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Oltre la sicurezza militare: le interconnessioni tra clima e sicurezza ad Haiti

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La recente decisione delle Nazioni Unite di intervenire ad Haiti con una missione militare al fine di ripristinare la stabilità rientra nelle tipiche dinamiche degli interventi internazionali in risposta alle minacce per la vita umana. Tuttavia, le soluzioni militari, sebbene possano affrontare gli effetti visibili, non guardano alle cause profonde dei problemi. In particolare, in contesti come quello di Haiti, il cambiamento climatico ha un impatto devastante sulle comunità e, senza una risposta adeguata, c’è il rischio che la violenza, l’emarginazione e la povertà, che già affliggono la popolazione, si intensifichino e si radichino sempre di più nella vita quotidiana.

A luglio 2023, le Nazioni Unite hanno ufficialmente riconosciuto l’effetto deleterio del cambiamento climatico sulla sicurezza alimentare, l’approvvigionamento idrico e la situazione umanitaria di Haiti. Questo appare come un passo importante verso il rafforzamento del supporto internazionale al Paese caraibico

Allo stesso tempo, il 2 ottobre 2023, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha dato il via libera a una risoluzione volta a istituire una missione internazionale mirata a ripristinare la stabilità e la sicurezza ad Haiti. La crescente violenza delle bande in Haiti è un problema che affligge il paese da molti anni, ma si è aggravato notevolmente dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel luglio 2021. Attualmente, circa 150-200 bande hanno il controllo sulla maggior parte di Port-au-Prince, nonché sulle infrastrutture chiave e sulle arterie stradali strategiche nei dintorni della capitale. La Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) segue da tempo la situazione in Haiti e dal 2018 ha notato un marcato incremento degli scontri tra fazioni rivali che cercano di dominare il territorio. Secondo alcuni resoconti, tra il 2018 e il 2021, si è verificato un aumento del 113% degli omicidi e un sorprendente incremento del 1.236% nei casi di rapimento. Secondo i dati delle Nazioni Unite, solo tra il 1° gennaio e il 15 agosto 2023 si sono verificati oltre 2.400 omicidi e quasi 1.000 casi di rapimento. Inoltre, donne e ragazze subiscono ripetuti atti di violenza sessuale. Questa crescente violenza, che si sta diffondendo in tutta l’isola, ha portato allo sfollamento di oltre 200.000 persone.

La decisione di intervenire è stata promossa da Stati Uniti ed Ecuador in risposta a una specifica richiesta di assistenza da parte del governo haitiano. Tuttavia, è importante notare che il governo del Kenya ha annunciato giovedì 9 novembre che i suoi agenti di polizia non verranno dispiegati ad Haiti fino a quando non saranno soddisfatte tutte le condizioni relative alla formazione e al finanziamento. Inoltre, non è chiaro se verrà effettivamente schierata la polizia kenyota, poiché il governo sta anche attendendo la risoluzione di un caso giudiziario locale che attualmente ostacola lo spiegamento. Si prevede che un giudice si pronunci giovedì 16 novembre su una petizione presentata dall’ex candidato alla presidenza, Ekuru Aukot, che ha sostenuto che lo spiegamento è incostituzionale.

La missione sarà inizialmente attiva per un anno, con la possibilità di prorogare la sua presenza di altri 9 mesi, e la guida sarà affidata al Kenya, che fornirà un contingente di mille agenti di polizia con la responsabilità di sorvegliare infrastrutture critiche come aeroporti, porti e ospedali, oltre a collaborare con le forze locali per condurre operazioni di contrasto al crimine. L’obiettivo principale sarà creare un ambiente favorevole all’organizzazione di elezioni credibili

Questo intervento, come quelli passati, si concentrerà però su sintomi e conseguenze dei problemi che affliggono la società haitiana, senza affrontarne le cause strutturali. Tuttavia, la missione, la cui data di inizio resta quindi incerta, è già considerata controversa. La più recente missione delle Nazioni Unite, la MINUSTAH, creata nel 2004 a seguito della destituzione del presidente Jean-Bertrand Aristide in un colpo di Stato, ha infatti ricevuto pesanti accuse, tra cui casi di violenza sessuale perpetrati da membri delle forze di peacekeeping. Nel 2007, si è verificato uno scontro a fuoco che ha coinvolto le forze internazionali a Cité Soleil, causando la morte di almeno 50 persone. Inoltre, la missione è stata associata all’epidemia di colera del 2010, poiché il personale nepalese delle forze di peacekeeping ha scaricato rifiuti infetti nel fiume Artibonite.

Oltre le soluzioni militari

Come già anticipato, la crisi haitiana ha radici profonde, che le sole soluzioni militari non possono eliminare. Haiti è il territorio più vulnerabile agli impatti del cambiamento climatico dell’America Latina e dei Caraibi e l’aumento delle temperature e la riduzione delle precipitazioni hanno già peggiorato la situazione, portando a una grave insicurezza alimentare che colpisce ben 4,9 milioni di haitiani, quasi metà della popolazione totale. 

