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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoL’anno di Giano. Il lungo Ottobre russo del 1917...

L’anno di Giano. Il lungo Ottobre russo del 1917 in Italia e in Europa

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Nel formulare una riflessione sull’interpretazione dell’ottobre russo 1917 in Italia e in Europa è essenziale considerare la natura di Giano, ovvero l’endiadi contraddittoria del fenomeno rivoluzionario russo (Cinnella, 2001). Il 1917 va inserito nel contesto del binomio di guerra e rivoluzione, perché le implicazioni della partecipazione dell’Impero russo (e degli altri Stati) alla Prima Guerra Mondiale (Biagini, Motta, 2015) si intrecciarono con l’acuirsi del radicalismo sociale, scoppiato in Russia all’indomani della guerra russo-giapponese del 1904-1905 e divenuto inarrestabile nel passaggio dalla rivoluzione del febbraio a quella dell’ottobre 1917 (Holquist, 2002). Se la storiografia europea va progressivamente consolidando la comparazione tra la Rivoluzione russa del febbraio 1917 e quella francese del 1789 (Gravina, 2022), considerate parimenti democratico-borghesi (Strada, 1991), il vortice rivoluzionario russo giunse nell’ottobre 1917 a prefigurare un passaggio di non ritorno nel quale il bolscevismo sottrasse al socialismo europeo la sua storia e la sua patria (Groh, 1980). Nell’impero dell’anno di Giano si svilupparono contemporaneamente sia la rivoluzione politica che la rivoluzione industriale, cosicché la Russia divenne il teatro dell’inveramento storico delle utopie filosofiche occidentali (Groh, 1980). Liberali e socialisti italiani ed europei, quali attori disorientati di un’Europa sotto la tormenta (Sorel, 1932), interpretarono e tradussero attraverso i propri orientamenti ideologici e mitopoietici nazionali la ricezione dell’endiadi contraddittoria rivoluzionaria russa (Valle, 2021).

Il presente articolo è un prodotto del progetto “La Russia nel contesto post-bipolare (RUSPOL). I rapporti con l’Europa tra competizione e cooperazione”, sviluppato da CEMAS Sapienza Univ. di Roma in collaborazione con Geopolitica.info, UNITELMA Sapienza e DISPI Univ. Genova con il sostegno con il sostegno dell’Unità di Analisi, Programmazione, Statistica e Documentazione Storica del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Le opinioni contenute nel progetto sono espressione degli autori e non rappresentano necessariamente le posizioni del MAECI.

