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Orchi e Troll russi contro Elfi ucraini: la guerra tolkieniana sui social media

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All’esplodere delle ostilità tra Mosca e Kiev, l’ecosistema informativo che ruota intorno allo scontro militare russo-ucraino, ha visto il divampare di un conflitto parallelo, giocato all’interno di un sistema culturale di matrice tolkieniana. Lo scontro, combattuto a colpi di meme, ha travalicato un ambito tipicamente abitato da giocatori online di Live Action Role-Playing (LARP) e fandom tolkieniane, finendo per oltrepassare i confini dell’internet (piattaforme di imageboard come 4chan e Reddit, o forum per pochi eletti a volte sconosciuti ai motori di ricerca) e invadere il web mainstream (ovvero i siti della nostra quotidianità, giornali, e-commerce, Google, Facebook, Twitter ecc.).

Tale scontro, che ben si presta al contesto della  guerra memetica, fenomeno puntualmente descritto nelle sue linee generali da Arije Antinori, sta scaricando a terra tutte le potenzialità descritte negli studi più recenti pubblicati in ambito NATO e riferiti alle guerre culturali e, più nello specifico, al campo della cognitive warfare, sesto dominio  delle operazioni rappresentato dalla mente umana, elevata a tutti gli effetti a campo di battaglia.

Fin dalle prime settimane di marzo e aprile, man mano che uscivano le notizie dei massacri provocati dai russi nelle cittadine a nord-est di Kiev (Bucha, Irpin e Borodyanka), gli ucraini hanno iniziato ad appellare i russi come orchi. Cassa di risonanza di tale allegoria sono stati prima i social media e quindi i media tradizionali. Tale operazione è iniziata in maniera coordinata e quindi non spontanea. La metafora è un chiaro riferimento alle saghe scritte da J. R. R. Tolkien nel primo dopo guerra e in particolare, ai tre romanzi più famosi, Lo Hobbit (1936), Il Signore degli Anelli (1954) e Il Silmarillion (1977). Tale approccio non è nato con l’attacco russo all’Ucraina, effettivamente se ne trovano tracce già dal 2014, ma con l’inizio della guerra è divenuto un vero e proprio topos agito in maniera insistente dalla comunicazione strategica ucraina.

Russo uguale Orco: una narrazione russa

Il parallelo orco uguale russo, si affaccia apparentemente come un’invenzione propagandistica ucraina, ma si fonda in realtà su solide basi, attraverso il ribaltamento culturale di un’estetica di nicchia dei primi anni ‘90. Si tratta infatti del recupero funzionale di una letteratura post-sovietica che, come spiegato da Eliot Borenstein, Professore di Studi Slavi e Russi alla New York University e collaboratore del Jordan Center for the Advanced Study of Russia, affonda le proprie radici nel tentativo di dare un senso al vittimismo paranoico russo, che percepisce l’Occidente intento a fare di tutto per soggiogare la Russia e la sua identità culturale, come precedentemente fatto con l’Unione Sovietica ai tempi della guerra fredda e prima ancora dalla Germania nazista nel giugno del 1941 e da Napoleone nel giugno del 1812.

Borenstein, nel suo saggio Plots against Russia: Conspiracy and Fantasy after Socialism (2019), ha analizzato un vasto spettro di produzioni culturali russe, fiction popolari, film, programmi televisivi, nonché dichiarazioni politiche, discussioni sui social e blog, con l’obiettivo di perimetrare le profonde radici storiche e culturali della konspirologiia, costante che attraversa la vita russa da secoli e che fino a poco tempo fa, caratterizzava solo fasce marginali e irrilevanti della weltanschauung russa e che ora, grazie ai social media, travalica sempre più i confini, mischiandosi con la cultura pop.