L’incidenza delle condizioni climatiche estreme è anche amplificata dalla cattiva gestione delle risorse naturali e dall’eccessivo sfruttamento del territorio, radicato anche nelle politiche coloniali del passato. In questo contesto, l’85% del suolo haitiano risulta gravemente degradato. Inoltre, l’essere un Paese costiero espone Haiti a un elevato rischio di innalzamento del livello del mare, minacciando le vite e i mezzi di sussistenza di coloro che abitano in prossimità delle coste. 

Secondo il Climate Risk Index del 2021, Haiti occupa il terzo posto tra i Paesi più colpiti da eventi meteorologici gravi e la situazione si complica ulteriormente a causa della deforestazione e dell’erosione del suolo, che aggravano gli effetti delle inondazioni e degli uragani. Gli impatti del cambiamento climatico rappresentano una sfida critica per Haiti, poiché rendono estremamente difficile la produzione e l’accesso al cibo per la popolazione. Nel 2010, il governo haitiano ha segnalato che solo il 48% del cibo consumato nel paese è stato prodotto internamente, mentre il 44% è stato importato e l’8% proveniva dall’assistenza alimentare internazionale. Questa crescente dipendenza dalle importazioni a basso costo, unita al deterioramento ambientale, ha reso il settore alimentare haitiano particolarmente vulnerabile agli shock climatici.

È dunque cruciale affrontare il degrado ambientale e il suo impatto sui mezzi di sussistenza, soprattutto per le comunità tradizionalmente marginalizzate – giovani, donne, disabili e abitanti delle remote aree rurali o dei centri urbani densamente popolati con limitato accesso del governo – che sono le più colpite. Queste comunità si trovano spesso senza risorse per adattarsi alle sfide climatiche. In risposta, molti haitiani, soprattutto giovani, si spostano verso la Repubblica Dominicana o gli Stati Uniti in cerca di una vita migliore, ma spesso si trovano a fronteggiare discriminazioni, razzismo e respingimenti forzati. Altri si rifugiano nelle città, in particolare nella capitale Port-au-Prince, vivendo in insediamenti precari informali controllati da bande armate.

Strategie di supporto

In un contesto in cui l’intervento internazionale è diventato una necessità pressante per garantire la stabilità del Paese, è fondamentale riconoscere che esso dovrebbe essere progettato per fornire assistenza tecnica, risorse finanziarie e competenze specializzate necessarie per far fronte alle sfide legate alla sicurezza climatica in Haiti. Una policrisi come quella di Haiti richiede, infatti, un livello di sfumatura che i militari semplicemente non sono attrezzati per affrontare. Questa crisi ha radici profonde e rappresenta una sfida generazionale.

La sicurezza climatica gioca un ruolo cruciale in questa equazione. Ma quali strategie possono essere adottate a livello internazionale per fornire un sostegno efficace ad Haiti nella gestione di tali sfide? Innanzitutto, la tutela e il ripristino dell’ambiente dovrebbero diventare il fulcro di tutte le scelte di natura economica, politica e sociale che orientano il futuro del Paese. Tale visione dovrebbe essere forgiata attraverso il coinvolgimento di una vasta gamma di settori e dovrebbe essere guidata da un dialogo inclusivo che rispecchi le priorità e i valori dell’intera popolazione haitiana. Non è necessario partire da zero in questo processo, al contrario, è essenziale che si fondi sulle politiche e sulle strategie climatiche già esistenti. A questo proposito, il Piano nazionale di adattamento (NAP) di Haiti, varato a gennaio dal Governo ad interim con il supporto di partner e istituzioni internazionali (Green Climate Fund, United Nations Development Programme), costituisce una pietra miliare significativa. Questo piano identifica quattro aree prioritarie – agricoltura, acqua, salute e infrastrutture – e propone passi successivi attraverso un processo partecipativo e iterativo.

In secondo luogo, è fondamentale che le risposte siano decentralizzate, conferendo maggiore autorità e responsabilità alle comunità locali. Le soluzioni alle sfide multiple che affliggono Haiti dovrebbero originare direttamente dalla popolazione locale; spesso, le iniziative più innovative e sostenibili emergono a livello comunitario. Tale approccio favorirebbe anche una maggiore coesione sociale all’interno delle comunità.


Infine, è cruciale ripristinare il legame tra il popolo haitiano e il proprio ambiente naturale, utilizzandolo come fondamento per affrontare i problemi di insicurezza e violenza a livello più ampio. Questo significa coinvolgere attivamente la comunità locale nella gestione sostenibile delle risorse naturali, promuovere la partecipazione nella definizione delle politiche ambientali e sviluppare iniziative che migliorino la qualità della vita e la resilienza delle persone alle minacce ambientali. 

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