La mattina del 24 febbraio 2022 segna la fine di ogni speculazione attorno alla crisi russo-ucraina con le prime notizie che, sin dalla notte, vanno progressivamente delineando quella che è a tutti gli effetti un’operazione di invasione militare su larga scala. È proprio a partire dalle prime ore di quella che è divenuta una guerra che si va a sviluppare un altro fronte, ubiquitario, in cui tutte le parti, coinvolte o meno nelle operazioni militari, iniziano le loro campagne: il fronte delle informazioni.
Da un punto di vista di un osservatore esterno alle zone direttamente interessate dai combattimenti la notte/mattina del 24 febbraio è caratterizzata da una veloce sequenza di notizie che iniziano a diffondersi dal confine russo-ucraino. Volendo prendere ad esempio uno dei canali di informazione più caldi in quelle ore come lo è stato Twitter nel giro di alcuni tweet si è passati dall’ingresso di truppe russe in Donbass a un attacco su larga scala ad un paese sovrano e parte del sistema internazionale, il secondo per estensione territoriale nel continente Europeo (terzo se si include la Turchia). Dal punto di vista europeo si tratta di un salto indietro nel tempo di oltre 30 anni e, per buona parte della popolazione del continente, di eventi che appartengono ai soli libri di storia.
Il veloce susseguirsi di eventi e di notizie porta immediatamente in risalto una caratteristica di questo conflitto: la centralità del dominio informativo che ha come target la popolazione estera e civile. Per precisione è opportuno affermare che la campagna di Infowar sia iniziata ben prima delle operazioni militari come visto dalla continua informazione e disinformazione riguardo l’ammassamento delle truppe russe lungo i confini ucraini e dal fatto che tutte le decisioni in merito alle operazioni militari fossero già state prese giorni prima dell’avvio della campagna. Soprattutto è emblematico il fatto che nelle settimane e nei giorni immediatamente precedenti si sia creata una spaccatura di visioni tra uno scetticismo sulla reale volontà russa di passare all’azione e la determinazione (più o meno precisa) dei tempi e dei modi dell’attacco – cui va dato riconoscimento all’intelligence statunitense di aver compreso la gravità della situazione.
L’Information Warfare russa a supporto delle operazioni militari
In contemporanea ai primi attacchi è iniziata da tutte le parti la campagna di propaganda e diffusione di informazioni il cui scopo è – ovviamente – portare l’opinione pubblica nazionale e internazionale e il morale delle truppe a proprio favore. È necessario quindi analizzare come i russi stiano conducendo le operazioni di Information Warfare alla luce dei risultati militari e della reazione degli attori internazionali a distanza di una decina di giorni dallo scoppio delle ostilità.
Sin da subito vengono coperte tutte le principali piattaforme informative con il pullulare di account – più o meno reali – che seguono da vicino il conflitto riportando quasi in tempo reale notizie, immagini e video. A questi si affiancano le più canoniche tv, radio e testate giornalistiche (è opportuno precisare che non tutte si sono appiattite sulla retorica “ufficiale”) e vari articoli di approfondimento online. Si hanno quindi due descrizioni della guerra: da un lato l’informazione “classica” ad opera dei media russofili (non solamente russi) e dall’altro canali di informazione legati principalmente alle piattaforme social e di messaggistica da cui – tutte – le parti riportano flash costanti dai vari fronti. Da ciò si inizia a comprendere la scelta di alcuni paesi e di alcune piattaforme di limitare o bandire le trasmissioni e gli account filo-russi in una logica di pura guerra informativa.
Quanto operato dai canali filo-russi (che è opportuno precisare non sempre sono di nazionalità russa) ha visto sin da subito la presenza di alcune costanti nella strategia comunicativa. Elementi che non si discostano molto da quanto fatto dal Cremlino e dallo stesso Putin.