Nell’ambito di tale fenomeno va ad inserirsi il filone culturale, o forse sarebbe meglio definirlo sub- culturale, della rilettura “ucronica” delle narrazioni tolkieniane. Principale autore e iniziatore di questa sorta di spin-off culturale, è lo scrittore biologo e paleontologo russo Kirill Yuryevich Eskov che, nel 1999, diede alle stampe una rivisitazione de Il Signore degli Anelli di Tolkien in cui veniva preso in considerazione il punto di vista di Sauron, Signore di Mordor, antagonista dell’alleanza fra Elfi, Nani e Uomini. Il libro di Eskov, The Last Ringbearer (Последний кольценосец, Posledniy kol’tsenosets), ha avuto una discreta accoglienza in Russia, ma non in occidente dove la pubblicazione ufficiale è stata bloccata da questioni legali sollevate dagli eredi di Tolkien, e quindi ne sono girate, paradosso della storia, solo traduzioni a mo’ di smizdat. Al contrario in Russia, dopo Eskov una quindicina di anni dopo, altri autori hanno trattato il tema, in particolare Leonid Meshalkin nel 2014 con la sua breve novella Orchi e Russi fratelli per sempre! (Orki i Russkie – brat’ia navek!) e Pavel Mochalov con The Tank Driver of Mordor (Tankist Mordora) del 2017. Interessante notare come le pubblicazioni più recenti coincidano con gli anni dell’operazione russa in Crimea e quindi con l’impegno nella guerra civile siriana, ovvero anni in cui la proiezione internazionale e la politica estera russa sono divenute visibilmente più assertive.

Nostalghia 

Il tema della nostalgia è un tema ricorrente nelle espressioni artistiche tardo sovietiche, si pensi ad esempio al film Nostalghia (Ностальгия) di Andrej Tarkovskij (1983). Tuttavia, se il protagonista del film di Tarkovskij, il poeta sovietico Andrej Gorčakov, è un nostalgico della Russia ma, allo stesso tempo, alla ricerca della propria individualità lontano dall’oppressione e dalla alienazione della società sovietica, nell’estetica eskoviana, la Russia sovietica è Mordor, ovvero una società sana e tradizionale in cui gli orchi sono sull’orlo di beneficiare di una propria rivoluzione industriale, che viene minacciata dall’imperialismo elfico e razzista (occidentale), guidato dal guerrafondaio Gandalf. 

In ballo, quindi, c’è il genocidio di una razza considerata inferiore dagli occidentali, quella degli orchi. Tale interpretazione, vittimista, viene amplificata nel web militante russo attivo su Telegram. Alcuni blogger infatti, andando addirittura oltre, arrivano a rivendicare un orgoglio orchico, basato sulla volontà di potenza e sulla supremazia raziale. Il sentire slavofilo ed euroasiatico muta quindi in un sentire “mordoriano”.

Sulla falsariga di Eskov si pone lo scrittore e musicista nazionalista Mikhail Elizarov, autore di diversi romanzi e di un brano intitolato “La canzone degli orchi” (Оркская), risalente al 2014, epoca dell’annessione russa della Crimea. Il brano di Elizarov racconta una storia in cui gli orchi sono i sovietici che, nel conflitto celebrato nel brano, la Grande Guerra Patriottica, si battono contro gli elfi nazisti, a bordo dei loro micidiali Nazgul dalle ali ornate con una stella rossa. Gli elfi, non a caso, nelle prime strofe della canzone parlano tedesco (O, das ist fantastisch!).

Il brano di Eskov, inizialmente gioioso e nostalgico dei gloriosi eventi della guerra contro gli elfi nazisti, nell’incedere pian piano muta e si fa triste. Ad un certo punto qualcosa è cambiato “i vergognosi lupi si sono ripresi e sono diventati più forti”, Mordor (l’URSS) è tramontata e il paese è rimasto vittima di una restaurazione fascista e sionista, subendo un’umiliazione dagli elfi e dagli ebrei (la NATO e gli occidentali), popoli decadenti ed effeminati. Il brano finisce con “l’imbattibile Mordor conquistata da rohaniti, ebrei ed elfi. È tutto finito.”. La canzone appare quindi come un richiamo al rinnovamento dell’orgoglio nazionalista, un orgoglio russo-orchico.

Orchi o uomini?

