Operazione Sea Guardian: un’efficace sinergia operativa per la Maritime Situational Awareness nel Mediterraneo

L’operazione “Sea Guardian” si configura nel novero delle Maritime Secure Operations (MSOs) ed è connotata da un’elevata flessibilità operativa volta a garantire maggiore efficienza nell’assicurare la presenza NATO nell’area mediterranea. A garanzia della sorveglianza degli spazi marittimi di interesse – Maritime Situational Awareness – il North Atlantic Council (NAC) dispone di uomini e mezzi per preveniree, all’occorrenza contrastare, attacchi di tipo convenzionale o terroristico. Accanto all’aspetto prettamente securitario, altrettanto degno di nota è l’impegno profuso per assicurare un’adeguata formazione a favore delle forze di sicurezza dei paesi rivieraschi (Maritime Security Capacity-Building). Inoltre, la forza è in grado di esercitare importanti prerogative di interdizione marittima a tutela della libertà di navigazione e a salvaguardia della protezione di infrastrutture marittime sensibili.

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“A non-Article 5 MSO”

Il contesto legale all’interno del quale è inquadrata la missione non lascia adito a dubbi; il North Atlantic Council opera, infatti, in stretta collaborazione con gli stakeholder del Mediterraneo al fine di garantire la sicurezza degli spazi marittimi di interesse attraverso una funzione duale: da una parte in attività di deterrenza e di contrasto nei confronti delle minacce terroristiche e, dall’altra, di addestramento e formazione delle istituzioni militari e civili dei paesi rivieraschi.

Programmata in occasione del summit di Varsavia del luglio 2016 per sostituire l’operazione militare Active Endeavour (AE)attiva dal 2001 e predisposta in attuazione dell’articolo 5 del Patto Atlantico – la nuova missione navale è caratterizzata da un alto impiego flessibile che consente agli operatori di svolgere un più ampio spettro di mansioni tra cui assumono particolare rilevanza funzioni di Security Sector Reform (SSR). Tale nuova e audace programmazione strategica è emblematica dell’“approccio a 360 gradi” che, più volte invocato dal Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg, mira a destinare risorse, uomini e know-how in favore di progetti a lungo termine che abbiano come obiettivo la stabilizzazione di un’area operativa strategicamente importante.  

Ai sensi dell’articolo 5 del Patto Atlantico secondo il quale “le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerate come un attacco diretto contro tutte le parti” gli Stati membri si impegnano ad impiegare impiega ogni mezzo necessario ad assicurare e mantenere la sicurezza e la stabilità dell’area Nord-Atlantica. A questo fine, il 6 ottobre 2011 la NATO Standing Naval Force Mediterranean (STANAVFORMED) è stata immediatamente dispiegata per garantire una stabile presenza nel Mediterraneo e il successivo 26 ottobre, aveva ufficialmente inizio l’operazione militare Active Endeavour (AE), sotto il comando della forza di risposta rapida SNMG1 (Standing NATO Maritime Group One) e SNGM2 (Standing NATO Maritime Group Two). La missione si delineava come una decisa risposta alla minaccia terroristica all’indomani degli attacchi dell’11 settembre e, poiché strategicamente pensata come implementazione dell’art. 5, ha visto, almeno in un primo momento, l’esclusiva partecipazione di stati dell’Alleanza, ampliando successivamente la capacità operativa della Forza dispiegata anche attraverso il contributo di assetti predisposti da stati non aderenti alla NATO.

Dal canto suo, la differente pianificazione strategica dell’operazione Sea Guardian pone interessanti e nuovi spunti di riflessione: baluardo di stabilità dell’area operativa in cui agisce, la missione risponde alle direttive del Comando Marittimo Alleato (HQ MARCOM), dislocato a Northwood nel Regno Unito ed è strategicamente progettata per adempiere ai compiti propri delle MSOs, tra i quali esercitare importanti prerogative di interdizione marittima a tutela della libertà di navigazione, contrastare la proliferazione di armi di distruzione di massa e proteggere le infrastrutture critiche. Di particolare interesse, in questo contesto, è la sinergia operativa e l’attività di assistenza logistica ed informativa in coordinamento con la missione EUNAVFOR MED Sophia. Anche la missione a guida UE, infatti, si prefigge, attraverso un approccio comprensivo ed integrato, la stabilità dell’area in cui opera, attraverso la raccolta di informazioni necessarie a comprendere a pieno il modus operandi dei trafficanti e contrabbandieri di esseri umani per contrastarne efficacemente la loro attività in mare.

