Pace in Donbass: opportunità e rischi

La situazione in Ucraina sembrava in stallo da tempo. Il conflitto iniziato nel 2014 nell’Est del Paese tra i separatisti filorussi del Donbass e il governo centrale di Kiev ha provocato più di 13 mila vittime. Il dialogo che si era instaurato grazie agli accordi di Minsk del 2015 promossi dal, cosiddetto, Quartetto Normandia (Francia, Germania, Ucraina e Russia) si era presto esaurito nel 2016, non riuscendo ad implementare le misure concordate. Nel 2018, durante le elezioni in Donbass, la chiusura di Kiev nel disconoscere il risultato elettorale aveva inasprito l’impasse e si presagiva la possibilità di un’escalation delle tensioni nella regione. 

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Nel 2019 il dialogo si è riaperto, creando nuove possibilità per una distensione. Cos’è cambiato? L’avvento nella scena politica ucraina di  Volodymyr Zelensky, eletto presidente nell’aprile 2019 con il 73% dei voti; accompagnato dalla volontà del popolo ucraino di cambiamento, egli ha reso la soluzione pacifica alla crisi in Donbass il punto principale del suo programma elettorale.

In questo nuovo clima in cui Zelensky è sostenuto da un forte consenso interno e gode di una maggioranza assoluta in parlamento, Mosca si è dimostrata favorevole a riprendere le trattative, vedendo appunto nel nuovo presidente ucraino un interlocutore con cui poter raggiungere risultati concreti. Inoltre, la risoluzione del conflitto nelle regioni di Donetsk e Luhansk rientra negli interessi del Cremlino, il cui sostegno ai separatisti rappresenta un carico finanziarioaggravato ulteriormente dal peso delle sanzioni.

Progressi e difficoltà

Queste permesse si sono concretizzate nelle prime azioni della presidenza di Zelensky: infatti, a settembre 2019 il parlamento ucraino ha accettato il ritiro delle truppe da tre aree di confine e sottoscritto uno scambio di prigionieri. Tutto ciò ha reso possibile il primo incontro tra Putin e Zelensky, il 9 dicembre 2019 a Parigi in cui si è ribadita la necessità di stabilizzare la regioneTuttavia, quando la discussione concerne le modalità di risoluzione del conflitto, le posizioni sono varie e contrastatiInfatti, il presidente Zelensky si è detto favorevole alla cosiddetta “Formula Steinmeier” proposta nel 2016 dall’ex ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier con l’obiettivo di aggirare le dispute che impediscono l’implementazione dei secondi accordi di Minsk. In particolare, questi ultimi prevedono elezioni libere e la concessione da parte di Kiev dello “status speciale”, e quindi di più autonomia, alle regioni separatiste di Donetsk e Luhansk. 

Tuttavia, le parti coinvolte non concordano sull’ordine con cui queste procedure si dovrebbero implementare. Da una parte, Kiev teme che la concessione dello status speciale legittimerebbe l’attuale regime in Donbass, rafforzando ulteriormente il distacco del governo centrale. Dall’altra, Mosca e i separatisti sostengono la tesi opposta, chiedendo prima di tutto l’autonomia. La Formula Steinmeier prevede che lo status speciale di queste regioni venga attuato esattamente il giorno in cui si svolgeranno elezioni libere e democratiche secondo gli standard dell’OSCE. 

Il ritiro delle forze militari rimane comunque la prima azione necessaria in questa direzione, in quanto faciliterebbe un cessate il fuoco stabile e duraturo e permetterebbe lo svolgimento di libere elezioni. Tuttavia, questa operazione è molto problematica e controversa. Da una parte, Mosca dovrebbe ritirare truppe che non ha mai ammesso di avere sul campo; dall’altra i separatisti, scettici sul ritiro da parte di Kiev, preferiscono continuare a mantenere il controllo militare. 

L’accettazione della formula Steinmeier può rappresentare un’opportunità, ma anche un rischio per l’Ucraina. Da una parte, la mossa del neopresidente ucraino è abile: apre nuove possibilità per la pace e allo stesso tempo non danneggia la sovranità e la sicurezza di Kiev. 

