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Da Ozal ad Erdogan: basi e strumenti dell’azione turca in Asia Centrale

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Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la Turchia era tra i paesi che secondo molti analisti avrebbero partecipato alla nuova versione del “Grande Gioco” per il controllo dell’Asia Centrale. L’analogia storica è uno strumento molto usato per spiegare la politica internazionale soprattutto quando è applicata a contesti geografici instabili e caratterizzati dall’azione di una grande potenza. Nel caso dell’Asia Centrale, le potenze che secondo gli analisti avrebbero dovuto partecipare alla partita avrebbero dovuto essere la Russia, gli Stati Uniti, la Cina più altri paesi come l’Iran e la Turchia. Quest’ultime, a differenza delle prime, condividono con le repubbliche post-sovietiche dei forti legami culturali e sociali tra i quali le lingue e l’appartenenza etnica. 

Le radici del soft power turco

Questi fattori erano conosciuti dalle parti di Ankara negli anni 90’, non a caso quel decennio rappresenta l’inizio di un rinnovato interesse della Turchia per la regione. Ben lo sapeva Turgut Ozal, presidente turco dal 1989 al 1993, che diede per primo impulso all’azione nella regione. Ozal era un convinto sostenitore del “panturchismo” ed era altrettanto convinto che la Turchia potesse tornare ad essere il punto di riferimento dei vari popoli turchi attraverso alcuni strumenti di soft power: la religione islamica, l’origine etnica e la collaborazione economica. Le idee di Ozal sono poi state sviluppate da Ahmet Davutoglu nella sua famosa dottrina. Tale dottrina, teorizzata nel 2001, si fondava sul presupposto che la Turchia dovesse sviluppare la sua politica estera partendo dalla sua posizione geografica e dal presupposto che la politica estera turca dovesse basarsi su una concezione ottomana (quindi su basi imperiali) e non kemalista di stato in cui la parte religiosa avrebbe potuto rendere la Turchia attiva in tutto il mondo musulmano. Senza soffermarsi sul ruolo della religione in Asia Centrale, possiamo affermare che un’azione del genere poteva avere un’attrazione non indifferente nelle società locali, il che permetteva ad Ankara di poter usare la religione a fianco alla componente culturale nelle sue proiezioni in Asia Centrale. 

Il Consiglio Turco: l’evoluzione del Panturchismo

La strada era quindi tracciata: se la Turchia non poteva competere per influenza nella regione a causa di un divario politico ed economico difficilmente colmabile il soft power era la strada da seguire. Summit a livello internazionali tra la Turchia e gli stati della regione si erano organizzati già dai primi anni 90’, ma è solo nel 2009 che venne fondata l’Organizzazione degli Stati Turchi con il Trattato di Nakhchivan. Nel 2021 poi l’Organizzazione ha preso il nome di Consiglio Turco. Tra i suoi membri ci sono la Turchia, Azerbaijan, Kazakistan e Kirghizistan. Nel corso degli anni si sono aggiunti poi l’Uzbekistan come stato membro e il Turkmenistan e l’Ungheria come stati osservatori. Il Consiglio fa da ombrello ad altre organizzazioni come l’Assemblea Parlamentare dei paesi di lingua turca e L’Organizzazione Internazionale della Cultura Turca e in generale agisce in sei aree di cooperazione: economia, cultura, trasporti, educazione, dogane e diaspora. Nonostante le similitudini è differente rispetto al soft power dell’Unione Europea che abbiamo esaminato alcune settimane fa: quello dell’UE è un soft power derivante dalla condivisione di regole e norme, mentre in questo caso siamo in un soft power più diretto e più facile per le popolazioni locali in cui identificarsi.

