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22/08/2023
Europa

La pace di Francesco

di Francesco Corimbi

A partire dalla sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium del 2013, vero e proprio manifesto ideologico del suo Pontificato, Papa Francesco ha sempre cercato di affrontare le tensioni presenti nello scenario internazionale con un approccio improntato al dialogo e teso più ad aprire processi che offrire delle soluzioni. Per la costruzione di una società in pace, giustizia e fraternità, secondo il Pontefice, “il tempo è superiore allo spazio”, volendo sottolineare così la necessità di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione di risultati immediati. Da Cuba alla guerra in Ucraina, la diplomazia pontificia in questi dieci anni, mutatis mutandis, ha finito per giocare un ruolo centrale in alcuni frangenti strategici.

A partire dalla sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium del 2013, vero e proprio manifesto ideologico del suo Pontificato, Papa Francesco ha sempre cercato di affrontare le tensioni presenti nello scenario internazionale con un approccio improntato al dialogo e teso più ad aprire processi che offrire delle soluzioni. Per la costruzione di una società in pace, giustizia e fraternità, secondo il Pontefice, “il tempo è superiore allo spazio”, volendo sottolineare così la necessità di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione di risultati immediati. Da Cuba alla guerra in Ucraina, la diplomazia pontificia in questi dieci anni, mutatis mutandis, ha finito per giocare un ruolo centrale in alcuni frangenti strategici. 

La missione di Zuppi in Ucraina: tra diplomazia personale e spiragli di pace 

La recente missione del Cardinale Zuppi mostra in maniera lampante quanto Papa Francesco sia impegnato nella ricerca di una soluzione al conflitto che da più di un anno ormai imperversa alle periferie dell’Europa. Ma ci dice anche qualcosa in più rispetto ad una strategia che lo stesso Pontefice, sin dal 2013, ha voluto adottare per affrontare alcune sfide internazionali. In primis, sin dalla sua partenza, la Santa Sede ha voluto precisare come la missione di Zuppi avesse l’intento di discutere questioni di carattere “umanitario”, nel tentativo di allentare le tensioni tra le parti. Questo a dimostrazione di come la diplomazia del Pontefice, che potrebbe essere definita “sartoriale” ovvero tesa a cucire e costruire, non abbia la grande ambizione di arrivare immediatamente ad una risoluzione del conflitto ma quella di aprire nuove strade affinché si possa stabilire un dialogo diretto.

Proprio nell’Enciclica Evangelii Gaudium, Papa Francesco sottolinea come “La realtà è più importante dell’idea” allo scopo di evitare che la politica e la fede siano ridotte ad una mera retorica. Insomma, l’intento è quello di evitare un puro e semplice “pacifismo ideologico” a favore di iniziative in grado di incidere davvero, anche se in minima parte, sullo stato delle cose. Altro aspetto di notevole rilevanza è quello relativo allo status del Cardinale Zuppi. Questi è stato incaricato direttamente dal papa quale suo “Inviato Speciale”, segno che Papa Francesco predilige gestire le iniziative politiche e diplomatiche più in maniera personale e, talvolta, senza mediazioni da parte di altre istituzioni tradizionali come la Segreteria di Stato. 

Da Cuba a Pechino: la scelta del dialogo 

Viste da questo punto di vista, tutte le azioni diplomatiche del pontificato sembrano allinearsi ad una certa logica. Il criterio vale sia per il primo successo diplomatico della Santa Sede, ovvero la mediazione per il ripristino delle relazioni tra Santa Sede e Cuba nel 2014, che per altri come il controverso accordo con la Cina per la nomina dei vescovi oppure, da ultimo, l’accordo siglato con il Vietnam nel luglio scorso per un nuovo Rappresentante pontificio permanente nel Paese. A proposito proprio di quest’ultimo, poche ore dopo il raggiungimento dell’intesa il Card. Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, ha precisato come l’accordo sia stato il frutto di un lungo lavoro diplomatico senza ricercare subito il risultato finale, ma “favorendo una graduale armonizzazione del principio della libertà religiosa con le leggi e le consuetudini locali”. Ciò ha contribuito a produrre, nel corso del tempo, una maggiore comprensione reciproca e una convergenza nelle scelte sul testo prese di volta in volta e intese ad assicurare al Rappresentante Pontificio Residente le condizioni per esercitare il suo ministero di legazione presso la Chiesa locale e le Autorità vietnamite.