Liberali e socialisti italiani nel vortice lungo dell’ottobre russo

In Italia, e nel resto d’Europa, la polifonia del fenomeno rivoluzionario del 1917 determinò una confusione nell’interpretazione dei reali accadimenti della parabola della finis imperii russa e nella valutazione di quali politiche potessero essere adottate in ragione dei suoi mutamenti istituzionali. Verso la metà del marzo 1917, i quotidiani italiani di area borghese, quali La Stampa o Il Corriere della Sera, parlavano dei disordini di Pietroburgo come di una battaglia per la libertà e per la prosecuzione della guerra e come della rivolta da parte della società russa avverso la presenza della burocrazia germanofila (Donnini, 1976); da una parte si proiettava la Russia nell’alveo dell’iconografia liberale della rivoluzione francese, dall’altro si gioiva per l’auspicato trionfo di un’alleanza bellica in funzione anti-tedesca (Cigliano, 2018). A differenza dei quotidiani borghesi, i giornali di area socialista come L’Avanti (per lo più a firma dell’emigrato russo Vasilij Suchomlin) avevano l’obiettivo di convincere l’opinione pubblica italiana che ciò che avveniva in Russia era una rivoluzione popolare guidata e in larga parte condotta dai partiti socialisti, gli unici ad avere l’autorità e la responsabilità storica necessaria a conferire alla Russia quell’inevitabile senso di rottura con il passato zarista (Venturi, 1979, p. 23). Dopo il febbraio 1917, e nei mesi intercorsi fino all’ottobre, il culto di un onnipotente capo salvatore, per i liberali italiani incarnato dall’esponente democratico costituzionale russo (Konstitucionno-demokratičeskaja partija– KD) Pavel Miljukov, per i socialisti italiani dal social-rivoluzionario russo (Partija socialistov-revoljucionerov- SR) Aleksandr Kerenskij, illuse la diplomazia (Accattoli, 2013) circa il probabile approdo democratico per la Russia. L’auspicato inveramento di un’Assemblea Costituente, difesa dagli esponenti del Governo Provvisorio russo (Rosenberg, 1974) si contrapponeva alla soluzione della variegata compagine politica dei social-rivoluzionari e dei social-democratici operai (Rossijskaja social-demokratičeskaja rabočaja partija– POSDR) menscevichi e bolscevichi che intendevano marcare una cesura definitiva con la borghesia, oltre che con lo zarismo. L’area liberal-socialista russa restava debole ed elitaria (Gravina, 2022), mentre la corrente bolscevica di Vladimir Lenin riuscì a convertire la società russa attraverso la promessa anarchica di ‘terra e libertà’ e a condurre, anche grazie alla rinnovata esperienza dei soviet di fabbrica, la rivoluzione politica proletaria (Gravina, 2017). Dopo l’ubriacatura del febbraio, liberali e socialisti italiani si trovarono divisi al proprio interno e tra di loro di fronte all’ottobre russo (Petracchi,1982). Già dal febbraio il timore della classe politica liberale presieduta dal primo ministro Paolo Boselli era che la Russia abbandonasse il conflitto. Tuttavia, trascorse poche settimane dall’ottobre russo, al timore per le sorti belliche dell’alleato si aggiunse un intreccio inestricabile di sindrome emulativa e contagio rivoluzionario in Italia. Mentre tra le file dei riformisti e dei rivoluzionari italiani i massimalisti e i moderati si dividevano sulle interpretazioni dell’ottobre (Savant, 2017), il Paese, reduce dalla sconfitta di Caporetto dello stesso anno, subiva un incessante fermento rivoluzionario che alimentava la sinistra massimalista italiana in uno slancio per tutto il movimento operaio (Sereni, 2013). Le parole d’ordine come ‘le fabbriche agli operai’ e ‘la terra ai contadini’ si erano diffuse anche in Italia e le agitazioni divennero una costante, specialmente dopo il tentativo fallito del 1919 di riconoscimento del regime sovietico da parte del primo ministro Francesco Saverio Nitti (Serra, 1975). In concomitanza con il biennio rosso (1919-1920) le autorità italiane furono pronte a intervenire in un contesto nel quale si confondevano le richieste economiche e la pressione rivoluzionaria. Tra i più estremi fautori della contrapposizione tra le forze del governo-Stato e dall’anti-Stato vi fu l’ex ministro degli esteri Sidney Sonnino. L’anti-stato per Sonnino era rappresentato dalla minaccia proveniente dai due estremi: i rossi e i neri, nemici tra loro ma uniti nella comune ostilità contro le istituzioni (Salvadori, 1994). Anche se l’impeto rivoluzionario a trazione bolscevica andava gradualmente refluendo, nel gennaio 1921 l’ala di sinistra del PSI fondò a Livorno il Partito Comunista d’Italia (Dundovich, 2017). Il 1921 segnò al contempo l’apoteosi del bolscevismo e il momento di non ritorno nella crisi dello Stato liberale. D’altra parte, allo spirito della classe operaia faceva da contraccolpo la simpatia crescente che ampi settori del mondo industriale, agrario, artigiani e commercianti cominciavano ad avere nei confronti dell’emergere dello squadrismo fascista capeggiato da Benito Mussolini. Secondo Mussolini, i socialisti italiani inneggiando al bolscevismo promettevano all’Italia di finire negli stessi disastri (Gentile, 2017).