Analogamente, da un punto di vista prettamente operativo, l’operazione “Sea Guardian” garantisce una maggiore sicurezza dello spazio marittimo attraverso la condivisione di informazioni con i partner, siano essi componenti militari o operatori civili impegnati a garantire la stabilità dell’area (NATO Recognised Maritime Picture, RMP), avvalendosi di varie tipologie di strumenti messi a disposizione del NATO Operational Control (OPCON), al fine di assicurare un’adeguata presenza nelle diverse aree operative del Mediterraneo. Al momento, le operazioni di pattugliamento sono in corso nelle acque del Mediterraneo Centrale e saranno condotte fino al 22 settembre 2020 sotto il comando della Marina croata. A coadiuvare l’azione di controllo anche le unità del Maritime Patrol Aircraft (MPA) e dell’Airborne Early Warning (AEW)dispiegate da vari paesi partner NATO che affiancano le forze aeree NATO AWACS. L’Alleanza, infatti, dispone per questo tipo di missioni di una flotta di aeromobili Boeing E-3A Airborne Warning & Control System (AWACS), dotati di tecnologie avanzate che permettono una più efficace sorveglianza aerea dell’area operativa. La composizione della forza, al 31 luglio 2020, vede impegnate la TCG Turgutreis e la TCG Fatih (TUR), la HMS Chiddingfold e la HMS Penzance (UK), i sottomarini ITS Prini (ITA) e il TCG 18 Mart (TUR). Il supporto aereo è fornito dalla componente aerea ed elicotteristica turca e dalle compagini AEW greca e turca. La missione è attualmente sottoposta al comando del Capitano Gokhan Temizoz della Marina Militare turca.

Building Integrity

Il 2014, un anno caratterizzato da importanti sconvolgimenti nell’arena geopolitica internazionale (tra cui la definitiva affermazione dell’autoproclamato Stato Islamico e l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa) ha incentivato la NATO ad implementare gli sforzi per la stabilizzazione dell’area MENA. Il summit in Galles (2014), cosi come il vertice di Varsavia (2016) e la riunione di Bruxelles (2018), hanno evidenziato l’impellente necessità di adottare un approccio maggiormente votato alla prevenzione e al rafforzamento di istituzioni che siano in grado di confrontarsi con minacce nuove e devastanti: in questa direzione l’adozione di strategie di defence capacity building (DCB) per una più efficace difesa dei confini che includano, necessariamente, risolute azioni di contrasto all’immigrazione clandestina e di gestione degli imponenti flussi di rifugiati costretti alla fuga anche a causa dell’affermarsi di attori non statali in grado, attraverso azioni di guerriglia e attacchi terroristici, di acquisire porzioni sempre maggiori di territorio. Inoltre, il 2014 ha visto ulteriormente rafforzata la definizione di politiche securitarie collettive che vedessero il coinvolgimento di diversi stakeholder dell’area mediterranea – tra cui il Marocco, la Giordania e la Tunisia – e l’avvio di programmi di formazione e di addestramento militare per le forze di sicurezza locali.

Il vertice di Varsavia ha contribuito a sdoganare in maniera definitiva un nuovo approccio securitario che fa della projecting stability, inteso come sforzo cooperativo tra l’Alleanza e i propri partner locali, una parte integrante della strategia di difesa e deterrenza della NATO. In questo senso, di grande rilevanza strategica è stata la crescente autonomia operativa del Joint Force Command (JFC) di Napoli, comando che assicura una più ampia comprensione delle minacce securitarie, favorendo la cooperazione e il dialogo con le regioni MENA. L’Allied Joint Force Command è, infatti, parte integrante di quel complesso ed articolato progetto di trasformazione e ammodernamento della NATO necessario a migliorare le capacità, da parte dell’Alleanza Atlantica, di comprendere appieno e quindi rispondere in maniera adeguata alle nuove minacce securitarie. Già nel corso del vertice di Praga del 2002, facendo seguito alla necessità di strumenti di risposta rapida, l’Alleanza ha fortemente voluto la nascita della NATO Response Force (NRF), forza composta da unità di terra, marittime e aeree affiancate da operatori altamente addestrati e in grado di operare in scenari di crisi ad alta intensità garantendo un efficace dispiegamento con tempistiche ridotte. La NFR è caratterizzata non soltanto da una forte flessibilità di impiego – gli operatori sono addestrati per rispondere ad un ampio spettro di minacce, dalla guerra convenzionale alle esigenze di difesa collettiva ex. articolo 5 – ma, dal 2015, è in grado di schierare in determinati teatri operativi una brigata interforze, la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), in gergo “spearhead force” entro 5 giorni dall’attivazione. Il Comando strategico della NFR è gestito dal Comando Supremo Alleato (SHAPE) che, in un’ottica di maggiore efficienza e più rapida risposta alle situazioni di crisi, lo affida – a rotazione – al NATO JFC Brunssum e al JFC di Napoli.