In prima istanza, come è stato lampante già dopo alcune ore dall’inizio delle operazioni militari, si è cercato di creare un quadro delle operazioni che vedesse le forze di Mosca operare un attacco massivo e diffuso lungo i confini ucraini supportate da intense operazioni aeree in grado di colpire in profondità nel territorio. Se ciò non si discosta eccessivamente dai fatti la retorica adottata ne ha amplificato la portata con un martellante flussi di notizie in cui le forze militari stessero avanzando sempre più in profondità nel territorio ucraino con l’occupazione o l’accerchiamento di centri abitati. Interessante su questo punto è il ridondante utilizzo di una strategia di adeguamento delle notizie “al ribasso” in modo da far risultare il flusso sempre coerente in piena logica di misinformation. Nello specifico si susseguono, con tutte le varianti a seconda dei casi, fasi più o meno simili:
- Centro X sotto assedio
- Si combatte nel centro X
- Centro X in mano russa
- Combattimenti nel centro X
- Centro X accerchiato
- Bombardamenti nel centro X
Si tratta di un approccio che vede un picco informativo positivo seguito da una calibrazione verso il basso degli eventi sempre coerente e che delinea comunque una condotta delle operazioni positiva anche quando, tirando le somme, i risultati sono molto più modesti. Di fatto l’idea di fondo che viene e deve essere trasmessa è di progressi costanti sul campo o di scontri furiosi dai toni epici.
A dar manforte a questo tipo di strategia comunicativa è l’uso, sapiente, della rappresentazione geografica del conflitto. Le cartine geografiche delle operazioni (su tutte le scale) hanno una valenza propagandistica fondamentale in quanto di immediata interpretazione da parte di ogni soggetto. Anche in questo caso, confrontando rappresentazioni del conflitto fatte nello stesso arco temporale si può notare come le linee di occupazione non coincidano per lunghi tratti. Da parte russa i territori sotto “controllo” sono ovviamente più numerosi e interessante è anche la rappresentazione del fenomeno di aggiustamento del tiro sopra riportato. Le città sotto attacco sono infatti rappresentate sempre, secondo le leggende, come terreno di scontro e combattimento e solo successivamente, completata la fase calante vengono descritte come ancora sulla linea del fronte o accerchiate.
Caso particolare Kiev che sin da subito ha visto la città rappresentata come sotto costante assedio e, a seguito dell’inizio degli scontri presso l’aeroporto di Gostomel come sotto attacco diretto, con il chiaro scopo di mettere pressione al maggior centro di potere del Paese. Elemento che trova parziale conferma del fatto che la guarnigione russa non abbia avuto un immediato ponte aereo di supporto per il mantenimento delle posizioni e sia stata lasciata al contrattacco delle forze ucraine.
Altro elemento che merita un’analisi dal punto di vista geografico è il territorio della Transinistria. Sebbene, ad oggi, non risulta alcun coinvolgimento diretto della regione nel conflitto e di un disperato tentativo della Moldavia di rimanere estranea quanto più possibile ai fatti (Solo il 3 marzo ha optato per una proposta di adesione all’Unione Europea) in diverse occasioni il territorio è stato evidenziato come ad indicare il suo possibile coinvolgimento o come destinazione di una delle direttrici del fronte sud del conflitto.
Oltre all’elemento geografico e a un costante aggiustamento della narrativa delle operazioni vi è un altro fattore dominante nella narrazione russa: il concetto di liberatore. In questo caso non ci si riferisce solo alle regioni del Donbass e a qualche zona a maggioranza russofona ma all’intera campagna. Costante è infatti l’utilizzo di formule lessicali che rimarcano come le truppe russe abbiano liberato un determinato centro urbano o una determinata zona o di come gli occupanti ucraini abbiano abbandonato le loro posizioni.
