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NotiziePanama: lo scontro tra Stati Uniti e Cina

Panama: lo scontro tra Stati Uniti e Cina

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L’egemonia su Panama, snodo principale del sistema commerciale globale, permetterebbe a Pechino di allievare il proprio “dilemma di Malacca”. Ma le ambizioni cinesi hanno infastidito Washington che ha reagito facendo pressione sui politici panamensi attraverso lo strumento sanzionatorio della “Clinton List”.

La Repubblica Popolare Cinese ha intensificato i suoi sforzi per incrementare la sua influenza su Panama e sull’omonimo Canale, il cui ampliamento, sul quale i cinesi hanno mostrato interesse, avrebbe una portata epocale, consentendo il transito di navi di categoria ultralarge.

Nel 2019 le aziende cinesi hanno investito quasi 13 miliardi di dollari in America Latina e ben 19 governi del quadrante sudamericano e caraibico hanno messo la loro firma sulla Belt and Road Iniziative (BRI), ovvero la rete commerciale e infrastrutturale finanziati da Pechino.

Pechino ha incrementato la sua influenza a Panama soprattutto nel settore tecnologico delle telecomunicazioni: Huawei e Zte forniscono infatti apparecchiature per la Movistar e la Màs Mòvil, società di servizi commerciali di Panama, implementando la fornitura del 5G nella regione.

La Cina ha accresciuto il suo peso sullo stato centroamericano anche sotto il profilo finanziario: la Bank of China e la Banca Industriale e commerciale della Cina, Icbc, hanno permesso di contribuire all’acquisto di beni e prodotti da società del Sol Levante. La pandemia di Covid-19 ha comunque rallentato le mire cinese, specie nel campo del’e-commerce.

Per quanto concerne le attività portate avanti dalle società del Sol Levante, merita di essere menzionato il progetto da 38 milioni di dollari finanziato dalla Bank of China per la creazione di una zona di libero scambio digitale, sotto il patrocinio di Huawei, attraverso la realizzazione di un centro digitale di stoccaggio e distribuzione nelle vicinanze di Panama City. Nei piani cinesi, le imprese si occuperanno anche di Blockchain e cloud computing, ovvero di servizi di supporto digitale.

Pechino ha allargato i suoi orizzonti andando ad investire anche il piano culturale: presso l’Università di Panama City è infatti presente un Istituto Confucio, il quale è impegnato anche nell’elargire borse di studio a studenti panamensi. Alcuni programmi culturali sono stati bruscamente interrotti dal dilagare della pandemia di Covid-19: in risposta all’emergenza il governo cinese e le società Alibaba e Huawei hanno deciso di donare allo stato panamense dispositivi sanitari, mascherine, disinfettanti, guanti. Le donazioni non si sono limitate agli elementari strumenti di prevenzione del virus ma hanno riguardato anche strumenti e tecnologie all’avanguardia come telecamere di rilevamento del calore, installate ad esempio presso l’aeroporto di Tocumen, ed altre apparecchiature elettroniche. Le relazioni tra Pechino e il Sud America si sono comunque ulteriormente consolidate durante la pandemia di Covid-19: l’epidemia ha infatti aperto degli spazi diplomatici in cui Pechino si è abilmente inserita, anche in ragione del disimpegno americano nell’intera area sudamericana e caraibica avvenuto durante la presidenza Trump.

Nel corso della storia l’influenza statunitense è stata ben radicata a Panama, dove Washington ha messo le mani sul commercio locale per tutto il ‘900, controllando il Canale, il quale è stato portato a compimento dallo stesso esercito a stelle e strisce. Il potere americano su Panama accrebbe ulteriormente attraverso la creazione di una zona di libero scambio, ovvero la ZLC, che divenne a tutti gli effetti la porta d’ingresso nel mercato latino americano per diverse aziende a stelle e strisce, tra le quali possono annoverarsi la Gillette, la Coca-Cola e la Pfizer.

