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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoOssezia del Sud, il risveglio dello stato congelato

Ossezia del Sud, il risveglio dello stato congelato

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Da più di due mesi ormai la guerra in corso tra Ucraina e Russia ha sconvolto il sistema internazionale nonché alcune convinzioni profondamente radicate nelle politiche di determinati paesi. È il caso, per esempio, della Svezia e della Finlandia e del loro probabile ingresso nella NATO, con l’abbandono della loro storica neutralità. Tuttavia, dopo il riconoscimento degli stati autonomi di Donetsk e Lugansk da parte della Russia, la guerra sta suscitando ulteriori interrogativi riguardo al futuro degli altri quattro stati “congelati”, primo fra tutti l’ Ossezia del Sud. 

Il conflitto in corso sta facendo sorgere, e in alcuni casi risorgere, numerose tematiche controverse legate allo spazio post-sovietico. Una di esse è la questione dei conflitti congelati su cui la Russia ha agito direttamente e che hanno dato luogo ad altrettante entità inesistenti per la comunità internazionale. L’interrogativo che coinvolge i quattro stati della Transnistria, Abcasia, Ossezia del Sud e Nagorno Karabakh riguarda non soltanto il loro possibile coinvolgimento nella guerra a supporto della Russia, ma anche determinati cambiamenti interni che possono, a lungo termine, modificare ulteriormente la situazione geopolitica già duramente provata.

Se le élite politiche della, tradizionalmente pro-russa, Transnistria stanno attualmente tenendo una posizione neutrale nei confronti della guerra in generale e del riconoscimento delle due nuove repubbliche in particolare, l’Abcasia ha invece proceduto al riconoscimento delle stesse giustificando l’invasione russa in Ucraina come una giusta causa. Nel Nagorno Karabakh, invece, si teme che la situazione possa infiammare nuovamente il conflitto a causa dell’impegno della Russia su un nuovo fronte. La reazione più tangibile è stata, tuttavia, quella proveniente dall’Ossezia del Sud che, nelle parole del suo presidente Anatoliy Bibilov, è pronta a indire un referendum per l’annessione ufficiale del piccolo stato sud-caucasico alla Russia. Il presidente sud-osseto ha infatti dichiarato, o meglio reiterato, che l’annessione alla Russia è da sempre stato lo scopo fondamentale del popolo dell’Ossezia del Sud e che, a breve, saranno iniziate le procedure legali necessarie affinché il paese si riunisca alla sua patria storica.

Tali dichiarazioni suscitano riflessioni e interrogativi riguardo ai possibili scenari geopolitici che ne possono derivare. Innanzitutto, si deve considerare il fatto che l’Ossezia del Sud si trova in piena campagna elettorale presidenziale e che la volontà di entrare a far parte della Federazione Russa potrebbe essere soltanto una mossa elettorale del presidente uscente poiché simili dichiarazioni sono state spesso effettuate in passato. Sembrerebbe inoltre che le affermazioni di Bibilov sul referendum, rilasciate dopo il primo confronto elettorale del dieci aprile, abbiano avuto principalmente lo scopo di contrastare le promesse del suo maggiore avversario, nonché leader dell’opposizione, Alan Gagloyev, che avrebbe promesso la riapertura del corridoio tra la Georgia e la cittadina sud-osseta di Akhalgori. Secondo Bibilov, si tratterebbe infatti di promesse vane poiché le uniche vere soluzioni sarebbero o la diplomazia o l’annessione alla Russia tramite referendum.

Al di là del loro carattere più o meno fittizio, queste dichiarazioni suscitano comunque delle preoccupazioni in virtù dei problemi di sicurezza nella regione. La prima a preoccuparsi è certamente la Georgia, direttamente chiamata in causa in quanto, come è noto, l’Ossezia del Sud è de jure territorio Georgiano e, dal 2008, de facto uno stato indipendente riconosciuto da poche entità internazionali, tra cui la Russia. Così come l’Abcasia, l’Ossezia del Sud rappresenta per Tbilisi un cavallo di troia per la propria integrità territoriale considerato il comportamento altalenante della Russia già a partire dalla trattative di pace iniziate negli anni novanta dopo lo scoppio dei conflitti secessionisti. 

