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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoCronache di guerra: offensiva, controffensiva e mobilitazione

Cronache di guerra: offensiva, controffensiva e mobilitazione

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Ad ormai un mese dall’inizio della controffensiva ucraina, è chiaro che la situazione sul campo ha visto una progressiva erosione della capacità russa di imporre la propria iniziativa all’esercito ucraino, arrivando a prendere in considerazioni soluzioni estreme per sopperire alla carenza di forze al fronte. Malgrado i successi di Kiev, non sembrano emergere prospettive reali di dialogo tra le parti e i mesi invernali che ci attendono potrebbero portarci ad una primavera piuttosto complessa da gestire.

La controffensiva ucraina

Come riportato in un precedente articolo, nel corso dell’estate molti analisti avevano dubitato dell’effettiva capacità ucraina di condurre una controffensiva, in virtù di sostanziali difficoltà nell’addestrare e rifornire le truppe in linea. Entrambi gli ambiti sono stati infatti confinati al sostegno estero che ha garantito, e garantisce tuttora, non solo il rifornimento materiale delle forze ucraine ma anche l’addestramento di una quota rilevante dele truppe di Kiev, sia attraverso gli addestratori che a titolo privato sono presenti in Ucraina sia mediante gli accordi di partenariato tra Kiev e le principali potenze europee. Per tali ragioni, la possibilità di un’offensiva su vasta scala è stata considerata con cautela, ciononostante alcune considerazioni di natura politica e di opportunità militare hanno portato lo Stato maggiore ucraino a promuovere un’offensiva su due fronti, ovvero Kherson e Kharkiv. Primariamente, le forze di Kiev avevano bisogno di dimostrare all’Occidente di essere in grado di strappare i territori occupati ai russi, in modo tale da mantenere solido il supporto alla causa ucraina anche di fronte alle difficoltà dei mesi invernali. Inoltre, hanno scelto l’ultima finestra di opportunità utile prima dell’autunno, che nelle pianure dell’est si caratterizza per la cosiddetta rasputiza, un fine fango che rende di fatto impraticabili le strade non asfaltate, impedendo la conduzione di manovre anche solo di portata limitata. Da ultimo, Kiev ha cercato di prendere in controtempo Mosca, attaccando le forze russe prima che queste ricevessero rinforzi significativi, in particolare circa 15mila riservisti che sarebbero stati disponibili da fine settembre e il Terzo Corpo d’Armata che sarebbe dovuto entrare in Ucraina nel corso delle prossime settimane. Kiev ha quindi forzato lo Stato maggiore russo a impiegare le poche forze immediatamente disponibili per tamponare l’offensiva ucraina, ritardando eventuali azioni di risposta in virtù dell’indisponibilità nel breve periodo di riserve significative. 

Il successo, molto al di sopra delle aspettative, dell’offensiva di Kharkiv è stato quindi il risultato di molteplici fattori, che hanno influenzato in modo consistente le decisioni successive della leadership russa. La prima ragione del successo ucraino è da ricercarsi nell’azione di diversione effettuata su Kherson rispetto a Kharkiv: per mesi, i comandi ucraini e lo stesso Zelensky hanno annunciato l’offensiva a sud, accumulando riserve nell’area e rendendo credibile un’eventuale azione mediante attacchi sistematici alle infrastrutture critiche russe nell’area, di conseguenza, i russi sono stati costretti a muovere truppe a sud per tenere la testa di ponte di Kherson, sguarnendo così il fianco settentrionale del loro schieramento. Un secondo elemento fondamentale è stato il sostegno occidentale, in termini di armamento, addestramento e coordinamento delle forze ucraine, che hanno goduto del supporto materiale e informativo fornito dall’Occidente. Da ultimo è opportuno considerare lo stato di salute dell’avversario. Le forze russe, oltre ad essere numericamente esigue, erano anche impreparate alla difesa nella regione di Kharkiv, sia per aver considerato impossibile un attacco ucraino in quel settore sia per deficienze organizzative. I tre elementi combinati spiegano quindi il perché quella che doveva essere poco più di una ricognizione in forze sia diventata una vera e propria controffensiva, che con circa 10mila uomini è riuscita respingere i russi di addirittura 100km in alcuni punti del fronte. 

Le conseguenze immediate di questa controffensiva sono state tanto militari quanto, soprattutto, politiche poiché hanno messo in luce alcune significative deficienze dello sforzo russo in Ucraina. In particolar modo, l’attacco ucraino ha tagliato le principali linee di rifornimento russe verso il Donbass (asse Kupyansk – Izyum) rendendo il fronte di Lyman e più in generale la linea russa nell’oblast di Luhans’k esposta ad eventuali ulteriori spinte ucraine. Inoltre, le forze russe sembrano aver perso l’iniziativa in questa fase del conflitto, agendo in risposta agli attacchi di Kiev in un contesto di più generale difficoltà delle truppe schierate. Ulteriormente, l’offensiva ha messo in luce l’ancora scarsa flessibilità dei comandi russi, che sono riusciti a reagire con grande difficoltà alla spinta ucraina attestandosi lungo la linea del fiume Oskil, come pure la strutturale assenza di uomini di cui soffrono le forze in campo. Tali elementi hanno quindi portato a forse troppo entusiastiche e premature dichiarazioni di vittoria da parte occidentale e ad un senso di scoramento al limite del catastrofismo da parte russa, nei giorni dell’offensiva di Kiev non era infatti raro leggere commenti nei vari canali filorussi che paragonavano l’attacco ucraino all’Operazione Barbarossa. Per tali ragioni, la reazione russa è stata sicuramente significativa, tanto sul campo quanto in patria. 

