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Termina l’operazione israeliana in Cisgiordania, ma aumenta il clima di violenza

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Tra il 2 e il 3 luglio si è svolta in territorio palestinese la più grande offensiva israeliana degli ultimi 20 anni nell’area della Cisgiordania settentrionale. Dopo circa 48 ore dall’inizio dell’operazione, nella giornata di mercoledì, le Forze di Difesa israeliane (IDF) hanno lasciato il campo profughi di Jenin, attenendosi alle promesse fatte in relazione alla breve durata dell’azione militare, pianificata proprio per durare tra le 24 e le 48 ore. Nel corso dei combattimenti, molte strade ed edifici sono stati devastati e 12 palestinesi hanno perso la vita. Questa operazione si iscrive in un clima di violenza che va avanti da diversi anni e non accenna a diminuire, soprattutto in seguito all’insediamento nel dicembre scorso del governo più a destra nella storia di Israele.

I fatti delle scorse settimane

Nella notte tra domenica 2 e lunedì 3 luglio, le Forze di Difesa israeliane (IDF) hanno lanciato un’offensiva su larga scala contro il campo profughi della città di Jenin, nel nord della Cisgiordania occupata. L’operazione è iniziata poco dopo mezzanotte e si è protratta fino alle prime ore di mercoledì, impiegando congiuntamente forze aeree e terrestri che hanno configurato questa come la più grande operazione militare realizzata in Cisgiordania negli ultimi 20 anni. Dopo i primi bombardamenti con droni armati, sono sopraggiunti circa 2000 soldati israeliani, accompagnati da bulldozer corazzati e cecchini sui tetti. Gli abitanti palestinesi hanno risposto con colpi di arma da fuoco e il lancio di pietre contro l’esercito.

Il dispiegamento di forze così ingenti ha avuto effetti distruttivi sul campo di Jenin, che al momento versa in condizioni disperate: le forniture di elettricità e acqua sono rimaste interrotte e in alcune zone il passaggio dei bulldozer ha provocato la rottura dei cavi della corrente e di un tubo dell’acqua principale; le strade, le infrastrutture, gli edifici, i veicoli e le linee di servizio sono state gravemente danneggiate. Il vicegovernatore della città Kamal Abu al-Rub ha dichiarato all’agenzia di stampa statale turca Anadolu che quasi l’80% delle case è stato distrutto, danneggiato o bruciato. I combattimenti hanno costretto molti abitanti ad abbandonare le proprie abitazioni: la Mezzaluna Rossa palestinese ha riferito di aver evacuato 500 famiglie, circa 3000 persone. Nell’operazione, 1 soldato israeliano e 12 palestinesi sono stati uccisi: si tratta di ragazzi in età compresa tra i 16 e i 23 anni, otto dei quali sono stati rivendicati dalla Jihad islamica come propri combattenti. Inoltre, si contano un centinaio di feriti tra i civili. Il direttore dell’ospedale di Jenin ha dichiarato che non ricevevano un numero così elevato di feriti gravi dalla Seconda Intifada (2000-2005): l’insurrezione di massa palestinese avvenuta dopo decenni di occupazione.

In risposta agli attacchi, Hamas, il gruppo islamista radicale che governa la Striscia di Gaza, ha invitato i propri membri in Cisgiordania e a Gerusalemme a colpire Israele «con tutti i mezzi disponibili», generando una rapida escalation delle violenze. Martedì mattina, mentre l’operazione era ancora in corso, un ventenne palestinese ha compiuto un attentato a Tel Aviv investendo alcune persone in auto, per poi scendere dal veicolo e pugnalare i pedoni. Otto sono rimasti feriti, e il conducente è stato ucciso da un civile armato. Un portavoce di Hamas ha affermato che quanto successo è stata «la prima risposta» all’operazione in corso a Jenin. Risposta proseguita nella serata di mercoledì, quando da Gaza sono stati lanciati cinque razzi verso il sud di Israele, che ha reagito con un ulteriore attacco a Gaza, colpendo un impianto sotterraneo di produzione di armi appartenente ad Hamas.

Le motivazioni

Il portavoce delle IDF, il tenente colonnello Richard Hecht, ha dichiarato che il fine dell’offensiva non sarebbe stato occupare il territorio di Jenin, ma «agire contro obiettivi specifici» e «spazzare via la mentalità di rifugio sicuro all’interno del campo» definito «un nido di vespe». Nel corso dell’ultimo anno e mezzo, si sono radicati nel territorio diversi movimenti terroristici e di resistenza armata che sfuggono al controllo delle tradizionali fazioni palestinesi come al-Fatah e Hamas, e si sottraggono soprattutto all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ormai sempre più indebolita e screditata, specialmente dai più giovani. Sono le Brigate di Jenin e la Fossa dei Leoni a Nablus, un’altra città nel nord della Cisgiordania. Si tratta di formazioni spontanee, prive di un’ideologia comunemente accettata o di una struttura organizzativa definita. La loro strategia unisce la lotta armata con altre forme di resistenza popolare, impiegando combattenti tra i 18 e i 24 anni, che non frequentano le moschee, non sono influenzati da figure religiose e talvolta sono legati ai gruppi militanti come Hamas o le Brigate al-Quds della Jihad islamica (PIJ). Secondo l’esercito israeliano, circa 50 attacchi compiuti da palestinesi contro israeliani nell’ultimo anno e mezzo sono stati commessi da combattenti provenienti da Jenin.

