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L’ordine liberale e il dilemma della democrazia. Al festival di Scenari interviene il Prof. Gabriele Natalizia

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Nelle giornate del 24-25-26 febbraio si è tenuto a Pesaro “Idee per capire dove va il mondo”, il primo festival organizzato da Scenari, l’inserto dedicato alla geopolitica del quotidiano Domani. Nella giornata di domenica 26 è salito sul palco del Teatro sperimentale il nostro coordinatore Gabriele Natalizia. Tra i tanti temi trattati: gli Stati uniti e il dilemma della democrazia, i limiti dell’interdipendenza economica e la stabilità dell’ordine internazionale liberale.

Renderli simili o inoffensivi?

L’invasione su larga scala della Federazione russa, lanciata il 24 febbraio scorso, conferma l’attualità del quesito che il Professor Natalizia pone nella riflessione sul palco di Pesaro. A tale interrogativo, proposto organicamente nel suo volume omonimo pubblicato per Carrocci Editori nel 2021, Natalizia tenta di rispondere attraverso un’indagine che pone l’attenzione sull’interazione tra l’ordine internazionale e la sfera domestica degli Stati, arrivando a soffermarsi sull’influenza che l’egemonia statunitense ha avuto – ed ha – nella definizione della natura dei regimi politici interni degli Stati secondari, piccole e medie potenze. Il punto di partenza risulta essere la costatazione della progressiva erosione della linea di demarcazione tra la dimensione internazionale e la sfera domestica degli Stati e la conseguente rielaborazione del principio di sovranità. Il ragionamento proposto agli spettatori del teatro ruota intoro al cosiddetto “dilemma della democrazia”. In altre parole, a seconda dei cambiamenti del potere relativo su scala globale e della conseguente stabilità dell’ordine, è possibile spiegare l’espansione o la contrazione degli obiettivi e della capacità di influenza nei confronti degli Stati secondari da parte della potenza egemonica, ovvero gli Stati Uniti d’America. Quest’ultima tende a produrre una postura egemonica oscillante tra due politiche alternative, ma entrambe rivolte al mantenimento di uno status quo internazionale ad essa favorevole. Da un lato, punta a rendere gli Stati secondari “simili”, spingendoli all’adozione di un regime democratico. La democrazia, in questa prospettiva, sarebbe utilizzata come uno strumento di sicurezza, un attributo del sistema internazionale che tende a stabilizzarlo nel medio e lungo termine. Dall’altro, punta a renderli “inoffensivi”, ovvero cercare semplicemente l’allineamento sulle questioni strategiche.

La prevalenza dell’una o dell’altra politica dipende dalla stabilità dell’ordine egemonico. Più l’ordine è stabile, più la potenza egemonica amplierà il raggio degli obiettivi che persegue in campo internazionale, preferendo politiche intrusive e assimilatrici di lungo periodo nei confronti degli ordinamenti domestici degli Stati secondari, come è avvenuto durante le amministrazioni Truman, Reagan, Bush sr., Clinton e Bush jr. Al contrario, nelle fasi di crescente instabilità, gli Stati Uniti sacrificano la democratizzazione degli Stati secondari al fine di concentrare la propria attenzione sulle minacce strategiche immediate alla tenuta dell’ordine liberale da essi guidato. È proprio quest’ultima la condizione che meglio spiega l’ambiente internazionale in cui si sono trovate ad operare le ultime tre amministrazioni americane, Obama, Trump e Biden, più simili di quanto si possa pensare.

L’interdipendenza economica

“Una soluzione buona per tempi buoni”. In un momento in cui non ci sono sfidanti nei confronti della potenza garante dello status quo – che si fa portavoce dell’interdipendenza economica – l’interdipendenza economica può funzionare e produrre, come la democrazia, benefici di medio e lungo termine. Il conflitto ucraino ha messo in evidenza il cambio di passo della globalizzazione, dovuto, in larga misura, al mutamento del sistema internazionale che ne ha precedentemente garantito la diffusione. Sino ai primi anni 2000 il mondo sembrava avviato verso una inarrestabile iper-globalizzazione di cui gli Stati Uniti si ergevano ad alfiere. Se con la crisi finanziaria del 2008 e lo shock della pandemia da Covid-19 il processo aveva subito una battuta d’arresto, la guerra in Europa ha riportato in auge i ragionamenti su quella che gli economisti hanno definito slowbalisation. Non è casuale che, in tempi di instabilità internazionale, anche la sfera economica, dominata precedentemente dall’assioma dell’integrazione, cambi volto e grammatica. Si parla quindi della necessità di reshoring delle global value chains, ovvero di riportare alcune delle fasi del ciclo produttivo entro (backshoring) o vicino (nearshoring) ai confini nazionali.

La “lezione del gas russo” ha riportato l’attenzione verso il cosiddetto friendshoring, dove la riallocazione delle fasi produttive è dettata da elementi di carattere politico. In tal senso, emblematico risulta l’intervento tenuto da Janet Yellen, segretario al Tesoro USA, all’Atlantic Council nel mese di marzo. L’invasione russa dell’Ucraina e i conseguenti sconvolgimenti hanno spinto a considerare l’opportunità di ricostruire dei network produttivi che siano collocati esclusivamente – o quasi – all’interno di Stati “politicamente vicini” (trusted countries).

Sul concetto di autonomia strategica

“Bisogna chiedersi autonomi rispetto a cosa?”. Il progetto della difesa europea può avere senso e futuro solo se concertato – e sviluppato in senso complementare – con la NATO, ed ovviamente quindi con gli Stati Uniti. Spesso si sente parlare di autonomia strategica, soprattutto da parte francese, in riferimento all’idea di un’Europa della difesa, alternativa alla storica autopercezione come “potenza civile”– a trazione francese, dato che Parigi è l’unica potenza nucleare del continente – che afferma la sua autonomia anzitutto rispetto all’alleato americano. Piuttosto, la difesa europea va necessariamente intesa “all’italiana”, non come autonomia da qualcuno, ma autonomia di agire da soli, quando e se necessario, come ben esposto dal Generale Graziano, ex-Presidente del Comitato militare dell’Unione europea. Ad ogni modo, la guerra in Ucraina ha reso evidente che non esiste sicurezza in Europa senza lo sforzo dell’egemone americano – soprattutto dopo la grande riduzione subita dalle forze armate europee dopo la fine della Guerra fredda – e che, come ha più volte ribadito il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, “un esercito europeo già esiste e si chiama NATO”. Questa seconda accezione dell’autonomia strategica, peraltro, sarebbe pienamente compatibile con la richiesta di burden sharing che ormai da qualche anno arriva da Washington e con la volontà di quest’ultima di spostare parte delle sue risorse a presidio del quadrante Asia-Pacifico in funzione di contenimento della Repubblica Popolare Cinese. Se la Russia rappresenta una minaccia di breve periodo, la Repubblica Popolare Cinese resta al centro della politica estera statunitense. Anche su questo punto le ultime tre amministrazioni statunitense sono in netta continuità: la sopravvivenza o l’estinzione dell’ordine internazionale liberale dipende da un solo quadrante strategico.

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