Le pressioni diplomatiche statunitensi su Panama hanno comunque ridimensionato i progetti e le mire di Pechino. La decisione del giugno del 2017 del presidente Varela di intrattenere relazioni diplomatiche con Pechino, disconoscendo Taiwan, irritò Washington che andò inoltre su tutte le furie quando il governo panamense decise di affidare alla società China Landbrige i lavori per la costruzione di un nuovo porto e di un complesso logistico sull’isola Margarita. Al tempo stesso il Segretario di Stato americano Mike Pompeo mise in guardia Panama dall’attività economica predatoria condotta dalle aziende del Sol Levante.

Dopo il 2017 vi fu infatti una forte impennata di investimenti cinesi e di accordi commerciali tra Panama e Pechino, resi ancor più saldi dalla visita di Xi Jinping nello stato centroamericano: da questo momento in poi le relazioni tra i due paesi crebbero ad un ritmo incessante con la sottoscrizioni di 48 memorandum d’intesa, tra cui l’accordo di libero scambio tra lo stato panamense e la Cina, denominato FTA, che si proponeva di promuovere il commercio della regione attraverso lo sfruttamento della posizione strategica offerta dal Canale.

Con debito ritardo Washington si è resa conto di ciò che stava accadendo ai suoi confini e soltanto dal 2018 incrementò le pressioni su Panama. L’avvio della presidenza Cortizo nel luglio del 2019 coincise infatti con un drastico ridimensionamento del ruolo di Pechino. A conferma di questa tesi è possibile includere il diniego panamense fornito ad un progetto cinese del valore di oltre 4 miliardi di dollari per la costruzione di un treno ad alta velocità in grado di collegare Panama City con il nord del paese. Inoltre, nonostante il gruppo China Railway Group Limited si aggiudicò i lavori di ampliamento della metropolitana della capitale panamense per un costo di 2,5 miliardi di dollari, la realizzazione dell’opera venne deputata alla società coreana Hyundai Engineering, ad un costo per giunta superiore a quello offerto da Pechino.

Al tempo stesso Rafael Sabonge, il Ministro dei lavori pubblici panamense, confermò la sospensione della costruzione di un ponte sul Canale, originariamente assegnato ad un consorzio capeggiato da China Harbor Engineering (CHEC) e China Communications Construction Company (CCCC). All’origine di questa scelta vi è senza dubbio la longa manus degli Stati Uniti, i avrebbero mal tollerato il fatto che imprese cinesi operassero sul Canale di Panama. L’influenza di Washington sulla classe politica panamense venne messa in atto principalmente attraverso la minaccia di inclusione nella “Clinton List”, la quale, creata attraverso un ordine esecutivo nel ’95, sanziona quegli individui che conducono affari con persone o aziende incluse nell’elenco: i politici locali ricordano bene come l’uomo d’affari panamense Abdul Waked sia andato incontro al fallimento dopo il suo inserimento nel maggio del 2016 nella lista. A ciò si aggiunge la decisione operata nel 2019 dalla US Financial Action Task Force che inserì lo stato panamense nella lista grigia di quei paesi accusati di riciclare denaro sporco. Gli Stati Uniti hanno dunque mantenuto  sotto scacco i politici locali servendosi delle sanzioni come vero e proprio strumento di ritorsione ed influenza politica.

L’aggressività delle sanzioni statunitensi ha avuto come diretto risultato quello di intimorire il  governo panamense, il quale decise di mettere in atto un atteggiamento più cauto e distaccato nei confronti di Pechino. La pressione statunitense contribuì a rallentare le mire cinesi su Panama, seppur i diplomatici americani sono persuasi del fatto che ben presto Pechino ritornerà a mettere nel mirino il Canale, giocando di sponda con la presenza a stelle e strisce nel Mar Cinese Meridionale, lungo la dorsale asiatica ed il Pacifico.

Il cambio di guardia alla Casa Bianca potrebbe inaugurare una nuova epoca caratterizzata da un maggior interesse americano nella regione: quando ricopriva la carica di vicepresidente durante l’amministrazione Obama, il neo inquilino della Casa Bianca visitò la regione sudamericana per ben sedici volte. Il leader democratico rappresenta probabilmente il presidente con una maggiore conoscenza del quadrante centroamericano e caraibico dalla fine della Guerra Fredda.

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