Una crescente cooperazione

La stretta collaborazione tra la NATO e le più importanti organizzazioni internazionali assume una rilevanza evidente: il comando di Napoli può contare su di una efficiente sinergia operativa con l’UNHCR, l’OSCE, con organizzazioni regionali come l’UE e l’Unione Africana (UA) e con organizzazioni non governative (ONG). Inoltre, la liason con l’US Central Command (CENTCOM) e l’US Africa Command (AFRICOM) permette un’autonomia operativa e una maggiore rapidità di decisione, fondamentali per rispondere in maniera efficiente alle differenti situazioni di crisi attraverso una pianificazione strategica non standardizzata, pensata e studiata ad hoc per i differenti scenari di crisi che potrebbero verificarsi nell’area.

In particolare, la sinergia operativa NATO-UE ha dimostrato la sua validità nella divisione dei compiti tra le due componenti: da parte europea una maggiore attenzione a processi di peacekeeping, conflict prevention, promozione della rule of law, addestramento delle forze di polizia e capacity building in ambito economico, tecnologico e sociale, e, da parte NATO, attività di military capacity building e di SSR. All’interno di questo interessante scenario, di cruciale importanza è il ruolo dell’Italia, da sempre in prima linea negli sforzi NATO per la pace – tra tutti l’impegno per la pace in Kosovo che vede gli operatori di pace inquadrati nella missione “Kosovo Force” (KFOR) dal 2013, e l’encomiabile operato della componente del TAAC-W (Train Advise Assist Command-West) dislocata ad Herat nel più ampio contesto della missione “Resolute Support” (RS) in Afghanistan.


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Importante per ampliare la Maritime Security Awareness è anche l’operazione Mare Nostrum lanciata dal governo italiano nel 2013 e terminata nell’ottobre 2014: questa, infatti, coniugava la presenza di una componente navale e di una aerea impiegando mezzi di soccorso e operatori della Guardia Costiera nelle zone di competenza Search and Rescue (SAR) del nostro paese. Gli sforzi italiani nelle attività di training e di formazione, attivi sia in ambito NATO che in ambito UE, hanno portato, inoltre, alla creazione del nuovo Maritime Rescue Coordination Centre (MRCC) e alla successiva partecipazione all’EU Regional Task Force (EURTF) per l’assistenza e la ricollocazione dei migranti. Dal punto di vista operativo, l’Italia può contare sull’apporto di uomini altamente addestrati operanti a livello di Forza Armata e su un piano interforze, nonché sull’apporto di componenti ibride, come l’Arma dei Carabinieri, che affiancano ad una formazione prettamente militare compiti di polizia e controterrorismo.

Nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, il Framework Nations Concept (FNC) è uno dei principali pilastri su cui fa leva la cooperazione multinazionale; l’iniziativa ITA-FNC, per esempio, si prefigge di promuovere la cooperazione tra i paesi europei per stabilire una piattaforma di lavoro comune che consenta di migliorare le attuali capacità militari e di svilupparne di nuove. Il raggruppamento italiano è stato completamente rinnovato nel 2018 attraverso un approccio globale, a connotazione interforze, fondato su un forte spirito proattivo e cooperativo. La ITA-FNC si configura, quindi, come un tentativo di incrementare, in maniera consistente la cooperazione internazionale, l’interoperabilità delle forze, attraverso la costituzione di formazioni multinazionali per un auspicabile potenziale sviluppo capacitivo condiviso.

Stefano Lioy,
Geopolitica.info