Proprio contro le Brigate di Jenin sarebbe stata lanciata l’operazione di questi giorni. Gli “obiettivi specifici” dei bombardamenti dovevano essere le infrastrutture terroristiche, in particolare il presunto quartier generale del gruppo armato, utilizzato – secondo le affermazioni delle IDF – anche come sito per armi ed esplosivi e hub di coordinamento e comunicazione tra terroristi. In seguito, l’esercito israeliano ha affermato di aver preso di mira dei depositi esplosivi, uno dei quali nascosto in un tunnel sotto una moschea, e di aver confiscato 1000 armi da fuoco e arrestato 30 persone sospettate di aver commesso vari crimini. Gli effetti distruttivi dell’attacco, tuttavia, si sono estesi ben oltre i bersagli dichiarati, coinvolgendo un gran numero di civili. Questo perché il campo profughi di Jenin, situato appena fuori dalla città, si estende per meno di un chilometro quadrato e, secondo le stime riportate dall’UNRWA – l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Medio Oriente – ospita circa 14.000 persone. Costituisce così una delle zone più densamente popolate della Cisgiordania, il che rende molto complesso limitare i danni ad un obiettivo di precisione. Hetch ha poi dichiarato che l’Autorità nazionale palestinese e la Giordania sarebbero state informate in anticipo dell’incursione, ma l’affermazione non è stata né smentita nè confermata da altre fonti.

Le reazioni

Il presidente dell’ANP, Mahmoud Abbas, ha dichiarato ai media palestinesi che «ciò che il governo di occupazione israeliano sta facendo nella città di Jenin e nel suo campo è un nuovo crimine di guerra contro il nostro popolo indifeso» che non porterà né stabilità né sicurezza nella regione. Il portavoce ufficiale della presidenza, Nabil Abu Rudeineh, ha proseguito affermando che «quello in atto, è un tentativo di far detonare la situazione, per trascinare l’intera regione nella spirale della violenza» e ha invitato la comunità internazionale «a rompere il suo vergognoso silenzio e ad agire seriamente per costringere Israele a fermare la sua aggressione», poiché facendo altrimenti si «incoraggia il governo di occupazione e perpetuare i suoi crimini». Parole di condanna sono giunte anche da Egitto, Giordania, Iran e Lega Araba, che hanno definito l’incursione israeliana un atto di «aggressione» e «un’operazione criminale». Gli Stati Uniti, invece, hanno dichiarato di star monitorando da vicino la situazione di Israele, aggiungendo che sosterranno «la sicurezza e il diritto di Israele a difendere il suo popolo da Hamas, dalla Jihad islamica palestinese e da altri gruppi terroristici».

Da parte delle organizzazioni internazionali sono giunti allarme e profonda preoccupazione per i picchi di violenza raggiunti negli ultimi mesi. Il capo dei diritti umani delle Nazioni Unite, Volker Türk, ha affermato che «alcuni dei metodi e delle armi utilizzate a Jenin sono più generalmente associati alla condotta delle ostilità nei conflitti armati, piuttosto che alle forze dell’ordine». Ha invitato le forze israeliane a «rispettare gli standard internazionali sui diritti umani», che «non cambiano semplicemente perché l’obiettivo dell’operazione è indicato come antiterrorismo».

I retroscena delle violenze

Il campo di Jenin fu allestito nei primi anni 50 per i profughi che avevano dovuto abbandonare le proprie case e la propria terra in seguito a quella che la popolazione palestinese definisce la Nakba – la catastrofe – del 1948: la creazione dello Stato israeliano. Da allora costituisce una roccaforte della resistenza: nelle strade e nei vicoli sventolano le bandiere delle fazioni palestinesi, sono esposte foto e ritratti dei martiri uccisi nei combattimenti e i simboli della lotta contro l’occupazione. Non è dunque la prima volta che Jenin si trova al centro degli attacchi israeliani. Guardando ai tempi più recenti, l’incursione è infatti avvenuta a meno di due settimane di distanza da un altro raid militare sfociato in un massiccio scontro a fuoco, che ha portato alla morte di 6 palestinesi e al ferimento di decine. Appena due giorni dopo, il 21 giugno, in un altro attacco vicino Jenin, Israele aveva usato per la prima volta dal 2006 i droni, generando allarme tra i palestinesi.

Le tensioni nell’area hanno ripreso ad intensificarsi a partire da marzo 2022, quando Israele ha lanciato l’operazione break the wave, in seguito a una serie di aggressioni e attacchi compiuti dai palestinesi contro dei civili israeliani che avevano portato all’uccisione di 19 persone. Da allora, gli attacchi israeliani in Cisgiordania avvengono con una certa regolarità; tuttavia, l’ultimo episodio si è distinto per una maggiore durata e potenza. Secondo un’analisi di Haaretz, l’operazione contro Jenin rappresenta un compromesso tra l’esercito israeliano, che avrebbe preferito continuare con la strategia che porta avanti da più di un anno con raid relativamente circoscritti e rapidi, e la richiesta di un’azione più decisa da parte di alcune fazioni del governo. A gennaio 2023 si è infatti insediato il governo più a destra nella storia di Israele presieduto da Benjamin Netanyahu, tra cui si distinguono figure ultranazionaliste, colonialiste ed estremiste che da mesi fanno pressione per intraprendere un’azione più decisa contro i palestinesi. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha parlato più volte della necessità di sterminare i terroristi «non uno, non due, ma migliaia se necessario».

La convergenza di tutti questi fattori fa crescere il timore di una vertiginosa escalation delle violenze, che non sembra affatto vicina ad una soluzione. Già lo scorso anno l’impennata di attacchi e uccisioni aveva portato le Nazioni Unite a definire il 2022 l’anno più mortale per i palestinesi dal 2006, con più di 170 vittime, a cui si aggiungono gli oltre 20 israeliani rimasti uccisi nei combattimenti in Cisgiordania e Gerusalemme est. Ma i numeri del 2023 raccontano già oggi, una situazione ancora più tragica.

Chiara Scarfò

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