Quale che sia la capacità evocativa di tali prodotti culturali e, nonostante in Russia stessa essi abbiano avuto un riscontro limitato a un ben circoscritto ambiente culturale, tali tematiche sono tornate immediatamente utili alla propaganda ucraina. Esse, infatti, affondano in un universo culturale opportunamente fecondato in occidente dalla saga di Tolkien, resa mainstream dalla trilogia colossal- fantasy diretta dal regista neozelandese Peter Jackson di inizio anni duemila e, quindi, dalla recente serie tv Amazon Il Signore degli Anelli, L’anello del potere (2022). Nei fatti questo sottoprodotto culturale russo, facendo leva sulla notorietà mondiale data alla saga tolkieniana dal cinema, ha ben sposato con le immagini delle prime settimane di guerra che facevano vedere migliaia di soldati russi (orchi), che calavano in massa sulle città ucraine, distruggendo le case, uccidendo i civili e stuprando le donne.

A semplificare il parallelo va ad aggiungersi anche il fatto che molti dei soldati russi presi prigionieri dagli ucraini, risultavano provenire dalle regioni più remote della Russia e spesso si caratterizzavano per un basso livello culturale, che li rendeva anche incapaci di capire per quale ragione reale stessero combattendo, erano in altre parole per gli ucraini, la quintessenza del kacáp (кацап), dispregiativo che in ucraino è traducibile come “caprone” o “cappuccio” e che da sempre indica l’immagine stereotipata e razzista, presente in determinati ambienti della cultura ucraina, dell’uomo russo caratterizzato da una folta barba incolta (per definizione orchica), da contrapporre ad un idealtipo ucraino ben rasato.

Ovviamente l’intellighenzia ucraina è ben conscia che tali tipi di letture siano riduttive. In tal senso appaiono ad esempio molto interessanti le riflessioni leggibili sul sito dell’Ukraine Crisis Media Center a firma Danylo Sudyn. L’autore, riflettendo sul background cattolico di Tolkien e sulle allegorie legate all’insegnamento cristiano presenti nella saga, prova ad interrogarsi sulla natura degli orchi russi, partendo dal presupposto che in Tolkien e nella concezione cattolica “il male non appare come un concetto autonomo che affronta il bene [bensì] come l’assenza o la mancanza di buona volontà. Il male è sempre secondario, incapace di creare, ma solo di distorcere la materia.”.

Ovviamente esiste anche la banalità del male, come ha insegnato Hannah Arendt, ma comunque i fenomeni di violenza inumana vanno spiegati. Nel frattempo, tuttavia, mentre la violenza è ancora in atto, anche la comunicazione viene arruolata e resa arma, prova ne è lo stesso sito dell’Ukraine Crisis Media Center che, mentre ospita articoli come quello di Danylo Sudyn appena menzionato, non rinuncia a “cavalcare” l’allegoria russo uguale orco. Nella stessa pagina in cui è ospitato l’articolo, tra il titolo e il testo, si vede un’immagine tratta probabilmente dalla saga di Peter Jackson con un orco in primo piano che ha una “Z” disegnata sulla fronte e, subito sotto, la scritta “Spoiler Alert: Labelling Russians as orcs is not an exaggeration!”.

L’articolo è di aprile e, non a caso, proprio in quelle settimane Twitter e quindi i media mainstream occidentali sono stati inondati di post che denunciavano come l’attività prevalente dei russi fosse lo stupro di donne e bambini, l’uccisione di vecchi e il furto dalle case degli elettrodomestici, caricati sui camion e indirizzati verso le case remote nelle regioni ad est degli urali, da cui molti di quei soldati provenivano. L’Ucraina, terra idealizzata e bucolica, fatta di campi di grano gialli e di infiniti cieli azzurri (la bandiera nazionale), era divenuta la Contea tolkieniana devastata dalla calata degli orchi di Mordor.