Questo aspetto è forse quello dai tratti più propagandistici dell’intera campagna, al netto del fatto che nella narrazione russa più nazionalista (che sia legata a mito dell’URSS o al ritorno dell’Impero zarista) il territorio ucraino è di fatto una regione russa. Una logica che non si discosta troppo da quanto avvenuto nei Balcani 20 anni fa e che rende la storia un’arma estremamente distruttiva. Non a caso, nel discorso fatto da Putin alla vigilia delle operazioni, è stata affermata l’appartenenza dell’Ucraina ad un concetto più esteso di Russia. Questa caratteristica della Infowar russa è destinata principalmente a un “pubblico” locale che conosce la storia dell’estremo est europeo e può essere più facilmente influenzato da una retorica profondamente legata alla propria cultura. Motivo del perché ciò non abbia praticamente avuto riflessi al di fuori di quella regione geografica.
Altri tratti caratteristici della condotta delle operazioni da parte dei canali russi (al pari degli ucraini) sono del tutto affini alla dottrina più classica del caso come l’uso decontestualizzato delle immagini e dei video, la creazione di deep fake e di disinformazione di massa, la pubblicazione di proclami diretti alle forze e alla società civile ucraina e l’uso di proxies in paesi stranieri. Il tutto con lo scopo di aumentare la già fitta nebbia di guerra e fiaccare il morale nemico.
L’impatto sull’Europa
Per dare misura dell’impatto che anche la campagna russa nel dominio delle informazioni sta avendo è sufficiente guardare non solo la mole di restrizioni ai media e agli account russi e bielorussi ma il fatto che la minaccia – di certo reale – percepita abbia portato i paesi europei, in meno di una settimana, verso una retorica bellicista molto più simile agli anni ’30 del Novecento che non alla Guerra Fredda in un’escalation dai ritmi vertiginosi che rischia di essere difficilmente controllabile. Su tutti la Germania che dopo oltre 70 anni ritorna a parlare di investimenti pesanti nella difesa, di vendita massiccia di materiale bellico e all’uso di una retorica estremamente aggressiva.
A prescindere da quelle che sono le scelte dei singoli attori come Finlandia, Svezia e Moldavia di avviare processi di avvicinamento alla NATO e all’Unione Europea o dello sviluppo di un nuovo approccio alla difesa in territorio europeo rimane il fatto che al momento si delinea una situazione fortemente polarizzata sul continente.
Gli Europei come i Russi non devono commettere l’errore di pensare alla situazione attuale come un revival della Guerra Fredda. Se vi è la comunanza di buona parte degli attori coinvolti e il concreto rischio che la guerra possa essere solo uno step verso un processo di escalation su scala maggiore, diversi sono i decisori e le persone. Durante la guerra fredda le classi politiche e le élites economico-militari erano figlie della Seconda Guerra Mondiale, prima, e della stessa Guerra Fredda, poi, ovvero cresciute all’interno di un’Europa in guerra o in perenne stato di crisi. Dopo oltre 30 anni dalla fine del Bipolarismo le nuove classi dirigenti provengono da un mondo in cui l’Europa ha dovuto fronteggiare crisi economiche e sociali. I conflitti nel mondo Europeo degli ultimi decenni – eccezion fatta per il caso jugoslavo – sono stati sempre affrontati dal punto di vista umanitario e del terrorismo o come interventi in Stati falliti e ben circoscritti.
La guerra in Ucraina è quindi uno scenario del tutto nuovo per la dirigenza europea che si trova a dover gestire un processo di escalation e de-escalation su vasta scala e dai ritmi sostenuti. Fattori che possono portare ad un innalzamento della tensione tra le parti nel giro di poche ore – anche a seguito di poche notizie false o manipolate – ben lontano dalle crisi vissute dal Bipolarismo.
Il teatro dell’Information Warfare è quindi uno degli scenari principali in cui si sta “combattendo” una guerra molto più vasta e potenzialmente pericolosa che se non adeguatamente affrontata rischia di portare le lancette dell’Europa ben “oltre la mezzanotte”.