E poi ancora, sull’accordo con la Cina per la nomina dei vescovi, Papa Francesco ha deciso sin da subito di intraprendere con ancora più vigore la via del dialogo costruttivo, favorendo un’intesa sulla nomina dei vescovi nel 2018 che, pur tra mille difficoltà, recentemente è stato rinnovato per altri due anni fino all’autunno del 2024. Alle critiche e polemiche provenienti da più parti, il Card. Parolin ha replicato affermando come “i risultati di questi anni possono sembrare piccoli ma, per chi guarda alla storia con gli occhi della fede, sono passi importanti verso la progressiva guarigione delle ferite inferte alla comunione ecclesiale dalle vicende del passato”. Speranze che devono fare i conti con le scelte e le provocazioni di Pechino, come la nomina (senza alcuna consultazione, come stabilito dall’accordo) da parte del Consiglio dei vescovi cinesi (organismo di diretta emanazione del PCC e non riconosciuto dalla Santa Sede) di un nuovo vescovo di Shanghai nell’aprile scorso. Un’incomprensione sanata poi nel mese di luglio da Papa Francesco che ha deciso di nominare ufficialmente il vescovo scelto da Pechino, segno che la Santa Sede vuole continuare sulla strada del dialogo e dell’apertura.

Una decisione rafforzata anche dalla decisione di creare cardinale, nel prossimo concistoro del 30 settembre, Stephen Chow Sau-yan, vescovo di Hong Kong. Una nomina che testimonia, da un lato la continuità circa il criterio della conoscenza personale nella scelta di alcuni incarichi da parte del Papa, dato che Chow Sau-yan non solo è un suo amico di lunga data ma anche gesuita, e dall’altra la possibilità che sia lo stesso Chow Sau-yan a fungere da “ponte” tra la Santa Sede e la Cina in modo da garantire un dialogo costante. La scelta del vescovo di Hong Kong non appare isolata perché analoghe motivazioni hanno portato il Pontefice a decidere di affidare la berretta cardinalizia anche al Patriarca di Gerusalemme, Mons. Pierbattista Pizzaballa e a Mons. Claudio Gugerotti, Prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, i quali svolgono ruoli chiave in alcuni regioni particolarmente fragili come il Medio Oriente. 

Il pilastro del dialogo interreligioso 

Il percorso tortuoso e intricato in grado di offrire spiragli per una pace duratura passa, agli occhi di Papa Francesco, anche per il dialogo fra le varie religioni. Il dialogo interreligioso è uno dei pilastri del suo Pontificato, a partire dalla storica visita ad Abu Dhabi nel 2019 (mai prima di allora un Pontefice si era recato nella penisola arabica) in occasione della quale fu firmata, assieme al Grande Imam di Al-Azhar Ahmad al-Tayyib la Dichiarazione di Abu Dhabi. Qui, esplicitamente si afferma che Dio ha chiamato tutti gli esseri umani a “convivere come fratelli fra loro”, facendo sì che proprio questa fratellanza sia il motore del dialogo e della costruzione della pace.

Anche nella sua Enciclica Fratelli tutti, il Pontefice ricorda come la crescente interdipendenza e la globalizzazione impongono che qualunque risposta alle numerose minacce come quella rappresentata dall’utilizzo di armi nucleari, debba essere collettiva e basata sulla fiducia reciproca. E quest’ultima può essere edificata “solo attraverso un dialogo che sia sinceramente orientato verso il bene comune”.

Conclusioni Ecco, dunque, che tra scelte personali e volontà di forgiare una cultura del dialogo, il Pontificato di Francesco in dieci anni ha moltiplicato gli sforzi per aprire nuovi processi con la volontà di indicare possibili strade verso la pace e la comprensione fra popoli e religioni diverse. È la volontà di costruire una “Chiesa del dialogo”, come definita nella Evangelii Gaudium, che passa anche attraverso una profonda riforma della Curia romana. Ne è un esempio la recente promozione di Mons. Víctor Manuel Fernández, argentino e molto vicino al Pontefice, come nuovo Prefetto del Dicastero per la dottrina della fede e cardinale. Nella lettera di nomina, Papa Francesco è sin da subito molto chiaro nell’indicar il nuovo cammino, invitando a diffidare dalla “teologia da tavolino” e incoraggiando la riflessione della fede al fine di “promuovere un pensiero che sappia dialogare con ciò che vive la gente, incoraggiare un pensiero cristiano libero, creativo e con profondità”. La faticosa costruzione della pace passa anche da qui.

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