La reazione russa: referendum, mobilitazione e armi nucleari

L’eventuale annessione dei territori occupati, la possibile mobilitazione (generale o parziale) e lo spettro delle armi nucleari sono state tematiche che hanno accompagnato questo conflitto fin dal 24 febbraio, ma solo nell’ultima settimana le prime due sono diventate realtà concrete. In particolare, lo scorso 21 settembre il Presidente russo Vladimir Putin ha indetto dei referendum per l’adesione alla Russia dei territori ucraini occupati, proclamando allo stesso tempo la mobilitazione di 300mila riservisti che nei prossimi mesi andranno a rimpinguare le linee russe. Nella stessa occasione, il leader russo ha ribadito di essere pronto ad utilizzare tutti gli strumenti necessari per difendere la Russia e i suoi interessi in questo conflitto, lasciando quindi intendere che qualora i territori occupati fossero effettivamente annessi dalla Russia, ogni strumento necessario sarà utilizzato per difenderli. 

Relativamente alla mobilitazione parziale, questa è stata proclamata in virtù della netta carenza di forze a disposizione di Mosca nel teatro ucraino. In particolare, anche senza considerare le ingenti perdite, Mosca ha sperimentato fin da principio un rapporto sfavorevole rispetto a Kiev di circa 2:1, di conseguenza, le nuove forze mobilitate non andranno solo a compensare le perdite, stimate in circa 50mila uomini, ma anche e soprattutto ad incrementare le truppe a disposizione dei comandanti di teatro. Inoltre, a quanto si apprende, sembrerebbe confermata l’indiscrezione secondo la quale questo non sarebbe che il primo di tre scaglioni da 300mila uomini richiamati a combattere in Ucraina, di conseguenza, nel corso del prossimo anno, la Russia sembrerebbe prepararsi ad un ulteriore escalation del conflitto. Tale misura è stata però considerata una implicita dimostrazione di debolezza, legata alla necessità di far fronte ad una situazione che sul terreno vede un vantaggio operativo a favore delle forze di Kiev. Inoltre, è opportuno considerare i rischi interni derivanti da tale misura, in particolare hanno avuto ampia diffusione i video delle code alle frontiere con la Finlandia e la Georgia per il timore di molti russi di essere richiamati a combattere. Questa prima fase della mobilitazione sarà quindi un importante test per la tenuta del regime di Vladimir Putin: finora ci sono stati diffuse contestazioni in molte città del paese che non sono però sfociate in fenomeni di massa, ma nel corso della mobilitazione potrebbero verosimilmente acuirsi. 

Rispetto ai referendum, che si sono tenuti dal 23 settembre scorso, questi hanno una particolare ragione interna piuttosto che internazionale, infatti, risultano funzionali alla leadership russa per due diversi ordini di ragioni. Da un lato, consentono a Mosca di presentare un successo netto alla propria opinione pubblica, con l’acquisizione di nuovi territori che “volontariamente” si sono ricongiunti alla madrepatria, dall’altro consentono di porre le basi legali per un’ulteriore mobilitazione di forze locali e per giustificare internamente la mobilitazione. A seguito dei referendum, infatti, il cui esito era ampiamente scontato, quei territori sono diventati formalmente russi, sebbene il voto non sia riconosciuto dalla comunità internazionale, di conseguenza ogni eventuale attacco a tali territori potrà essere presentato come un attacco alla Russia per dare un ulteriore argomento alla mobilitazione. 

L’ampliamento dei confini della Federazione Russa offre il là anche ad eventuali considerazioni rispetto all’uso di armi nucleari. Durante il discorso, Vladimir Putin è infatti tornato a minacciarne l’uso qualora l’Occidente dovesse continuare a sostenere in modo incrementale l’Ucraina, una minaccia più volte reiterata nel corso del conflitto e che è sempre stata considerata con grande cautela. In questo caso la situazione potrebbe essere però ben diversa rispetto al passato. A seguito dei referendum, infatti, ogni ulteriore attacco ucraino sarà formalmente un attacco alla Federazione Russa, di conseguenza, il Cremlino potrebbe valutare l’impiego di armi nucleari per dare una svota decisiva alla guerra, portando ad un’ulteriore drammatica escalation del conflitto. Malgrado le minacce, la situazione potrebbe essere però più complessa e meno catastrofica. Sebbene sia vero che la dottrina nucleare russa preveda l’impiego di armi nucleari tattiche in conflitti regionali prossimi ai confini russi o in caso di minaccia esistenziale al territorio nazionale, la letteratura ha evidenziato come il consolidamento delle forze convenzionali potrebbe aver reso più alta la cosiddetta “soglia nucleare”, ovvero quel livello di minaccia oltre il quale una potenza nucleare potrebbe scegliere di usare tali armamenti. Sebbene le forze russe non abbiano dato un’eccellente prova di sé è indubbio che con l’arrivo nei prossimi mesi di 300mila nuovi soldati la situazione sul campo potrebbe cambiare, inoltre Mosca mantiene un potenziale ancora inespresso che potrebbe essere comunque utilizzato nei prossimi mesi. Di conseguenza, malgrado non si possa sottovalutare il pericolo di un utilizzo di armi nucleari tattiche, l’uso di tali armamenti sarebbe una misura estrema in questo contesto, forse persino controproducente a meno di un grave peggioramento della situazione sul terreno o di un significativo isolamento internazionale.  

Conclusioni

Nei prossimi mesi, la guerra subirà una fisiologica fase di rallentamento, in virtù delle avverse condizioni atmosferiche che si manifesteranno nei prossimi mesi (già in questo momento è stato riscontrato un significativo peggioramento del clima e temperature intorno ai 10 gradi centigradi), ciononostante la primavera potrebbe portare ad una fase ben più cruenta del conflitto a causa dell’arrivo da entrambe le parti di rinforzi e nuovi equipaggiamenti.

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