Dall’altra, i sondaggi sulla popolarità del presidente cambiano molto quando si tratta dei compromessi necessari per la risoluzione della crisi. Infatti, Zelensky ha ricevuto molte critiche interne: mentre si trovava a Parigi con Putin, Merkel e Macron, migliaia di manifestanti si sono riuniti a Kiev per opporsi all’adesione alla formula Steinmeier e l’ala nazionalista più radicale lo ha definito traditore.

L’incontro di Parigi tra Putin e Zelensky non è quindi stato particolarmente proficuo, benché sia stato un primo passo per il dialogo. I temi più complessi (controllo dei confini, le condizioni di integrazione del Donbass e il disarmo) sono stati rimandati all’incontro di Berlino che si sarebbe dovuto tenere a marzo 2020, poi posticipato a causa del Covid19. Ciò nonostante, i negoziati stanno continuando, dimostrando la disponibilità politica delle parti. Infatti, l’11 marzo scorso il responsabile dell’Ufficio del presidente ucraino Andriy Yermak e il vicepresidente dell’amministrazione presidenziale della Federazione Russa Dmitry Kozak hanno firmato un protocollo promosso dall’OSCE, dalla Francia e dalla Germania. Esso contiene raccomandazioni non vincolanti per l’implementazione dei secondi accordi di Minsk del 2015: sono state definite ulteriori zone di confine da cui verranno ritirate forze militari e armamenti, l’apertura di due nuovi punti di entrata ed uscita lungo i 450 km di confine e l’impegno per un altro scambio di prigionieri. 

Prospettive future

Ulteriori provvedimenti, però, si potrebbero intraprendere per facilitare e rafforzare il dialogo. 

La presidenza ucraina dovrebbe elaborare una chiara strategia di comunicazione che spieghi pubblicamente in cosa consista la Formula Steinmeier e miri a ricostruire le relazioni e la fiducia della popolazione nelle regioni separatiste. Con queste premesse si potrebbe implementare il cessate-il-fuoco effettivo, attraverso precise regole e provvedimenti. Infatti, solo a marzo di quest’anno l’OSCE ha registrato più di 11 mila violazioni. Inoltre, sarà necessario che tutte le parti mantengano un impegno costante e credibile per continuare i negoziati degli accordi di Minsk promossi dal quartetto Normandia. 

A differenza di Zelensky che fin dalla campagna elettorale ha dichiarato come suo principale obiettivo politico la risoluzione della crisi, il Cremlino non lo ritiene un problema da risolvere a breve termine. Tuttavia, la stabilizzazione della regione porterebbe numerosi vantaggi per Mosca, sia dal punto di vista interno che estero. Un concreto impegno nel processo di pace in Donbass sarebbe un chiaro segnale anche nei confronti dell’Unione Europea, portando un miglioramento delle relazioni bilaterali. Verosimilmente Bruxelles potrebbe prendere in considerazione una revisione delle sanzioni attualmente in vigore nei confronti della Russia. Questo andrebbe anche a vantaggio di Putin da un punto di vista di politica interna. Le sanzioni infatti pesano sull’economia russa, già da lungo tempo in fase di stagnazione. A causa di questa situazione, Putin ha visto dimezzata la fiducia dei cittadini nei suoi confronti, che negli ultimi due anni è passata dal 59% del 2017 al 35% di gennaio 2020.

La necessità della risoluzione del conflitto russo-ucraino è condivisa da tutte le parti. Tuttavia, sono ancora molti i punti da discutere e definire, a cominciare dalle condizioni per il ritiro definitivo delle truppe. Inoltre, considerate le continue violazioni del cessate il fuoco, non sarà certamente facile trovare un accordo tra Kiev, Mosca e i separatisti filorussi; ma la ripresa del dialogo nel dicembre scorso ha aperto nuove possibilità per la stabilizzazione del Donbass.

Chiara Minora,
Geopolitica.info