Tolkien e il mondo russo-slavo

Come spiega Vladimir Grushnetskiy in un saggio del 1996 apparso su Mythlore rivista accademica biennale in lingua inglese pubblicata dalla Mythopoieic Society, in Russia negli anni ’90 la conoscenza dell’opera di Tolkien era appena diffusa, superficiale e in fase di formazione, soprattutto appannaggio di un pubblico giovane e politicamente apatico che stava scoprendo la saga attraverso i role-play. La massa non conosceva Tolkien che invece era circolato in ristretti circoli intellettuali interessati agli aspetti filosofici, religiosi e linguistici dei romanzi. Tutto ciò era avvenuto poiché nei settantacinque anni dell’era sovietica l’opera di Tolkien aveva subito più volte la censura, anche a causa di una certa interpretazione derivante da traduzioni svedesi della saga, risalenti alla fine degli anni ’50 e, peraltro, invise allo stesso Tolkien, che privilegiavano l’ipotesi che Sauron, il Signore Oscuro, fosse ispirato a Josif Stalin.

Un elemento curioso, tuttavia, viene riportato dal sito Russia Beyond, portale specializzato in cultura russa che fa capo ad Ano TV-Novosti e quindi a RT (Russia Today), che ricorda come Beorn, uno dei personaggi de “Lo Hobbit”, centrale per il suo intervento nella Battaglia delle cinque armate, nella prima bozza del romanzo si chiamava Medwed che, traslitterato in caratteri cirillici è traducibile con la parola russa che sta per “orso”. Russia Beyond in diversi articoli disponibili in rete, sia in italiano che in inglese, avvalora che dietro la mitologia tolkieniana vi sia anche un’origine russa.

Le autorità sovietiche in ogni caso furono comunque estremamente sospettose e chiuse verso “quella che percepivano come una parabola sottilmente velata della Guerra Fredda […], che vedeva signori borghesi di campagna (Hobbit), mistici barbuti con una sospetta capacità di guarire reali e nobili ammalati (Gandalf) e monarchi ereditari (Aragorn, Théoden, ecc.), [impegnati] contro una nazione orientale industrializzata e presieduta da un sovrano onnisciente”. Di conseguenza, Il Signore degli Anelli fu escluso dalla pubblicazione in Unione Sovietica e le copie in lingua inglese presenti in Urss consegnate agli archivi segreti del KGB (spetskhrany). 

In ragione di ciò e nonostante diversi tentativi di pubblicazione, anche fantasiosi, le élite russe interessate furono costrette ad accontentarsi con i samizdat o con edizioni straniere di contrabbando, almeno fino all’inizio degli anni ’90. Il più interessante tra questi samizdat fu il tentativo operato da Natalia Rakhmanova nel 1976 in cui le rose dei venti presenti nelle mappe tolkieniane, orientate in senso est-ovest, vennero ridisegnate dall’illustratore Mikhail Belomlinsky facendo in modo che fosse il nord e non più l’est a puntare verso il malvagio drago Smaug, una sorta di autocensura per non incorrere in quella dei funzionari del Partito, che comunque avvenne.

In sintesi, come abbiamo visto lo stesso Tolkien ha spiegato ai suoi lettori come inizialmente Sauron vivesse nel nord e solo in seguito si fosse spostato a est oltre le catene montuose, dove si sentiva al sicuro, ulteriore argomentazione utile a disinnescare qualsiasi utilizzo politico della sua opera durante la guerra fredda, cosa che, peraltro, almeno in Italia non è riuscita. Si pensi ad esempio ai Campi Hobbit, manifestazioni organizzate dal Fronte della Gioventù alla fine degli anni ’70.

