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Due appunti e due promemo sul pallone cinese e le relazioni sino-americane

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La vicenda del pallone aerostatico cinese che ha sorvolato il Nord America e che poi è stato abbattuto al largo delle coste della Carolina del sud ha riportato al centro del dibattito internazionale la questione dello spionaggio – o meglio dell’attività di Intelligence Surveillance and Reconnaissance (ISR) – cinese. L’episodio fornisce un assist utile per comprendere lo stato delle relazioni tra Washington e Pechino

In ogni caso, che si creda alla spiegazione data dalla Repubblica Popolare Cinese, ovvero che il pallone adempiesse a funzioni esclusivamente di analisi meteorologica e assieme ad un secondo dispositivo starebbe sorvolando nei cieli del continente americano per errore, o che si creda invece come fa la controparte americana che l’apparecchio svolgesse missioni ISR, la vicenda permette almeno due appunti e due promemo.

In primis, in seguito alla rivelazione della presenza del pallone aerostatico da parte del Pentagono dopo che piloti civili e commerciali avevano iniziato a segnalare il problema, il segretario di Stato statunitense Anthony Blinken ha comunicato di voler posticipare a data da definirsi la sua visita a lungo attesa a Pechino. Tale decisione non dovrebbe sorprendere se, soprattutto, si guarda ai due precedenti rilevanti nei rapporti tra Washington e Pechino. Si fa riferimento in particolare all’episodio del EP-3E nel 2001 e al bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado durante le operazioni NATO contro il regime di Milosevic nel 1999. In entrambi i casi, infatti, la soluzione della crisi e della controversia passò attraverso battage politici e tensioni diplomatiche che richiesero settimane, se non mesi, per trovare una quadra. Nel 2001, ad esempio, la vicenda della collisione tra l’aereo spia americano e il caccia J-8 cinese venne archiviata solo dopo che l’ambasciatore americano nella RPC consegnò alle autorità cinesi una lettera formale, conosciuta come “lettera delle due scuse”. La cancellazione di una visita diplomatica è, dunque, pienamente parte del vademecum delle relazioni internazionali e raramente costituisce un punto di non ritorno.

Allegato al primo appunto c’è un promemoria. Gli Stati si spiano l’un l’altro, le grandi potenze soprattutto. Lo fanno per conoscere le intenzioni degli altri, per rubare e copiare, per approntare adeguate strategie di reazione e utilizzano tutte le frecce al proprio arco a tal fine. In quanto potenza in ascesa determinata a crescere ma attenta a non provocare occasioni di escalation, la Cina ha fatto dello spionaggio una delle risorse fondamentali del proprio sistema economico, industriale, tecnologico e militare. Non a caso, pertanto, i commentatori si sono affrettati a notare che questo sarebbe solamente (almeno) il quinto pallone aerostatico a sorvolare i cieli statunitensi per scopi di ISR.

Inoltre, un secondo promemoria è d’obbligo. L’episodio è chiaramente rilevante ma non dovrebbe allarmare riguardo la reale minaccia che apparecchi simili rappresentano per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti almeno in termini militari-cinetici. L’unico scopo di questi velivoli è di affinare l’intelligence già raccolta quotidianamente dai sistemi cinesi basati nello spazio. Tuttavia, l’attenzione del Pentagono ora sarà ai massimi storici e l’analisi dei detriti che vengono raccolti in queste ore permetterà agli Stati Uniti di chiudere la – pur minima – lacuna che in passato ha permesso intrusioni nello spazio aereo americano.

Tuttalpiù, la vicenda dovrebbe far riflettere su un secondo aspetto. Proprio come nel 1999 e nel 2001, anche la crisi attuale sarà superata. Ma quale sarà lo scotto che la Casa Bianca e Foggy Bottom chiederanno allo Zhongnanhai di pagare? L’interrogativo richiama il tradizionale “two level game” di Robert Putnam: mentre i negoziatori sino-americani sono impegnati a risolvere la crisi, la diplomazia statunitense cerca di vendere la prossima soluzione agli attori politico-istituzionali nazionali, Presidente e Congresso. Certo, l’esasperazione della vicenda non può che essere imputata ad un sistema politico, quello americano, in cui tutti i protagonisti hanno adottato – chi volente, chi nolente – posizioni di estrema durezza verso la RPC. Quale sarà dunque il compromesso che l’ambiente politico americano potrà dire soddisfacente? Quali le scuse accettabili? Dall’altra parte, infatti, la Cina ha malvolentieri ammesso la paternità del dispositivo e un “errore” tecnico nel manovrarlo ma ciò ovviamente non è bastato per mettere a tacere le polemiche. L’obiettivo di uscire dal pantano del Covid-19 e riproporsi al mondo come potenza del futuro difficilmente renderà Xi Jinping disponibile a cospargersi il capo di cenere di fronte al mondo.

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