L’azione dell’Organizzazione prima e del Consiglio poi non è stata molto efficace dal punto di vista economico: gli scambi commerciali tra i paesi membri fino al 2019 non sono aumentati e l’unico paese che ha accresciuto gli scambi con la Turchia è stato il Kirghizistan. Molti analisti hanno dato all’organizzazione una natura più prettamente geopolitica, soprattutto dopo l’entrata dell’Uzbekistan e il cambio di nome del 2021. Partendo sempre dall’utilizzo del Soft Power, l’azione del Consiglio è stata definita una versione costruttiva dell’ideologia eurasiatica, non competitiva e aperto alla pace e alla cooperazione: un esempio di questa cooperazione è l’accordo tra Azerbaijan e Turkmenistan per lo sfruttamento del giacimento Dostluk nel Mar Caspio. Una vera e propria “geopolitica di pace” con un enorme potenziale visto che agisce su una direttrice che comprende la Penisola Anatolica, Caucaso, Mar Caspio e Asia Centrale, ossia tutta quella zona dall’enorme potenzialità per le infrastrutture energetiche e dei trasporti. Altri analisti hanno definito il Consiglio Turco il terzo asse di un possibile nuovo ordine regionale. La definizione non è del tutto sbagliata perché alla Turchia avrebbe in questa idea un ruolo specifico e non di secondo piano, ben definito assiema alla Russia come security provider e alla Cina come attore economico. L’interesse della Russia nei progetti infrastrutturali potrebbe giovare a questo disegno, mentre l’ostacolo più grande riguarda le tensioni derivanti dal trattamento della minoranza uigura nello Xinjiang, che in maniera periodica crea tensione tra Ankara e Pechino. Se la Turchia decidesse di rivolgersi a est in maniera decisa, tralasciando definitivamente la membership dell’Unione Europea allora in quel caso l’idea di guadagnare un peso politico in Asia centrale pari a quella di Russia e Cina potrebbe prendere forma. 

Dalla teoria alla prassi: la Turchia e i singoli stati

Quali sarebbe il vantaggio di avere un altro attore esterno con un ruolo attivo nella regione per i paesi dell’Asia Centrale? Al di là delle riflessioni su quale ruolo potrebbe avere la Turchia nella regione, l’interesse da parte dei singoli paesi è prettamente economico, come per tutti gli attori esterni che di affacciano alla regione. Il ruolo politico, secondo la prospettiva locale, sarebbe da attribuire all’azione del Kazakistan e in particolare di Nazarbayev, che propose la creazione di un un’organizzazione di stampo panturanico nel 2006. Nazarbayev non era nuovo ad iniziative del genere, visto che nel 1994 a Mosca parlò per primo della creazione di una organizzazione eurasiatica. Nel pieno della guerra in Ucraina, in cui la Turchia ha avuto un ruolo da mediatore, Erdogan ha visitato l’Uzbekistan. Si è trattata di una visita di soli due giorni, in cui il presidente turco ha firmato una serie di accordi nel commercio, nel settore dell’occupazione, nella cultura ma anche un accordo nel settore militare focalizzato sullo sviluppo dei sistemi di difesa. Durante la visita i due presidenti hanno inaugurato due centrali termoelettriche e hanno dichiarato che l’obiettivo è di aumentare gli scambi commerciali fino ad arrivare a dieci miliardi l’anno, dagli attuali 3,6, e il loro scopo è quello di creare una partnership strategica tra i due paesi. Si tratta di un consolidamento delle relazioni tra i due paesi dopo la distensione nei rapporti partita dal 2016 dopo la morte di Islam Karimov. Oltre agli interessi commerciali, i due paesi condividono l’interesse per un Afghanistan stabile, che non sia un elemento di disturbo e disordine nella regione. La Turchia sta diventando man mano una delle destinazioni preferite per i lavoratori uzbeki che decidono di emigrare e questo fenomeno è condiviso anche con il Turkmenistan, con il quale gli interessi sono legati allo sviluppo del settore energetico e culturale. Al momento Dushanbe ha con Ankara un volume d’affare più ampio rispetto a quello di Tashkent, visto che gli scambi valgono cinque miliardi di dollari. Nel caso del Kirghizistan invece, la penetrazione culturale in passato è passata attraverso l’opera delle scuole guleniste e la rottura dei rapporti tra Erdogan e Fetullah Gulen l’azione nel paese si è raffreddata. Nonostante i rapporti più tiepidi rispetto agli altri paesi, la Turchia risulta attiva nel paese in maniera analoga agi investimenti effettuati in Uzbekistan, visto che anche qui negli anni scorsi ha investito nel settore idroelettrico.

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