Russo uguale Orco: armare la comunicazione strategica in chiave antirussa

Approfittando del facile assist culturale e filologico, già dal 2014, epoca dell’annessione russa della Crimea e momento in cui sui social iniziò a circolare l’associazione russo uguale orco, gli hacker ucraini modificarono il codice di Google Translate, facendo sì che il motore di ricerca, alle parole “Federazione Russa”, restituisse la parola “Mordor”. Oggi tale operazione è ricominciata, ma in maniera più coordinata e, probabilmente orientata dall’alto. A tale assist, non ha ovviamente resistito la stampa militante ucraina. Tra i vari utilizzatori abituali del termine “orco” troviamo ad esempio Illia Ponomarenko, noto reporter del Kyiv Independent, che ne fa uso su Twitter: “Russian orcs in my hometown, Volnovakha”, tweet dello scorso 4 marzo che ha generato 1.410 retweet, 83 risposte e 8.169 like. Singolare e significativa è l’immagine che accompagna il tweet in cui, si vedono tre soldati, qualcuno nelle risposte suggerisce che addirittura potrebbero essere ceceni. La cosa che colpisce è che sono male equipaggiati, hanno divise che sembrano male assortite e scarpe diverse. Non sembrano in altre parole un esercito regolare, ma una banda di saccheggiatori.

Allo stesso modo la leadership ucraina, ai suoi massimi livelli, ha sposato tale narrazione, facendo uso più volte della parola orco. Ad esempio, Zelensky l’ha citata nel discorso pronunciato, pronunciato il 3 giugno 2022, per i cento giorni dall’attacco russo: “For other words – ‘filtration’, ‘deportation’, ‘torture’, ‘execution’, ‘carpet bombing’, ‘missile strike’ – to surely get an answer. Answer with just one word – ‘justice’. Justice that will become a full stop after the temporary words for us ‘occupation’, ‘Mordor’, ‘orcs’. Of course, they will leave our lexicon. We will definitely drive them out of our land.”.

Prima di Zelensky il termine era stato usato anche dall’ex presidente Poroshenko in un discorso del 24 agosto 2015, durante le celebrazioni per il 24° anniversario dell’indipendenza ucraina da Mosca datata 1991: “La nuova Russia è come Mordor”. Lo stesso Ministero della Difesa ucraino, nel suo account ufficiale su Twitter, ha usato più volte il termine, come ad esempio in relazione alla volontà di screditare i tentativi di mobilitazione russa, costantemente alla ricerca di fanti da inviare nel calderone ucraino. Esempio di ciò è il tweet del 12 settembre 2022: “Russians try to recruit new soldiers from prison. They try to mobilise murderers to come and kill Ukrainians. Even the orcs from the Tolkien movies would not have come up with such a deranged strategy.”. Tale tweet non è stato accompagnato da immagini, nonostante ciò, ha totalizzato 1.192 retweet, 71 risposte e 8.656 like.

Sulla stessa falsariga degli account governativi, si sono spesso espresse le amministrazioni locali ucraine. Si vedano ad esempio la dichiarazione del governatore di Sumy, Dmytro Zhyvytsky, riportata dalla Associated France Press, dopo la liberazione della regione ad opera delle forze ucraine avvenuta lo scorso 8 aprile 2022, “The area is free of orcs”, oppure la dichiarazione del sindaco di Makariv, città vicino Kiev, rilasciata alla tv ucraina il 9 aprile 2022: “Abbiamo trovato i corpi di 132 civili. Sono stati uccisi dagli orchi russi”, la frase è riportata dal Daily Mail.

L’uso massivo di tali narrazioni ha presto travalicato il confine dello spazio informativo ucraino ed è stato adottato a livello internazionale, anche dagli alleati di Kiev. Un esempio lo abbiamo con un gruppo di attivisti e hacker pro-Kiev di nazionalità estone che, all’indomani delle rivelazioni sulla strage di Bucha, ha pubblicato nomi e numeri di passaporto dei membri della 64° Brigata di fanteria motorizzata, l’unità russa sospettata del massacro. Gli attivisti estoni non si sono limitati a pubblicare tali dati ma, hanno addirittura creato una mappa su Google Map, denominata “Where do orcs come from?”, che indica la provenienza dei membri dell’unità. Tale iniziativa è stata supportata dal governo estone ed in particolare da Erik N. Kross, membro del Comitato Affari Esteri del Parlamento estone, che l’ha rilanciata sul suo account Twitter. Ancora recentemente l’account @UKikaski (OSINT-Uri), commentando le voci sul possibile “siluramento” del Generale Gerasimov, Capo di Stato Maggiore russo, riportate da un milblogger russo Romanov attivo su Telegram, scriveva “Romanov posted a picture of Valery Gerasimov and the caption: “It is high time.” Is something brewing in Mordor?”.