L’utopia del rivoluzionarismo russo in Europa

Il crollo dell’impero russo nel febbraio del 1917 era stato considerato positivamente dagli alleati della Russia nella Triplice Intesa. Francia e Inghilterra vedevano apparire all’orizzonte la fine dell’autocrazia russa, quale sistema politico antitetico a quello occidentale (Seton-Watson, 1967). Viceversa, la Triplice Alleanza nel contesto della presa di potere da parte di esponenti della borghesia temeva un generale aumento dell’ardore bellico (Kennan, 1984). Certamente, gli alleati della Russia nell’Intesa tradussero (ad esempio nel Journal de Genève) con molta più delusione il passaggio dalla rivoluzione di febbraio a quella d’ottobre (Sorel, 1932). Il vacuum determinato da un’assenza militare della Russia nell’alleanza equivaleva alla riproposizione del pericolo germanico e, per la Francia, anche la perdita di un grande debitore dei propri crediti di stato (Girault, 1999). Francia e Inghilterra, guidate rispettivamente da Georges Clemenceau e David Lloyd George, furono protagoniste di politiche diplomatiche, di governo e militari (financo individuali) che potessero garantire la permanenza della Russia nel conflitto a fianco dell’Intesa (Gravina, 2022). Il bolscevismo determinò il proliferare di politiche filorusse e antirusse (nel senso di anti-bolsceviche) portate avanti parallelamente da parte di personalità come George Buchanan o Joseph Noulens inviati in Russia in nome dell’Intesa (Smele, 2006). Ciò era accaduto anche per l’Italia (Gravina, 2017) ma la politica estera francese e inglese fu maggiormente capillare nel realizzare tentativi successivi di finanziare sia iniziative antibolsceviche, sia movimenti indipendentisti che potessero contribuire a mantenere attivo il fronte orientale (Thompson, 1966). Un intervento alleato che aveva cercato tra 1917 e 1922 di coadiuvare il neonato esercito volontario dell’Armata bianca (Belaja Armija) nella Russia preda della guerra civile (Jevakov, 2013) non era riuscito ad annientare politicamente, né militarmente il regime bolscevico. Dopo l’ottobre 1917, i bolscevichi e i loro oppositori internazionali erano consapevoli del fatto che ciò per cui si stava combattendo fosse la rivoluzione mondiale (Lenin, 1919). Il significato storico universale dell’esperienza russa era, infatti, che essa fosse il primo tentativo di instaurare il socialismo su scala planetaria. Le vittorie leniniste ispirarono varie rivolte, proteste e scioperi, che si rivelarono abortivi. I bolscevichi non riuscirono a fomentare altrove le rivoluzioni sulle quali avevano puntato secondo una fiducia che in un anno tutta l’Europa sarebbe stata comunista (Degras, 1956). Né l’invasione militare diretta, come in Polonia, né l’appoggio politico indiretto in Germania, furono in grado di far cadere i nuovi regimi parlamentari che erano stati costituiti nell’Europa centrale e orientale in conformità con i voleri delle grandi potenze vincitrici della guerra (Marcu, 1930). L’Ungheria fu il Paese che arrivò più vicino al comunismo, ma in generale dopo il 1921 il bolscevismo e il liberalismo furono condannati a coesistere a livello europeo. Dalla fine della guerra civile i bolscevichi furono in grado, anche e soprattutto grazie all’uso della forza dell’esercito, di riorganizzare sotto la propria autorità ciò che era rimasto dell’impero zarista e a farsi riconoscere a livello internazionale come Unione Sovietica.  Inoltre, a partire dal 1918, il partito comunista russo costituì attraverso il Komintern una rete di partiti comunisti all’estero con lo scopo di spaccare le socialdemocrazie (Pipes, 1999). Anche se nessuno dei moti rivoluzionari del dopoguerra ebbe esito positivo, tra il 1919 e il 1921 si costituirono dappertutto sezioni nazionali dell’Internazionale (Wolikow, 2010). L’Internazionale combatté anche il fascismo che definiva una dittatura terroristica e una variante reazionaria, sciovinista e imperialista del capitale finanziario (Dimitrov, 1972). Il comunismo, quale lunga reiterazione dell’ottobre bolscevico «ha segnato la vita e la morte, le speranze e le paure, i sogni e gli incubi, le identità e le scelte di buona parte dell’umanità. Nel corso del XX secolo, il comunismo è stato molte cose insieme: una realtà e una mitologia, un sistema statuale e un movimento di partiti, un progetto di società giusta e un esperimento sull’umanità, una retorica pacifista e una strategia di guerra civile, un’utopia liberatrice e un sistema concentrazionario, un polo antagonistico dell’ordine mondiale e una modernità anticapitalistica» (Pons, 2012, p. 7).

Conclusioni

Il lungo retaggio dell’ottobre 1917 russo rivela l’endiadi contraddittoria del fenomeno rivoluzionario russo, aporia dell’intreccio tra guerra e rivoluzione come mito e anti-mito. Il lungo ottobre russo travolse i partiti e gli intellettuali tra fascinazione, emulazione e totale contrasto. Le immagini della Rivoluzione russa scaturite dalla pubblicistica europea riflettevano la sostanziale ambivalenza del pensiero politico russo: da una parte la Rivoluzione bolscevica era il culmine del processo di occidentalizzazione della Russia, dall’altra era una rivolta contro l’Europa (Carr, 1964). Aspetto condiviso in Europa rispetto all’anno di Giano fu l’ignoranza, anche frutto di pregiudizi, della realtà storico-sociale russa (Valle, 2012). D’altra parte, l’Europa di fronte all’ottobre russo fu accomunata anche dal contagio del massimalismo. Sullo sfondo della crisi della diplomazia liberale, il panorama del movimento operaio europeo fu trasformato dal mito della Rivoluzione bolscevica. Non comprendendo di essere nella tormenta già nella formulazione di una pretesa pace duratura tra gli stati, la diplomazia internazionalista sperimentò l’aporia postbellica (Keynes, 1920).  Ma il mito formulò anche l’anti-mito (Valle, 2019): il contrasto assoluto sulla base del quale molti movimenti controrivoluzionari come la rivoluzione conservatrice (Breuer, 1995) fomentarono le masse e l’élite. Il retaggio dell’ottobre russo in Italia e in Europa corrisponde, in definitiva, soprattutto alla drammatica biforcazione della coscienza europea tra democrazia e internazionalismo.

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