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One China Policy, far sparire un ministro per una mappa “sbagliata”

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Il summit per la democrazia voluto dal presidente statunitense Biden stava inciampando proprio sul pilastro della One China Policy. I funzionari governativi hanno dovuto interrompere la presentazione video del ministro taiwanese quando questo ha mostrato una mappa incompatibile con la politica dell’unica Cina.

Come è possibile che due colori diversi mostrati su una mappa per una manciata di minuti abbiano messo in difficoltà la Casa Bianca? In questi giorni si è svolto il summit per la democrazia, evento fondamentale per la narrazione degli USA come leader delle società aperte. Tra tutte le democrazie presenti al summit ha creato grande tensione nel panorama internazionale la presenza di Taiwan. Joe Biden, infatti, ha mostrato più volte la sua volontà di difendere l’isola dalla Repubblica Popolare Cinese senza però smettere di riconoscere l’unità della Cina. In questo atteggiamento si concretizza il proseguimento della lunga storia di ambiguità strategica statunitense sulla questione della difesa di Taiwan. In questo contesto andrebbe letto quanto accaduto venerdì durante la presentazione del ministro taiwanese del digitale Audrey Tang

Durante il suo discorso era visibile per diversi minuti una mappa che mostrava Taiwan con un colore diverso da quello della Cina continentale. Si trattava di una mappa della ONG sudafricana CIVICUS, che classifica i paesi del mondo per apertura sui diritti civili. Nella mappa Taiwan è l’unica colorata di verde, rendendola l’unica entità regionale ritratta come “aperta”. Cina, Laos, Vietnam e Corea del Nord erano colorati di rosso ed etichettati come “chiusi”. La Casa Bianca, in un evento profondamente studiato e preparato, si è vista allora costretta ad interrompere la trasmissione video del ministro, lasciando solo l’audio. Poco dopo è apparso un disclaimer sullo schermo: “Tutte le opinioni espresse dagli individui su questo pannello sono quelle dell’individuo e non riflettono necessariamente le opinioni del governo degli Stati Uniti“. 

La Casa Bianca non ha fornito nessun commento formale, ma il Dipartimento di Stato ha attribuito la colpa ad una “confusione” sulla condivisione dello schermo. Quanto accaduto si ridurrebbe quindi ad “un errore onesto”. L’onesto errore, tuttavia, sembra aver generato una raffica di email tra funzionari governativi, tutti preoccupati delle potenziali implicazioni. Al termine del summit, comunque, entrambe le parti hanno cercato di minimizzare l’accaduto. Il ministro degli Esteri taiwanese ha parlato di problemi tecnici mentre Tang ha risposto alle domande sull’accaduto tramite email: “No, non credo che questo abbia nulla a che fare con la mappa CIVICUS nelle mie diapositive o con gli alleati statunitensi in Asia per quella materia”. Un portavoce statunitense ha, invece, rilasciato una dichiarazione sulla partecipazione di Taiwan: “Abbiamo apprezzato la partecipazione del ministro Tang, che ha mostrato l’esperienza di livello mondiale di Taiwan su questioni di governance trasparente, diritti umani e contrasto alla disinformazione“. 

Gli esperti di Taiwan hanno detto che non hanno visto l’uso colore della mappa come una violazione delle linee guida non ufficiali degli USA. Per il summit, infatti, era vietato l’uso di simboli evidenti di sovranità, come la bandiera di Taiwan. “Chiaramente non era per distinguere la sovranità, ma il grado di espressione democratica”, ha detto Douglas Paal, un ex ambasciatore (non ufficiale) USA a Taiwan. Anche Bonnie Glaser, del German Marshall Fund degli USA, ha messo in dubbio che ci fosse un riferimento nelle linee guida sull’uso di colori diversi per la Cina e Taiwan su una mappa. Diversi analisti hanno quindi supposto che quanto accaduto vada interpretato come segnale che il sostegno statunitense verso Taiwan non sia più così solido. Difficile dirlo visto che questo bizzarro episodio arriva in un momento molto delicato per le relazioni USA-Taiwan. Alcuni critici dell’amministrazione Biden ed esperti di politica estera sembrano chiedere dimostrazioni più evidenti di sostegno per l’isola. Gli Stati Uniti, però, al momento non sembrano intenzionati ad abbandonare la One China Policy nemmeno per la minima differenza cromatica.

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