Dagli Orchi ai Troll: fanteria e brigate web dell’apparato militare russo

Al di là dell’uso propagandistico dell’universo tolkieniano, un altro elemento che colpisce è ciò che in rete unisce l’orco con il suo più immediato avatar, ovvero il troll. A tenere unite le due figure è l’elemento filologico legato al comune DNA culturale. Nella mitologia tolkieniana orchi e troll si somigliano, pur essendo due creature diverse, seppur entrambe dai tratti umanoidi e con seri problemi rispetto all’esposizione alla luce. In particolare, i troll sono costretti a vivere nelle tenebre, pena il rischio di trasformarsi in pietra se esposti ai raggi del sole. Altro elemento che li caratterizza è la scarsa intelligenza.

È però nel web che le due figure trovano i maggiori punti di comunanza. A rimarcarlo è sempre Eliot Borenstein che spiega come orchi e troll siano figure accomunate dal vivere la quotidianità nel conflitto e nell’aggressività. Entrambi attaccano in massa (in rete si parla spesso di eserciti di troll in azione) e spesso tali eserciti non si formano in maniera indipendente, ma sono invece frutto di precise strategie a guida governativa. Non è un caso che già nel 2003, quindi ben prima delle rivelazioni sulla cosiddetta “Fabbrica dei Troll” di Pietroburgo, i giornalisti Polyanskaya, Krivov e Lomko, iniziarono a parlare di un cambiamento culturale che stava finendo per politicizzare l’internet russo. Secondo la denuncia dei tre giornalisti, lo spazio informativo dell’internet russo, fino all’inizio degli anni duemila di stampo liberale, stava mutando orientamento politico e tale mutazione non era naturale ma, bensì, frutto dell’azione di vere e proprie “brigate del web” (Веб-бригады), organizzate dal Servizio Federale per la Sicurezza della Federazione Russa (FSB).

Ulteriore elemento di similitudine tra orchi e troll è la comunanza di nemici da combattere, entrambi vedono come fumo negli occhi i liberali, l’universo Lgbt, le femministe e, in generale, tutto ciò che rischia di contaminare il mito della società tradizionale russa. Entrambi ingaggiano furiosi corpo a corpo con il nemico, gli orchi sul terreno tradizionale militare, i troll nel web. Interessante in proposito sono le pagine che Marta Ottaviani, nel suo recente Brigate Russe (2022), dedica a Vladislav Jur’evich Surkov, da lei definito come “l’esteta della menzogna”, ovvero l’uomo che ha probabilmente ispirato l’approccio russo alla disinformazione attraverso i social media, pratica incentrata sull’uso massivo e coordinato delle legioni di troll web, coordinate da Evgenij Viktorovič Prigožin.

Conclusioni

In conclusione, possiamo dire che la comunicazione strategica ucraina è stata abilissima a pescare significati in grado di colonizzare facilmente l’immaginario del pubblico occidentale, agendo su un genere letterario di nicchia, lontano anni luce dai fasti della grande letteratura russo-sovietica e probabilmente semisconosciuto ai più anche in Russia. Facendo leva su una certa tendenza paranoica, tipica dell’establishment russo e, su una sub-cultura più adatta alle community online appassionate ai giochi di ruolo, che alla grande letteratura, l’Ucraina ha imposto un’immagine dell’invasore russo fortemente capace di evocare terrore e disprezzo. Ha in sintesi dettato lo spin, polarizzando l’immaginario e facendo passare presso il pubblico occidentale, l’equazione russo uguale orco. Allo stesso modo, vista la permeabilità dei sistemi culturali, ha finito per portare la propria “guerriglia semiotica”, anche nel web russo e in particolare su Telegram, luogo frequentato sia dalle frange più estremiste della “bolla” russa, che da quelle più critiche verso l’intervento.

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