È infatti noto che la Georgia fu sin da subito sottoposta a pressioni che ne inficiarono le capacità deliberative su questioni di politica estera e di sovranità nazionale. L’obiettivo principale era, e rimane tuttora, quello di chiarire alla comunità internazionale che la Russia è l’unica in grado di intervenire efficientemente sul suo vicino estero, nonostante il Cremlino, considerato il suo ruolo nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, supporti ufficialmente l’integrità territoriale del paese. Questa ambiguità si può già intravedere nella questione del referendum come rivelano le dichiarazioni del portavoce del Cremlino Dmitri Peskov. Se da una parte la Russia mantiene le distanze dalla questione, negando l’inizio di possibili azioni legali nell’Ossezia del Sud in quanto territorio occupato, dall’altra tuttavia lascia aperto uno spiraglio sulla base del fatto che essa rispetterebbe la volontà espressa dal popolo sud-osseto. 

Ciò potrebbe essere abilmente collegato dal Cremlino alla questione della protezione delle comunità russe nel vicino estero come strumento per esercitare pressioni in una zona considerata tradizionalmente dalla Russia come propria sfera di influenza. A ciò hanno certamente contribuito le consistenti politiche di distribuzione di passaporti russi nell’Ossezia del Sud grazie all’applicazione di una legge approvata dalla Federazione Russa nel 2002. Secondo tale legge, la cittadinanza russa sarebbe concessa a soggetti apolidi (e, per estensione, facenti parte di territori non riconosciuti internazionalmente) che fossero stati in precedenza cittadini dell’Unione Sovietica. Nell’ Ossezia del Sud l’effetto è stato eclatante dal momento che dal 2002 fino al 2008 gli Osseti del sud che hanno acquisito la cittadinanza russa sono passati dal 40% al 90%. Considerato che queste politiche sono state implementate anche in altre aree strategiche quali la Crimea, Donetsk e Lugansk, ciò genera dei naturali paragoni con la situazione attuale nell’Ossezia del Sud, visto che il paese è strenuamente impegnato nella guerra in Ucraina accanto alla Russia.

Nel frattempo, l’Unione Europea osserva gli ultimi sviluppi con il Parlamento Europeo vicino alla Georgia e all’impegno di Tbilisi nel suo percorso di avvicinamento all’Europa, condannando, al contempo, le elezioni illegali indette nell’Ossezia del Sud che, per la comunità internazionale, rimane una regione georgiana con Tskhinvali come capoluogo.Bisogna ricordare che il Caucaso meridionale è un’area strategica non soltanto per la Russia ma anche per l’Unione Europea che la considera un corridoio energetico essenziale per la diversificazione dell’approvvigionamento energetico. I conflitti congelati della regione, tuttavia, rappresentano un asso nella manica della politica estera russa, poiché la loro perpetuazione ostacola il desiderato accesso della Georgia sia alla NATO che all’Unione Europea dato che il controllo totale sul proprio territorio nazionale è la condicio sine qua non per l’accesso a tali organizzazioni.  

Del resto, l’UE ha tendenzialmente adottato politiche molto caute nei confronti della regione attraverso l’accordo di partenariato e cooperazione siglato nel 1998. Con esso, l’UE ha dato il via a un dialogo regionale per contribuire a ridurre le tensioni nell’area, senza però mai menzionarne le zone separatiste, come appunto l’Ossezia del Sud. Ciò allo scopo di dare precedenza allo sviluppo economico e posporre, al decennio successivo, il problema dei conflitti congelati, cosa che ha tuttavia rivelato la scarsa capacità di influenza europea nella regione. Ciò si è verificato anche nell’Ossezia del Sud nel periodo 1992-2002 con scarsi risultati rispetto ai processi di risoluzione del conflitto lasciando, pertanto, ampio margine di manovra alla Russia. 

Il primo turno elettorale avuto luogo il dieci aprile ha prodotto risultati incerti poiché nessuno dei nove canditati in lizza ha raggiunto il cinquanta per cento dei voti necessari. Il presidente uscente Bibilov ha infatti ottenuto una percentuale del 33,5 contro il 36,9 di Gagloyev.  In attesa dunque del secondo e decisivo turno che si terrà l’otto maggio, la situazione rimane attualmente incerta presentando numerose analogie con quelle verificatesi in altre regioni separatiste, non per ultimo quelle del Donbass. È difficile pertanto predire al momento se le dichiarazioni dei due candidati, e soprattutto di Bibilov, siano soltanto degli espedienti elettorali per assicurarsi voti o se siano invece il preludio di un nuovo conflitto incitato da una Russia sempre più decisa ad avanzare nel suo vicino estero dove il Rubicone è stato oltrepassato già da tempo. 

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