ribelli potrebbero attendere rinforzi per qualche giorno ancora e buttarsi poi all’assalto della, già talebana provincia settentrionale di Badakhshan, sfruttando il vicino confine con il Tagikistan per ottenere armi, munizioni e personale volontario. Una regione fondamentale per i Taleban in quanto molti dei loro proventi arrivano da queste parti. Infatti il sottosuolo del Badakhshan è famoso in tutto il mondo per l’abbondanza di Lapislazzuli, minerale blu apprezzato molto in occidente. La geologia non ha reso famosa quella zona, né tantomeno l’ha arricchita, ha solo contribuito ad aumentare violenza e corruzione, congiuntamente all’illecita attività estrattiva talebana.

La perdita di questi territori da parte dei Taleban comporterebbe milioni di dollari di perdite ed alimenterebbe la rivolta in un tessuto sociale già saldamente ribelle, definendo così il territorio a nord di Kabul roccaforte della cosiddetta “seconda” resistenza anti-talebana. Il fronte più caldo ora, è quello sulla piana di Shamali, 30 km a nord di Kabul, dove anche nel 2001, vi fu il confine tra “Talibistan” e Panjshir. Il padre del generale aveva una linea di rifornimento con il Tagikistan passando per Feyzabad , capoluogo di provincia e città principale del Badakhshan, ora occupata dai Talebani. Un ponte aereo di rifornimento con l’occidente  costerebbe troppo, la catena montuosa dell’Hindu kush è un’arma a doppio taglio, protezione interna ma comunque invalicabile, le sue altezze si calcolano tra i 6500/7000 m e il Panjshir si troverebbe ad ora, isolato e senza linee con l’esterno. Non mancano certo di ardore e spirito guerrigliero, ma quale sarà la prossima mossa della coppia Massoud / Saleh, con un occidente che ad oggi, parla solo di ritiro del personale?

L’Occidente

Massoud parla agli Stati Uniti: “persone oneste che per venti anni hanno combattuto al nostro fianco e sono sinonimo di Democrazia”, chiede loro di poter continuare la battaglia intrapresa nel 2001, non più con personale sul campo ma con armi e attrezzature da guerra.“Abbiamo combattuto per tanto tempo: per una società civile ed aperta, per poter guardare partite di calcio negli stadi, come voi Inglesi, per poter far studiare le nostre donne ed avere una stampa libera e senza censura, quindi chiedo ora io, alla terra che mi ha fatto crescere, studiare e diventare il ribelle che sono, un aiuto concreto in questo nostro momento di lotta”, le parole rilasciate da Massoud ad un reporter Inglese a Bazarak, nel cuore della regione del Panjshir. Infatti il comandante jr ha studiato a Londra, laureato al king’s college in Storia dei conflitti ed ha conseguito un master in Politica Internazionale alla City of London University. Degli alibi più che sufficienti per poter cercare un fondo di verità nei presunti contatti tra l’intelligence inglese e il fronte afghano per la resistenza. Quel che è certo ad ora, è che la Royal Air Force (RAF) ha approfittato del ponte aereo su Kabul per evacuare tutto il suo personale, militare e consolare, stimato in 10 mila unità. 

“Francia non abbandonarci!” si legge in un’altra lettera che Massoud sembrerebbe aver inviato ad Henry Levy. “Ci troviamo nella stessa posizione in cui si trovava l’Europa nel 40, soli a resistere. A differenza degli Usa e della Nato noi non ci pieghiamo”. Suo padre studiò in Francia e anche lì divenne popolare e rispettato, complice anche il documentario del ’98 “Massoud, l’Afghano”. Solo poche settimane fa veniva dedicata al “Leone del Panjshir” una via a Parigi, Champs Elysées, dove si incontravano Macron e l’attuale capo delle truppe ribelli.

Il resto del mondo

Al momento nessun paese occidentale sembrerebbe disposto ad aiutare, tantomeno legittimare come forza riconosciuta, la milizia ribelle. Fondamentali saranno a mio avviso, le mosse che si compiranno nelle retrovie e negli stati limitrofi, escludendo già di fatto il Pakistan, in quanto i loro servizi segreti 

(ISI) avevano da tempo pianificato un braccio armato di supporto all’esercito talebano, per la conquista del paese, e che la presa di Kabul sia passata prima per Islamabad.

La Cina potrebbe rivendicare quella “guerra di supremazia” con l’occidente che proprio in Afghanistan aveva perso, dialogando con il nuovo governo non ancora in carica, ma presto al potere. (31 agosto?) Ci sono i 9 miliardi di dollari della banca nazionale Afghana, tuttavia in territorio estero, dunque di difficile reperimento, la Cina ha da anni contratti con il governo Afghano per lo sfruttamento dei giacimenti di Litio e rame. Che questa crisi possa essere un ulteriore motivo di espansione per il paese più popoloso al mondo oppure i Talebani saranno bravi ad incassare su pedaggi autostradali, commercio dell’oppio e risorse minerarie senza coinvolgimenti cinesi? 

La Cina potrebbe invece essere interessata ad eliminare la presenza degli Uiguri, con l’appoggio dei Talebani, che da anni minacciano la stabilità della regione dello Xinjiang. I jihadisti Uiguri e i separatisti, ETIM, secondo Pechino, potrebbero usare Kabul come base, in quanto la distanza che separa i due paesi è davvero minima, i collegamenti stradali ad alta quota sono difficoltosi e la loro presenza in Cina non è tollerata.

La Russia, secondo le parole del ministro degli esteri Sergei Lavrov, “Siamo pronti a sostenere un governo talebano e chiede un dialogo inclusivo con tutte le forze limitrofe  per creare un governo di transizione”. Pur non avendo confini naturali con l’Afghanistan, l’influenza sovietica è forte sui vecchi paesi dell’URSS: Tagikistan, Uzbekistan e il Cremlino teme che questa ondata di ribellioni possa coinvolgere partner e “governi amici”. Pragmatici, ma non assenti!

Una coalizione tra Russia, Cina e Pakistan sembrerebbe appoggiare il governo talebano, mentre la critica americana sta ancora analizzando e mettendo al patibolo le scelte dell’attuale presidente Biden.

Venti anni di occupazione americana si sono davvero sciolti in pochi mesi di presidenza Biden? Oppure il ruolo del Pakistan ha davvero influito sull’esito di questo nuovo asset mondiale? 

Per venti anni gli Americani con la politica del Soft Power “hanno cercato di imporre, tramandare usi e costumi occidentali” a quelle che erano le popolazioni afghane, come dice A. Di Mattia in un suo scritto ma sembra essere svanito in pochi mesi tutto questo utilizzo di risorse intangibili: la cultura, i valori e la politica. La guerra dura, quella fatta di missili ed attentati ha permeato nella società più di un libro, più dell’istruzione. Sarà quindi necessario tornare alla baionetta o aspettare che il nuovo governo talebano, riparta dalla pace e dalla cultura?

Ad oggi, siamo come nel 2001, la roccaforte Panjshina resiste ma non può sconfiggere Kabul, se non con un supporto occidentale. La guerra civile incombe a nord, gli aerei carichi di speranza tornano verso l’occidente e l’Afghanistan rimane un deserto di tutti e di nessuno.  La retrovia “alleata” sarà fondamentale

Il silenzio sul “presidente legittimo” suona la “passáda”, letteralmente a morto. 

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